Era già nell’aria da alcune ore e alla fine la notizia ha trovato conferma: la Corte costituzionale, chiamata a pronunciarsi sul sistema elettorale delle Province e, dunque, sulla loro natura di enti locali territoriali di secondo livello, e sul trasferimento delle funzioni statali e regionali (ora esercitate dalle amministrazioni provinciali) ai Comuni, ha deciso di rinviare a nuovo ruolo la sua decisione in attesa che il procedimento sul riordino/riduzione avviato dal Governo sia completato.

Ritengo, però, sia utile un’attenta riflessione su questo rinvio operato dal giudice delle leggi. A me sembra che, nel caso specifico, siamo in presenza di un decreto del Presidente con scopi meramente dilatori, ossia finalizzato a differire il più possibile questioni scomode e dal forte impatto politico-istituzionale. In base al principio che regola l’attività della Corte costituzionale, la corrispondenza tra quello che è richiesto e quello sui cui verte la decisione, nulla impediva al giudice delle leggi di assumere una decisione su aspetti come quello della natura dell’ente e delle funzioni che, sul piano normativo, sono già consolidati. Infatti, l’ultimo decreto-legge del Governo Monti sul riordino, approvato nell’ultima seduta del Consiglio dei Ministri, non incide né sulla qualificazione giuridica delle Province, quali articolazioni della Repubblica con rappresentanza politica di secondo grado (se non in relazione al numero dei consiglieri provinciali), confermando in questo modo l’impianto del salva Italia (decreto-legge n. 201/2011), né interviene sulla titolarità delle funzioni statali e regionali, ma oggi delegate alle Province, che dovranno essere riallocate a livello comunale.

Proprio la mancanza di una decisione in materia da parte della Corte, sebbene perfettamente legittima sotto il profilo procedurale, avrebbe in realtà aiutato a fare chiarezza circa le diverse problematiche emerse in questi mesi, collegate agli interventi normativi dell’Esecutivo e, forse, avrebbe consentito al legislatore di capire quali limiti, se la Corte li avesse ravvisati, non possono essere oltrepassati dalle fonti interne subordinate alla Costituzione quando mettono mano all’ordinamento degli enti locali.


Peccato, perché sarebbe stata una bella occasione.


CONDIVIDI
Articolo precedenteEsodati, ancora pochi giorni di tempo. Ecco come presentare domanda
Articolo successivoDipendenti pubblici, dal 2014 pagati gli scatti di carriera nella PA

1 COOMENTO

  1. Hanno rinviato per il semplice motivo che quanto fatto con il salva-italia è incostituzionale.
    Così come sanno che è incostituzionale il decreto legge di accorpamento dell’altro giorno firmato da Napolitano e proposto proprio dal governo di salvezza proprio da lui fortissimamente voluto.
    Già la Corte aveva cancellato l’incostituzionale legge sulla privatizzazione dei servizi pubblici locali, impegno preso con la BCE.
    Poi è stata la volta della cancellazione delle norme discriminatorie sul TFR dei dipendenti pubblici.
    Ora sarebbe stato troppo imbarazzante questa decisione da prendere su un altro degli impegni sottoscritti nell’estate del 2011 a livello europeo davanti all’imminente fallimento dell’Italia.
    Tutti provvedimenti condivisi sena battere ciglio dal Preseidente della Repubblica prima e passati senza alcuna obienzione al vaglio delle Commissioni Affari Costituzionali delle Camere poi.
    Meglio rinviare, queste cose cose ce le chiede l’Europa!
    Rinviare e sperare che in Parlamento si sbrighino a cambiare il titolo V per permettere di modificare l’ordinamento statale e locale a colpi di decretazione d’urgenza.
    Magari sarà verò che come dice più di qualche economista la democrazia ha tempi troppo lunghi per i mercati. Evidentemente cominciano a pensarlo anche i giudici della suprema Corte.

SCRIVI UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here