La Corte Costituzionale, con sentenza n. 1/2013 depositata oggi 15 gennaio, ha reso noto le motivazioni con le quali lo scorso 4 dicembre ha accolto il ricorso del Quirinale nei confronti della procura di Palermo per le intercettazioni indirette di alcune conversazioni telefoniche del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con l’ex ministro Nicola Mancino, le cui utenze erano state messe sotto controllo su mandato dei pm palermitani che indagano sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia.

«Le intercettazioni oggetto dell’odierno conflitto devono essere distrutte, in ogni caso, sotto il controllo del giudice, non essendo ammissibile, né richiesto dallo stesso ricorrente, che alla distruzione proceda unilateralmente il pubblico ministero», scrivono Gaetano Silvestri e Giuseppe Frigo, redattori dell’odierna sentenza.

«Il presidente della Repubblica deve poter contare sulla riservatezza assoluta delle proprie comunicazioni, non in rapporto ad una specifica funzione, ma per l’efficace esercizio di tutte», prosegue la sentenza, che precisa anche come l’inutilizzabilità delle intercettazioni del capo dello Stato «può connettersi anche a ragioni di ordine sostanziale, espressive di un’esigenza di tutela “rafforzata” di determinati colloqui in funzione di salvaguardia di valori e diritti di rilievo costituzionale». Il controllo «è garanzia di legalità con riguardo anzitutto alla effettiva riferibilità delle conversazioni intercettate al capo dello Stato – sottolinea la Consulta – e quindi, più in generale, quanto alla loro inutilizzabilità, in forza delle norme costituzionali ed ordinarie fin qui citate»


Qui il testo integrale della sentenza n. 1 del 15 gennaio 2013

Leggi anche il testo integrale del ricorso e la memoria della Procura.

 


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