Era stato annunciato alll’interno del ddl anticorruzione, poi, quando il testo è stato portato alle Camere, conteneva solo una delega futura al governo. Ora, finalmente, la conferma: alle prossime elezioni la norma sull’incandidabilità dei condannati sarà in vigore.

A confermarlo, il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, arrivata a rassicurare tutti coloro che, dopo l’approvazione del testo contro i fenomeni corruttivi, lamentavano un colpevole ritardo del governo sulla norma che chiude le porte di Montecitorio e palazzo Madama ai condannati.

Il governo, dunque, ha fretta di esercitare quella delega che, nel provvedimento anticorruzione, veniva fissata al termine ultimo di un anno, ma che proprio i ministri assicurarono di voler mettere in pratica quanto prima, già nell’arco di un mese, a fronte delle incombenti elezioni regionali e politiche.


A quanto pare, infatti, la norma non varrà solo per le consultazioni politiche, ma anche per quelle a livello locale: chi abbia sentenze passate in giudicato, insomma, non potrà candidarsi a cariche elettive.

Dunque, una svolta in senso legalitario del governo Monti, dopo i recenti scandali di malaffare a tutti i livelli di governo, sia in quelli centrali che in quelli più periferici, Regioni in primis?

Non proprio. Secondo quanto trapela, nella bozza che verrà affinata nelle prossime ore, di concerto con i ministri per la Funzione pubblica Patroni Griffi e della Giustizia Severino, a essere esclusi da incarichi elettivi saranno solo i condannati in via definitiva, per reati particolarmente gravi e contro la pubblica amministrazione.

Non solo.  Chiamati fuori da ogni genere di incarico, saranno coloro che dovranno scontare una reclusione non inferiore a due anni. L’interdizione, tra l’altro, avrebbe una durata duplice rispetto alla pena effettivamente comminata e sarà valida anche in caso di patteggiamento.

Naturalmente, vengono incluse, nel novero dei blocchi alle candidature, anche tutte quelle fattispecie di reato che denotano pericolosità e allarme sociale: si parte dal peculato, per poi passare all’eversione, fino alla mafia e ai reati per droga.

Purtroppo, come le cronache hanno raccontato negli ultimi anni, tipologie tutt’altro che estranee alla nostra classe politica la quale, in prima persona o per mezzo di intermediari, non ha mancato di macchiarsi la reputazione anche di comportamenti inqualificabili quando non efferati, oltre che contrari all’interesse collettivo.

Molto probabile poi, dopo i casi che hanno trasformato le casseforti dei partiti in bancomat a uso e consumo dei politici o dei loro prestanome, che vengano introdotti, come vincolanti alla candidatura, anche reati affini all’appropriazione indebita, e dunque fattispecie che, a livello di rilevanza penale, vengono giudicate “minori”, ma certamente non lo sono da parte dell’opinione pubblica.

E proprio lo sconcerto che questi casi inauditi nella storia repubblicana hanno generato nella popolazione, deve aver indotto i ministri del governo Monti ad approvare una legge che non escludesse, tra i filtri all’accesso per le cariche elettive, anche i reati contro il patrimonio.

Come noto, i condannati o indagati solo in Parlamento sono più di cento, dunque oltre uno su dieci, dove si contano accuse e capi d’imputazione tra i più vari e, purtroppo, gravi: dal concorso esterno in associazione mafiosa, al falso in atto pubblico, resistenza a pubblico ufficiale e frode fiscale.

Difficile, però, che una norma come quella annunciata finisca per incidere sensibilmente per far scendere questa percentuale: prima di tutto perché i processi, in Italia, durano più delle legislature e, soprattutto, perché molte di queste accuse finirebbero nel guazzabuglio della prescrizione.

A rigore di grammatica giudiziaria, infatti, vige la presunzione di innocenza fino a che la Cassazione non conferma la condanna: caso raro, in Italia, soprattutto per chi può contare su ampie tutele e eserciti di avvocati al proprio seguito, magari con lo scopo di dilazionare più possibile i tempi del dibattimento e cercando, così, di accedere ai termini per la prescrizione.

Dunque, caro governo Monti: va bene il garantismo, ma in questo momento c’è bisogno di uno scatto etico in più, per riavvicinare i cittadini alle istituzioni: aspettare la sentenza definitiva non può essere abbastanza e, soprattutto, non può far gridare al miracolo.

 


2 COMMENTI

  1. Una cosa non è chiara: va bene con condanne in primo, secondo o terzo grado (tratandosi del merito ci si potrebbe fermare al secondo), ma non è detto che tutti i reati siano disonorevoli. Molto dipende dal regime politico vigente. Talvolta, quello che oggi è considerato reato, ieri non lo era e, magari, non lo sarà domani. Per cui occorrerebbe anche distinguere quali reati impediscono una candidatura qualsivoglia.

  2. E dunque? Secondo questa logica, chi viene condannato in via non definitiva e dunque la sua sentenza non è passata ancora in giudicato non dovrebbe potersi candidare?

    Che dire? Un ragionamento che mi lascia sbigottito! Una legge che vietasse ai condannati in via non definitiva di accedere alle cariche elettive sarebbe incostituzionale se la preclusione fosse basata solo sulla condanna non definitiva, proprio in ragione della presunzione di innocenza costituzionalmente sancita. Perché a questo punto la norma si baserebbe su un pregiudizio.

    La sensazione è che la moda forcaiola molto in voga nel nostro paese voglia affermarsi come diritto. Il problema non è la legge in sé, è la cultura politica che è amorale e non etica. Ma moralità ed etica, sappiamo bene non sono necessariamente coincidenti con il diritto. E il diritto italiano – soprattutto quello costituzionale – afferma chiaramente che una persona è colpevole solo se la sentenza è passata in giudicato.

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