Se la crisi di governo è davvero alle porte, lo diranno, probabilmente, gli incontri in programma nelle prossime ore. Ciò che, invece, è ormai assodato riguarda l’impeto riformatore del governo Monti, da ieri definitivamente smorzato per le fibrillazioni improvvise nel Pdl.

L’incertezza che ormai permea la maggioranza, si ripercuote inevitabilmente sui tanti decreti in ballo tra Camera e Senato, la cui sopravvivenza, a questo punto è messa in forte dubbio dalla tenuta del governo.

Lo scorcio di fine legislatura che attende il governo sarà il più accidentato dal punto di vista del consenso parlamentare ed è fisiologico che molta della carne messa al fuoco da Monti e i suoi finirà per abbrustolirsi.


Cominciamo dai decreti che, ieri, hanno segnato la fine della cosiddetta “pax montiana”, quello stato di “semiquiescenza” parlamentare che aveva portato la strana alleanza Pdl, Pd e Udc a dire sì quasi in maniera indiscriminata ai tanti provvedimenti emanati dal governo.

Il decreto sviluppo bis, agli annali come numero 179/2012, ieri ha avuto il ristrettissimo ok dal Senato sulla questione di fiducia posta dal governo e, ora, dopo il maxiemendamento posto in Commissione, è passato alla Camera per ricevere l’ok definitivo. La scadenza è il prossimo 18 dicembre, dunque il tempo stringe: un eventuale passo falso finirebbe per rendere vani tutti gli sforzi compiuti nelle ultime settimane per le start up innovative e i molti altri capitoli del decreto.

Per quanto riguarda il documento sui costi della politica nelle regioni, oggi Montecitorio dovrebbe definirne l’approvazione, nonostante le turbolenze di ieri e la seconda astensione in casa Pdl, questa volta a opera dei deputati, che non hanno voluto essere da meno dei loro colleghi della Camera alta.

Un altro testo che andrà necessariamente condotto in porto è, naturalmente, quello sulla legge di stabilità, che dovrà ottenere luce verde entro fine dicembre, tracciando le linee guida per il biennio a venire in termini di politica economica: un pacchetto di riforme, dunque, imprescindibile. Di fronte ad essa, i partiti dovranno necessariamente mettere a freno le loro pulsioni pre-elettorali.

Queste, le riforme del governo Monti che dovrebbero ancora vedere la luce malgrado le scosse telluriche del quadro politico. Ma veniamo ora a quei decreti che, annunciati con squilli di tromba, rischiano di finire nel vicolo cieco delle rivendicazioni tra le segreterie.

Innanzitutto, il contestatissimo decreto 188 sulla riforma delle Province, che scadrà il 5 gennaio. Viste le polemiche che hanno accompagnato questo taglio degli enti, e l’ultimo diluvio di emendamenti – circa 700 – che si è abbattuto sul testo, pare quasi impossibile che si perverrà a un via libera definitivo, lasciando dunque pressoché inalterato il quadro istituzionale.

Tramontano anche le chance per la delega fiscale, il cui disegno di legge è da pochi giorni approdato a palazzo Madama, dove ha già incontrato ben 88 possibili ritocchi. La conversione in legge appare fortemente improbabile, con la clessidra dei 60 giorni che corre impietosa verso la scadenza e in previsione di un rimando alla Camera: presagire un esito felice per questo provvedimento è veramente un grande sforzo di ottimismo.

Cosa dire, poi, della legge elettorale, ambito in cui, negli ultimi mesi, il teatrino della politica aveva dato il meglio di sé, quasi una valvola di sfogo per i parlamentari relegati a passacarte dal governo tecnico. Bè, se fino a ieri la riforma era una chimera, oggi è definitivamente seppellita da partiti che dimostrano una volta di più la volontà recondita dietro l’infinito tira e molla: tornare alle urne, per la terza volta, con il Porcellum.

Quindi, traballa anche il decreto semplificazioni, arrivato nei giorni scorsi alla Camera dove probabilmente riceverà l’estrema unzione con buona pace degli imprenditori e dei professionisti che sperano da tempo immemore nello snellimento della burocrazia. Sorte incerta anche per il decreto 207 di recentissima nascita, per contravvenire la chiusura dello stabilimento Ilva di Taranto.

E il decreto approvato ieri sull’incandidabilità dei condannati? Tralasciando gli aspetti applicativi, che sembrano davvero assai limitati a pochissimi casi, il sospetto che il sì pronunciato ieri dal Consiglio dei ministri sulle “liste pulite” resti nulla più che contentino per l’opinione pubblica è davvero forte.

Ma sono centinaia, in realtà, i testi che, da ieri, rischiano di finire in soffitta: tra decreti, disegni di legge, regolamenti e attuazioni, forse il governo Monti ha caricato una mole eccessiva di riforme ormai destinata a rimanere lettera morta. Dimenticando, per una breve parentesi, di avere a che fare con la politica italiana, la quale, per il proprio tornaconto elettorale, ha sempre il dito pronto a schiacciare il tasto “Reset”.

 


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