L’approvazione del decreto-legge sul riordino/riduzione delle Province apre scenari sempre più inquietanti sul piano della legittimità costituzionale.

Il primo è di ordine metodologico. A prescindere dal fatto che l’art. 17, comma 4, della legge n. 135/2012 parla di “atto legislativo di iniziativa governativa” e non di decreto-legge, sappiamo che la Costituzione prevede l’adozione di provvedimenti provvisori aventi forza di legge (art. 77, comma 2) unicamente in presenza di una situazione attuale (e non potenziale) di straordinarietà, urgenza e necessità per fronteggiare la quale non è possibile provvedere con gli strumenti legislativi ordinari. La manfrina del contenimento della spesa pubblica non regge più e, comunque, alla luce di recenti interventi del giudice costituzionale (sentt. n. 148 e 151/2012 Corte cost.), non può spingersi fino al punto di ledere e comprimere la sfera di autonomia degli enti locali territoriali e, pertanto, anche della loro identità territoriale che dell’autonomia è il presupposto logico. Inoltre, l’ ha indicato come sempre brillantemente Carlo Rapicavoli, è precluso alla decretazione legislativa d’urgenza intervenire in materia costituzionale (art. 72, comma 4, Cost.), poiché, sul punto, sebbene in dottrina non via sia un’unanimità di consensi, esiste una riserva di assemblea intesa quale riserva di legge formale. Si è obiettato che, in questo caso, si sarebbe in presenza di una norma che non incide sulla ripartizione della competenza, ma che apparirebbe destinata solamente assicurare la piena e totale partecipazione dei membri di ciascuna Camera alla discussione ed approvazione di leggi di un certo rilievo. Tuttavia, la ratio della disposizione costituzionale, che non può non ravvisarsi nella opportunità di far discutere determinati disegni di legge di importanza politica ed istituzionale in una sede che per sua natura implichi garanzie di pubblicità delle scelte, presuppone il ricorso alla legge formale. Se così non fosse, che senso avrebbe l’ imporre un esame ed un’approvazione da parte dell’Assemblea se questi possono venire aggirati attraverso un mutamento di atto legislativo? Quanto poi alla definzione di “materia costituzionale”, utilizzata nell’art. 72, comma 4, Cost., mi sento di aderire alla tesi di Rapicavoli quando vi fa rientrare anche le riforme ordinamentali. Non sono dell’idea che l’espressione utilizzata dal legislatore costituente si riferisca esclusivamente alle leggi formalmente costituzionali o di revisione costituzionale (in questo senso si sono espressi Cicconetti, Lavagna, Martines), ma che includa anche le leggi ordinarie integrative o attuative di precetti costituzionali (Esposito, Mazzitti, Mortati) tra le quali rientrano a pieno titolo quelle di mutamento della circoscrizioni provinciali (art. 133, comma 1, Cost.) e quelle (art. 117, comma 2, lett. p), Cost.) sull’ordinamento e sulle funzioni di Città metropolitane, Province e Comuni. Del resto, aderando alla prima interpretazione non sarebbe messo in discussione il carattere generale della legislazione ordinaria?

Il secondo è di ordine sostanziale. L’art. 1 del decreto-legge adottato dal Governo Monti sul riordino introduce, all’art. 3 del d.lgs. n. 267/2000, un comma aggiuntivo, il 3 bis, con il quale si elevano a rango legislativo i parametri della densità demografica e dell’estensione territoriale fino ad ora contenuti nella deliberazione del 20 luglio 2012. In questo modo, l’Esecutivo attribuisce alla legge il potere di stabilire a priori il numero delle Province (ridotte da 86 a 51). Nel dettato costituzionale, invece, non è stabilito alcun limite numerico, con l’unica eccezione delle Regioni elencate nell’art 131 Cost. Riflettendo su quest’aspetto, vi è chi ha sostenuto che, proprio per la mancanza del numero, è possibile ridurre/riordinare le Province senza la necessità di modifica della Costituzione. Questa affermazione, seppur vera, necessita di essere puntualizzata. Infatti, è vero che le istituzioni provinciali non sono garantite nella loro complessiva esistenza, ma questo in relazione al fatto che si può mutarne la circoscrizione su atto d’impulso dei Comuni ai sensi dell’art. 133, comma 1, Cost. Pertanto, al di fuori dell’iter indicato nel Testo fondamentale, ogni ipotesi di riduzione è incostituzionale. La tesi, secondo la quale la norma costituzionale invocata è applicabile solo a ipotesi di mutamento puntuale, non è sostenibile per due ordini di ragione: in primo luogo, perché una tale limitazione non è in alcun modo contemplata dall’art. 133, comma 1, Cost., in secondo luogo, perché già dai lavori dell’Assemblea Costituente vi era l’intenzione che l’istituzione di nuove Province e la modifica di quelle esistenti avvenissero con un atto che fosse espressione delle popolazioni direttamente interessate e, quindi, non fosse imposta dall’alto.


Insomma, a differenza di Halloween, qui le mostruosità ci sono davvero.


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4 COMMENTI

  1. Roba da non credere. Se la prendono con le province perchè i comuni erano tanti e le regioni sono intoccabili, pur se sono il vero salasso al bilancio dello stato. Poi la comica è che come si farà a mantenere 51 super province con sole 4 funzioni? Ma come? Facciamo mega province, governi di area vasta e li spogliamo di importanti funzioni? Mi chiedo anche che fine farà la Polizia Provinciale, nessuno ne parla, eppure se leggiamo sul web ogni giorno questo corpo di polizia effettua attività insostituibili, che nessuno potrà mai svolgere qualora venga smantellato, ultimamente si occupa anche di importanti materie che nè la regione nè i comuni potranno svolgere. Ma il discorso non termina qua. Se andate nelle province virtuose vedrete che sono enti amminitrati con oculatezza e che svolgono un ruolo “INSOSTITUIBILE” altro che enti di 2° livello o peggio enti inutili. Dare alle province più compiti e funzioni semmai, riconoscergli quel ruolo di ente di area vasta che supera i localismi e gestisce materie importanti che nessun ente potra mai svolgere. Un’altro aspetto: la funzione di ambiente e aspetti di propria competenza cosa riguarderà? cosa ingloberà? Credo che quella dele province sia una grande CANTONATA. Tanto caos, tanti disservizi e nessun risparmio a breve, medio e lungo termine.

    Riordinando così le province si violerà palesemente la Costituzione.

  2. Esiste poi un altro fronte che indica il massacro di norme in corso sotto gli occhi dei parlamentari (ma perchè Matteotti ha sacrificato la sua vita per avere un parlamento come questo?). E’ il fronte dell’autonomia della regione, che è chiamata dal TUEL a legiferare in materia di mutamento delle circoscrizioni provinciali. Il Veneto l’ha fatto e il governo fa finta di niente? Ma lo sapete poi che variare il numero e l’assetto delle province è cntrario allo Statuto della regione Veneto? Che però non rivendica l’intangiblità della sua norma fondamentale. Perchè? Brusco Guglielmo

  3. LE PROVINCE: SE NON LE SALVA LA CONSULTA CI PENSA IL REFERENDUM
    Potrebbe succedere che in un anelito di ritrovata sovranità il Parlamento non converta il decreto legge. Poi la palla anzi la patata bollente passerà alla Corte Costituzionale e vedremo se almeno loro ci capiscono. Alla fine, per quanto mi riguarda e per non dargliela vinta ai tecnocrati ho aderito alla proposta referendaria lanciata da “Pensioni & Lavoro” ed ho già raccolto 72 firme… mica male.
    Deughis

  4. Perdonatemi, non ho sicuramente la presunzione di dare una soluzione ai problemi costituzionali di cui trattate, però, se il dettato è il seguente….

    Art. 133.

    Il mutamento delle circoscrizioni provinciali e la istituzione di nuove Province nell’ambito di una Regione sono stabiliti con leggi della Repubblica, su iniziative dei Comuni, sentita la stessa Regione.

    …..e finora le Province si sono formate con la cronologia che segue :
    1) iniziative dei comuni
    2) consultazione regionale
    3) legge conseguente.

    …forse, senza tradire il senso letterale dell’art. 133, si potrebbe procedere anche con un ordine cronologico diverso:
    1) legge
    2) consultazione regionale
    3) iniziativa dei comuni conseguente.

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