Se, in ambito sportivo, il responso del campo è inappellabile, quando il match riguarda due candidati alla carica di primo ministro i contorni della vittoria sono irrimediabilmente più sfumati.

E la riprova la fornisce il “day after” del confronto andato in onda ieri su Raiuno, in prima serata, tra Matteo Renzi e Pier Luigi Bersani, in vista del ballottaggio decisivo di domenica.

Intanto, cominciamo col dire che già lo svolgimento del confronto è una vittoria per il sistema democratico italiano, dopo decenni di false interviste e rinunce a ridosso delle urne.


Finalmente, dopo il match a cinque andato in onda su SkyTg24 il 12 novembre scorso, ieri è stata la volta di un dibattito in puro stile americano tra quelli che, attualmente sono i due candidati più credibili nella corsa a palazzo Chigi dell’intero arco politico.

Ciò che, però, manca ancora dell’America e delle sue grandi lezioni di democrazia, è la capacità degli organi di informazione – e dei cittadini – di assumere una linea netta, precisa dopo la conclusione del confronto che indichi il vincitore senza troppi distinguo.

A vedere i sondaggi e le pagelle dei principali siti web, infatti, è palese la tendenza, tanto dei lettori, quanto degli operatori della comunicazione, a indicare come match winner della serata il proprio candidato favorito, a prescindere dalla sua performance.

Come interpretare, infatti, alcuni dati in lampante controtendenza, come il sondaggio di pubblicogiornale.it che vede Bersani in testa per 55% contro il 45% di Renzi, a fronte di liberoquotidiano.it, i cui addirittura l’86% dei lettori assegna al sindaco la palma di migliore della serata?

La motivazione è insita nel vizietto, tutto italiano, di come il senso di appartenenza finisca spesso per veicolare l’opinione, quasi come ci si trovasse a difendere la propria squadra del cuore dopo una partita non troppo convincente.

E così, secondo i lettori di siti e giornali più orientati al centrodestra, a mettersi in luce è stato il candidato Renzi, tra i due quello indubbiamente il meno inviso agli elettori dell’ex fronte berlusconiano.

D’altra parte, trattandosi comunque di due candidati di centrosinistra, la bilancia è più in bilico su siti e giornali più vicini allo schieramento dei  leader. Qui, dove si raccolgono i veri supporters dei papabili premier, la sfida dei sondaggi è all’ultimo click, come dimostra la rilevazione di repubblica.it, dove Renzi e Bersani sono appaiati al 48% ciascuno.

Ancora, sulle pagine più istituzionali di corriere.it e ilsole24ore.com, la percentuale più alta di preferenze la raccoglie il primo cittadino toscano: trattandosi di organi a target misto, ed essendo il fronte di centrosinistra spaccato tra i due  – tanto alle urne, quanto di fronte al pc – sono, forse, i lettori di centrodestra che scelgono Renzi a portare le percentuali oltre il 60%.

Sul fronte dei professionisti, la musica è simile: su la Repubblica, Lucia Annunziata tributa un 8 a Renzi e un 6 a Bersani; Natalia Aspesi 8 al segretario e 7 a Renzi, Francesco Merlo rispettivamente 6+ e 6-.

Sul Corriere della Sera, invece, il critico televisivo Aldo Grasso mette a registro un 6 a Bersani e 7 a Renzi, mentre Aldo Cazzullo e Francesco Piccolo salomonicamente danno 7 e 7,5 ad ambo i contendenti.

Si è scritto, a ragione, come i confronti tv di Sky e Raiuno abbiano fatto compiere dei passi avanti per la democrazia nel nostro Paese, che finalmente pare aver introiettato che negli Stati “modello” come Usa, Francia e Germania è un passaggio irrinunciabile prima del voto.

Però, la mentalità di un corpo elettorale non si cambia in due ore di talk-show, serve la maturazione di una cultura che sappia giudicare con passione, ma senza perdere di vista l’obiettività, l’esito di un confronto che non è un turno di Champions a eliminazione, ma un’opportunità per il Paese di capire la persona più indicata a lavorare nell’interesse di tutti.

Quando Obama perse il primo dibattito contro Mitt Romney, le tv e i siti americani, che di certo non hanno antipatia per il presidente – se si esclude Fox News – non si sono nascosti, mettendo in evidenza la prestazione di un Obama insolitamente appannato.

In Italia, è compito degli operatori dell’informazione fare da battistrada: valutare i confronti con meno ambiguità, più coraggio e giudizi precisi non significa necessariamente indossare una divisa, ma dare ai lettori input più chiari. In questo modo, forse, la sindrome da tifoseria potrebbe allentarsi anche nel corpo elettorale, finendo, magari, per rendere più veritieri anche i sondaggi che rischiano di essere una semplice “conta” tra fan di uno o dell’altro.

 


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