Mese dopo mese, continua l’avanzata impetuosa del debito pubblico italiano che, secondo i dati diffusi nel supplemento “Finanza pubblica” al bollettino statistico della Banca d’Italia, ha superato la soglia (dal forte valore psicologico, soprattutto per i mercati finanziari) dei 2.000 miliardi di euro.

Per la precisione, ad ottobre il livello di indebitamento complessivo delle amministrazioni finanziarie dello Stato si è attestato a 2.014 miliardi di euro (in crescita dai 1995,1 miliardi di fine settembre). Si tratta, in valori assoluti, del livello più alto mai registrato.

Da gennaio 2012, quando era pari a 1.943,455 miliardi, il debito è aumentato di 71,2 miliardi, per un aumento in termini percentuali del +3,7%.


La cattiva notizia preoccupa a maggior ragione se si considera che si accompagna a quella di una notevole crescita delle entrate tributarie, che nei primi 10 mesi dell’anno hanno fatto registrare un aumento del +2,9% rispetto allo stesso periodo del 2011. È vero che i dati diffusi dalla Banca d’Italia non corrispondono all’ammontare dei tributi erariali effettivamente versati, in quanto i flussi mensili sono rilevati al momento della contabilizzazione in bilancio che, dalla metà del 1998, non avviene più unitamente al versamento. Ma, di fatto, assistiamo con timore alla crescita del nostro debito nonostante l’aumento del gettito fiscale ed i primi tagli targati Spending Review . E ciò risulta sfruttante ai fini degli sforzi anche psicologici che vengono messi in campo per battere la crisi.

La quota di debito non consolidato relativa alle Amministrazioni centrali dello Stato raggiunge a ottobre i 1.907,2 miliardi, in crescita dai 1.887 rilevati a settembre. La quota debitoria in capo alle Amministrazioni locali (circa il 7% del totale) scende invece, sia pur leggermente, a 134,2 miliardi dai 134,5 di settembre. Nei dettagli, il debito di Regioni e Province autonome cala a 40,5 miliardi (da 40,6), quello dei Comuni a 50,05 (da 50,25) mentre sale quello delle Province (scampate al taglio) a 9,115 (da 9,095).

Ormai il valore di debito gravante su ogni cittadino italiano, dai neonati ai centenari, è pari a 33.081 euro pro capite (erano 32.250 euro a fine settembre), così come calcolato attraverso l’incrocio dei dati diffusi in mattinata dalla Banca d’Italia con le ultime stime Istat che calcola 60,9 milioni di residenti in Italia a gennaio.

Una simile esposizione record da 2.014 miliardi, ai tassi attuali – fortunatamente scesi, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, dal picco di 575 punti di spread agli odierni circa 350 – costa all’Italia (e a tutti noi) qualcosa come i 70-80 miliardi di interessi annui: tradotto, sono più di 1.000 euro all’anno a testa per gli oltre 60 milioni di Italiani. Un gigantesco macigno legato al collo della nostra economia che manda in rosso i conti pubblici e causa quel circolo vizioso per cui, in mancanza di concrete prospettive di crescita, il debito finisce con l’autoalimentarsi.

Un problema, quello del debito pubblico, con cui ogni futuro Governo, di qualunque colore politico, dovrà inevitabilmente fare i conti.


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