Ora che si è svolto l’Open Government Summit a Roma il 6 Novembre e mentre in giro per il mondo si parla, in diversi modi, dell’influenza di internet sulla società contemporanea, è opportuno vagliare lo stato della discussione sul tema dell’amministrazione digitale, la quale, sebbene se ne discorra sempre di più in questo periodo, rimane sovente confinata ad ambienti di nicchia.

Vanno fatte due doverose premesse. In primo luogo, l’Italia è piena di menti brillanti, che non fuggono all’estero e producono valore nel nostro Paese, anche in campo informatico, sebbene sia meno noto rispetto ad altri aspetti del “made in Italy”; in secondo luogo, l’Italia è piena di prodotti ICT di qualità, che altrove ci invidiano.

Detto ciò, l’Italia ha anche, da ben sette anni ormai, una legislazione organica in tema di eGovernment, contenuta nel D. Lgs. 7 marzo 2005, n. 82, recante il “Codice dell’Amministrazione Digitale” (comunemente noto come CAD). Sfortunatamente, per larga parte inattuato. Questo significa che una strategia di innovazione della Pubblica Amministrazione, legata agli strumenti digitali, comincia a ricevere risonanza nell’opinione pubblica solo recentemente, tuttavia esiste ed è portata avanti già da svariato tempo, per la precisione almeno dagli anni novanta. Attende, semmai, di oltrepassare la Rete e giungere finalmente all’attenzione dei media tradizionali, posto che è il mezzo informativo ancor oggi privilegiato dalla maggioranza della popolazione, nonché di tutte le rappresentanze politiche e sociali.


Uno degli strumenti caratterizzanti del Governo Digitale è rappresentato dai dati aperti od open data, che costituiscono il trending topic del momento. Il primo Ente Governativo a farne un programma è stata l’amministrazione Obama nel 2009, diffondendosi poi la pratica nel resto del mondo, Europa compresa: da allora, c’è stata un’evoluzione significativa del loro utilizzo, del loro significato, del loro valore democratico, soprattutto in relazione alla trasparenza dell’attività amministrativa. Non meraviglia, dunque, la costituzione di associazioni e gruppi dediti allo studio della tematica, né l’apertura di molti portali pubblici nazionali (dati.gov) e regionali (Liguria, Piemonte) e locali (Milano), nonché iniziative volte a federare e connettere i vari portali a livello europeo, come il progetto Homer.

Sull’onda di questo successo, l’attuale Governo si è preoccupato di favorire la pratica di liberazione dei dati aperti, rendendola una regola e non un’eccezione.

Tuttavia, giova ribadire che i dati aperti non esauriscono il panorama dell’amministrazione aperta e digitale, ne costituiscono uno degli aspetti, non l’unico.

Per converso, si alimenta la discussione sugli altri strumenti esistenti, a partire dal Sistema Pubblico di Connettività (SPC). Esso rappresenta una produzione italiana di alta qualità in ambito informatico, al pari del Processo Civile Telematico (PCT), il quale ultimo non a casa viene studiato all’estero. Trattandosi di un framework per lo sviluppo, la condivisione, l’integrazione e la diffusione del patrimonio informativo e dei dati della pubblica amministrazione, che garantisce anche l’interoperabilità, il SPC si inscrive perfettamente nella morfologia dell’eGovernment.

Si spiega facilmente, allora, perché sia in atto un confronto, che si sviluppa in varie sedi e con proposte variegate, inerente il rapporto tra i diversi meccanismi, modalità e mezzi che contraddistinguono e definiscono l’eGovernment.

Ci si deve, difatti, interrogare su quale direzione stia prendendo questo movimento e quali siano le responsabilità e gli indirizzi che devono assumere la società civile e le istituzioni rispetto ad esso.

Il dibattito citato, lungi dal sopirsi, si accresce, tornando ad evidenziare le storiche lacune della governabilità italiana, dimostrando con veemenza l’assenza di una visione strategica.

I dati aperti, l’opengovernment, il civic hacktivism, liquid feedback, le infrastrutture telematiche come il SPC, per quanto denotano un notevole passo avanti ed aprono la nuova era della democrazia partecipata, da sole non bastano, finché non vengano messe a sistema.

Abbiamo bisogno di una sinergia, politica ed amministrativa, tra i vari livelli istituzionali centrali e locali, un coordinamento tra amministrazioni, che definisca una strutturazione organica delle politiche da perseguire in tema di innovazione tecnologica, una governance unica, seppur federata e partecipata, che delinei l’indirizzo programmatico e attuativo degli strumenti esistenti e, al contempo, contempli l’implementazione delle tecnologie stesse e delle normative pertinenti.

L’occasione non manca ed è data dalla neonata Agenzia per l’Italia Digitale: se riesce ad assicurare la continuità amministrativa ed operativa degli enti che sostituisce ed è accompagnata da un’efficace lungimiranza politica, ha la possibilità di incarnare l’Ente strategico adatto a uniformare finalmente l’amministrazione digitale sul territorio nazionale e rendere l’Italia la democrazia digitale che già esiste in potenza.

 


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