L’editoriale sul Corriere della Sera del 5 dicembre 2012(I distruttori delle riforme) di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi è a dir poco sconcertante.

Pur di giustificare i fallimenti evidenti di un Governo da loro sostenuto a tal punto che Giavazzi è stato chiamato da Monti a fare da consulente tecnico dei tecnici, non sanno più a cosa appigliarsi.

La riforma delle province è un disastro,la riforma Forneroha generato solo maggiore disoccupazione, il debito pubblico continua ad aumentare, il Pil a scendere, di liberalizzazioni nemmeno l’ombra, che la Fiat sia un problema gravissimo il Ministro Passera se ne accorge solo il 4  2012 dicembre, ma la colpa i due economisti l’hanno individuata: la “spectre” della “burocrazia”, che ferma tutte le riforme.


Non leggi frettolose, raffazzonate, alluvionali, continuamente corrette senza riuscire ad emendarle degli errori, dunque, la causa della drammatica situazione dell’Italia. Ma la lobby misteriosa degli “alti dirigenti” (tutti sopra il metro e85 centimetri?) che “pur di conservare il proprio potere di spesa blocca le riforme”.

Il rimedio proposto dai due editorialisti è il seguente: “Che fare? La prima decisione di ogni nuovo ministro deve essere la sostituzione degli alti dirigenti del ministero che gli è stato affidato, a partire dal capo di gabinetto. Il ricambio deve cominciare da coloro che da più tempo occupano lo stesso posto e per questo sono spesso i più conservatori, cioè meno propensi al cambiamento. I costi sono ovvi: un nuovo dirigente ci metterà un po’ a prendere in mano le redini del ministero. Ma è un costo che val la pena di pagare, quanto più si vuol cambiare. Certo, c’è il rischio che le nomine siano solo politiche, e cioè invece che di dirigenti preparati il ministro scelga in base alle appartenenze politiche. Questo è possibile, ma saranno gli elettori a decidere se un governo ha cambiato qualcosa. E i cittadini giudicheranno un governo anche dalla qualità delle persone cui hanno affidato l’amministrazione dello Stato. E’ comunque un sistema migliore di quello di oggi in cui dirigenti non eletti ostacolano e influenzano l’operato di governi eletti direttamente, o indirettamente come nel caso di questo governo «tecnico»”.

E’ altamente consigliato di rileggere questo passaggio più e più volte. E’ intriso di cancellazione di memoria di 20 e più anni di pessime riforme, di leghismo d’antan, di rifiuto totale della cultura giuridica ed amministrativa che, invece, deve guidare qualsiasi analisi. E’ strano. Economisti e professionisti che non fanno parte dell’apparato amministrativo sono sempre pronti a pontificare criticandolo, ma auspicano continuamente che i ministri estendano i loro poteri di “nomina”, indirettamente autocandidandosi ad entrare a far parte di quella compagine tanto deprecata e con la pretesa di entrare dal portone centrale, senza nemmeno degnarsi di passare per le strettoie dei concorsi e delle durissime selezioni da superare.

Esaminiamo passo per passo le “perle” degli editorialisti del Corriere, che riassumono appunto 20 anni di follia riformatrice.

In primo luogo, gli editorialisti ignorano che proprio per quanto riguarda gli uffici di staff dei ministri la legge (articoli 13 e 14 del d.lgs 165/2001) assegna ai ministri molta, forse troppa, libertà di manovra. Il “capo di gabinetto” è sempre liberamente sostituibile da qualsiasi ministro ed, anzi, ben difficilmente tale ruolo rimane ricoperto dal predecessore, quando si insedia un nuovo ministro. Per altro, non è il capo di gabinetto il perno dell’attuazione delle riforme, ma semmai i segretari generali o i capi dipartimento. Ma questo conferma l’approssimativa conoscenza dell’apparato da parte di Alesina e Giavazzi. Tuttavia, le loro affermazioni, sbagliate, fanno “presa” nei confronti di una popolazione stufa e incattivita. Additare il dirigente pubblico come “untore” e boicottatore dell’invece buono e capacissimo ministro è una mossa banale, trita, ritrita, ma efficace. Il famoso “non ci lasciano lavorare” mille volte ripetuto da Berlusconi.

La seconda affermazione è di stampo filosofico: “Il ricambio deve cominciare da coloro che da più tempo occupano lo stesso posto e per questo sono spesso i più conservatori, cioè meno propensi al cambiamento”.

Strano. Da un quarto di secolo legislatore, analisti, tecnici, Bocconi, Bassanini, Brunetta, insistono che occorre porre in essere sistemi di valutazione per selezionare, sul piano delle azioni concrete, i dirigenti capaci rispetto agli altri.

E di leggi, decreti, regolamenti, contratti, sistemi di valutazione, consulenze, piani, programmi, metodi, software, a questo scopo ne sono stati sfornati migliaia. Per scoprire che, poi, i dirigenti a tempo determinato, quelli nominati direttamente dai ministri che tanto piacciono ad Alesina e Giavazzi, non sono mai oggetto di valutazione negativa o non sono proprio oggetto di valutazione.

Chi predica, solo a parole, l’efficienza dell’azione amministrativa dovrebbe sapere perfettamente che essa va misurata in relazione ai risultati. La propensione al cambiamento non c’entra nulla. Il dirigente vero e capace se ne infischia del cambiamento, perché non tocca a lui stabilire le linee politiche, prerogativa esclusiva dell’organo di governo. Il dirigente, una volta che l’indirizzo politico sia fissato, lo attua, gli piaccia o meno. E va giudicato in base alla capacità di farlo, non in relazione al tempo che sta a svolgere un incarico. Lo capirebbe chiunque.

Terza affermazione: “I costi sono ovvi: un nuovo dirigente ci metterà un po’ a prendere in mano le redini del ministero. Ma è un costo che val la pena di pagare, quanto più si vuol cambiare”. Il costo è tremendamente alto ed ingente. Una girandola continua della dirigenza e del sistema operativo è il modo migliore per mettere sabbia negli ingranaggi e romperli o ritardarne l’attività, molto di più di quanto possa l’intenzionale eventuale atteggiamento dei dirigenti.

In ogni caso, Alesina e Giavazzi ignorano o fingono che non valga assolutamente nulla la giurisprudenza costituzionale affermatasi a partire dalla sentenza 103/2007, che considera incostituzionale lo spoil system in particolar modo perché lesivo del principio di continuità dell’azione amministrativa.

L’economia, l’aziendalismo, l’autoreferenzialità e il darsi di gomito col potere non dovrebbero prescindere dalle decisioni di autorità come la Consulta.

Ulteriore affermazione che lascia davvero di stucco è la presa d’atto del rischio che “le nomine siano solo politiche, e cioè invece che di dirigenti preparati il ministro scelga in base alle appartenenze politiche”. Rischio, tuttavia, secondo gli Autori, neutralizzato dalla circostanza che siano gli elettori a decidere se un governo ha cambiato qualcosa”.

Queste considerazioni sono sconfortanti. Si scade, ancora una volta, nel “lavacro” elettorale. Ogni atto, anche il più incostituzionale e odioso, come la cooptazione per ragioni politiche dei dirigenti, selezionati non in base al tanto evocato “merito”, ma per l’appartenenza politica.

Affermano, come visto, gli editorialisti che “i cittadini giudicheranno un governo anche dalla qualità delle persone cui hanno affidato l’amministrazione dello Stato”. Alesina e Giavazzi dimenticano che i cittadini non giudicano per nulla i governi sotto questi aspetti. Non hanno sufficienti informazioni e capacità valutative per questo. E l’andamento delle votazioni di questi ultimi 20 anni lo dimostra ampiamente.

Come cittadino, io pretenderei che l’alta dirigenza sia competente, selezionata non in relazione alle simpatie politiche ma per la preparazione mostrata con la selezione concorsuale, prima e con una seria valutazione, poi. Perché col politico posso negoziare, chiedere di innovare. Col dirigente debbo pretendere di avere l’applicazione corretta ed imparziale di ciò che la politica ha deciso prima, sulla base della negoziazione e dell’innovazione decisa. Far svolgere all’alto dirigente un ruolo politico è esiziale per i principi di democraticità, giusto procedimento, imparzialità, efficacia e concorrenza. E lo spoil system, introdotto nel 1993 è certamente uno dei mali più gravi dell’Italia. Non è un caso che 20 anni di economia bloccata e pessima qualità dell’azione di governo coincida con la deleteria presupposizione che inserendo tra i dirigenti gli “allineati” e non i competenti si governi meglio.

Semplicemente assurda, poi, è la chiosa: “E’ comunque un sistema migliore [quello della cooptazione, nda] di quello di oggi in cui dirigenti non eletti ostacolano e influenzano l’operato di governi eletti direttamente, o indirettamente come nel caso di questo governo «tecnico»”.

Abbiamo letto bene? “Dirigenti non eletti?”. Ma cosa pretendono, Alesina e Giavazzi? L’elezione dei dirigenti? Il possesso di una tessera di partito, lo schierarsi proprio nei soggetti chiamati ad amministrare concretamente, in totale dispregio dei principi di separazione tra politica e gestione, accertati dalla Consulta e dal legislatore sulla base della lettura degli articoli 97 e 98 della Costituzione?

Oltre un secolo di diritto amministrativo e di cultura gestionale verrebbero malamente gettati via se passasse un’idea come questa, per la quale l’attività amministrativa è “innovatrice” solo se schierata, bandendo il tratto saliente che dovrebbe caratterizzare la qualità della dirigenza: l’imparzialità. O vanno bene, invece, le richieste fatte da attuali ministri, ad esempio, al Vaticano, per ottenere poltrone importanti alla Banca d’Italia? Perché una dirigenza “eletta” finirebbe, ovviamente, per dipendere dall’opaca (per non dire altro) rete di cortesie, favori, favoritismi che caratterizza le trame della politica delle “nomine”.

Una coscienza liberale dovrebbe prendere atto che proprio il potere di “nomina” di dirigenti e manager è una delle più deleterie cause dell’inefficienza di aziende sanitarie, società partecipate e imprese di Stato o comunque pubbliche. E’ disarmante vedere che due campioni del liberalismo come Alesina e Giavazzi paventino soltanto l’assurda ipotesi dell’elezione della dirigenza.

In conclusione, poi, sarebbe da rammentare ai due editorialisti che i governi non sono eletti né direttamente, né indirettamente. Non sono eletti per nulla. Una rinfrescata alla Costituzione non farebbe male, prima di sparare editoriali populisti, tesi solo a giustificare l’operato di un Governo fallimentare e, purtroppo, anche a giustificare l’inefficacia di un piano, come quello presentato – che combinazione – da Francesco Giavazzi, che, se giace, non è per colpa di qualche dirigente col quale si sarà forse accapigliato, ma delle non scelte del Governo.


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