Neanche 48 ore dopo la vittoria di Pier Luigi Bersani alle primarie del centrosinistra, tornano lancia in resta gli ex “rottamati”. Quotidiani e organi di informazione traboccano delle dichiarazioni della vecchia guardia del Pd, che non nasconde una generale soddisfazione per l’esito del ballottaggio di domenica. E, soprendentemente, incensa le primarie come mai in precedenza.

Insomma, l’hanno scampata, anche se non lo ammettono apertamente. In modo molto più esplicito, invece, gli ex “zero incentivi” cercano di arrogarsi i meriti di un successo, quello che ha consegnato al segretario la patente di candidato premier, incontestabile sul profilo numerico, ma tutto da decifrare in fatto di equilibri interni al partito.

A caldo, domenica sera, di fronte ai microfoni di TgCom24 e La7 e si erano precipitati, in successione, Massimo D’Alema e Rosy Bindi, quest’ultima presidente del partito nella campagna delle primarie tutt’altro che super partes, arrivando ad additare il nemico pubblico Matteo Renzi come “figlio del berlusconismo”.


D’Alema, tutt’altro che rattristato per la vittoria di Bersani, aveva cercato di sgonfiare il fenomeno Renzi, a suo dire creato ad arte da media unanimemente compiacentimagari dimenticando le posizioni assunte a più riprese da Eugenio Scalfari – e confermando la sua volontà di non ricandidarsi, anche se “continuerò – ha affermato – a dare una mano a Bersani”.

Ora, si parla già, per l’ex presidente del Consiglio, di un ruolo comunque di primissimo piano, che potrebbe riservargli la Farnesina o alternativamente, in una scelta più di cuore, portarlo a rimpiazzare Nichi Vendola nella sua amatissima Puglia.

Rosy Bindi, sulla futura candidatura, aveva tergiversato già in diretta domenica sera: “Deciderà il partito“, aveva annunciato quando ancora era in corso il conteggio delle schede. Oggi, l’ex ministro della Sanità torna a occupare i titoli dei quotidiani per un presunto fuorionda in cui affermerebbe sprezzante: “Bischero, mi presento per altre quattro legislature”.

E non è finita qui: altre dichiarazioni di storici dirigenti arrivano a cascata, quasi a testimoniare il sospiro di sollievo di una classe che per la prima volta si è sentita messa in discussione al suo interno, lì dove le sue contraddizioni sono naturalmente più conosciute.

Ciò nonostante, la vittoria di Bersani è stata schiacciante dal punto di vista numerico: sei elettori su dieci hanno scelto il cosiddetto “usato sicuro”. E non manca di farlo notare Beppe Fioroni, storico dirigente popolare ed ex ministro, che ha rilasciato al Quotidiano nazionale il suo eloquio post primarie.

Mi sono impegnato pancia a terra per la campagna di Bersani e il peso di noi ex popolari è ben visibile nelle regioni dove è andato oltre il 70%“. A buon intenditor, poche parole. Soprattutto, a suo avviso, così come per Rosy Bindi, il sindaco rottamatore avrebbe ben poco in comune con il fronte storico dei cristiano sociali del centrosinistra: “Renzi può essere ricondotto a una prospettiva liberaldemocratica, non certo alla cultura cattolico democratica di noi popolari”.

Più sfumato, invece, il giudizio di un altro “grande vecchio” del Pd, l’ex presidente del Senato Franco Marini, che dalle colonne del Messaggero accusa Renzi di essersi “rifugiato negli slogan. Bersani ha vinto alla grande il confronto televisivo – riconosce Marini – mettendo in ombra l’idea di una politica personalistica e padronale”.

Sortite che, se vogliamo, non lasciano proprio di stucco, nella solita gara alle strette di mano per il vincitore. A stupire è invece la nonchalance con cui gli inossidabili del Partito democratico compiono vere e proprie giravolte sul valore delle primarie come strumento di mobilitazione popolare e di legittimazione della premiership.

In passato, si era da più parti denunciato come le elezioni per il candidato premier fossero a rischio “infiltrazioni”, che non rispecchiassero i reali rapporti di forza, che potessero generare esiti indecifrabili e insidiosi per le elezioni politiche.

Oggi, gli ex rottamati si scoprono anche ultras delle consultazione popolare, uno strumento a cui, in larga parte, erano ostili fino a pochi giorni fa, dopo anni di scontri frattricidi su possibili inquinamenti del voto e così via.

La verità è che, ora, tra i dems i detrattori storici delle primarie sono improvvisamente una specie estinta, a partire dallo stesso D’Alema, cui si sono accodati, infine, anche dagli altri dirigenti fino a domenica a rischio “rottamazione”.

Si sono rivelate lo strumento più forte di tutti ai fini di un rinnovato coinvolgimento dei nostri militanti e in generale dei cittadini”, ha riconosciuto Marini, cui ha fatto eco il “commilitone” Fioroni: “Mai tifato per le primarie, ma stavolta sono state un baluardo democratico: grazie all’ampia partecipazione e alla larghissima vittoria di Bersani il Pd è ora l’unico argine all’antipolitica”.

Nelle ultime ore, si è detto sul fronte metereologico, sarebbe iniziato ufficialmente l’inverno. A volte, bastano davvero due domeniche d’autunno a far girare il vento.

 


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