Il tempo, per i candidati, sta scadendo: ancora poche ore e oltre 200 milioni di Americani saranno chiamati a eleggere il prossimo presidente degli Stati Uniti.

Ogni elezione di un presidente americano è un bivio nel corso della storia mondiale: dalla decisione che prenderanno i cittadini statunitensi, domani, si inizierà a conoscere uno scorcio del mondo che verrà.

Nonostante l’importanza della scelta, però, gli americani non sembrano sentire più di tanto il peso dei destini del’umanità sulle proprie spalle: normalmente, infatti, l’affluenza ai seggi è di quelle che noi italiani – un popolo più avvezzo alla partecipazione elettorale – definiremmo senza pensarci troppo “molto bassa”.


Basti pensare che le scorse consultazioni, dove è stato eletto presidente Barack Obama, hanno chiamato al voto il 56.8 percento degli aventi diritto, numero passato agli annali come “affluenza record” dopo il distacco dalle urne degli scorsi decenni. Non va dimenticato, comunque, che negli Usa, prima del voto è necessario iscriversi agli appositi registri elettorali: una procedura, dunque, un po’ più macchinosa rispetto a quanto siamo abituati in Italia.

Quest’anno la partecipazione sembra in linea con il caso precedente: basta vedere il dato del cosiddetto “early vote“, cioè la possibilità che viene concessa in alcune aree di esprimere la propria preferenza prima dell’election day. Nel 2008, circa il 30% degli aventi diritto si espresse in anticipo, dando il la alla vittoria del candidato democratico.

Gli ultimi dati disponibili sulle elezioni attuali, parlano di 30 milioni di elettori che hanno votato per posta o nei seggi già aperti: tra questi, anche il presidente in carica, che ha esercitato il suo diritto a Chicago, il 25 ottobre scorso.

Quattro anni fa, Obama si insediò alla Casa bianca ottenendo il 53% dei voti, contro il 46% del suo avversario repubblicano, il veterano di guerra John McCain. Il presidente riuscì ad aggiudicarsi ben 365 delegati, mentre il suo sfidante solo 173.

Ecco la parola chiave per scoprire chi vincerà le elezioni di domani: delegati. Già, perché il sistema elettorale americano, basandosi su un territorio organizzato in Stati federali, assegna a ciascuno di essi un certo numero di “grandi elettori“, che saranno poi coloro che, materialmente, decideranno il nome del futuro presidente.

Questi, sono definiti in base ai rappresentanti che ogni Stato “invia” alla Camera dei deputati, e calcolati, stringendo, sulla densità abitativa: chi si aggiudica il maggior numero di voti in ogni Stato, porta a casa tutti i delegati in palio.

Dunque, non sono direttamente i cittadini americani a eleggere il loro presidente, ma i delegati che verranno assegnati in ogni singolo Stato dell’Unione federale. In totale, i grandi elettori sono 538, numero che fissa la maggioranza assoluta, e dunque la quota minima per essere eletto, a 270.

Così, per assurdo, può accadere che il candidato che, in senso assoluto, prende numericamente più voti, non risulti, a spoglio ultimato, il presidente eletto. Un’eventualità che accadde non troppi anni fa, nel 2000, quando a ricevere più consensi fu il democratico Gore, mentre a entrare alla Casa bianca fu George W. Bush, pur con le contestazioni note nello stato della Florida.

E proprio sul bacino della Florida si svolgerà, anche quest’anno, una delle battaglie decisive per l’elezione del nuovo presidente: siccome ogni Stato elegge una certa quantità di grandi elettori, infatti, diventa necessario avere la meglio lì dove i delegati sono quantitativamente importanti e l’esito della competizione è piuttosto incerto.

E’ per questo che, nelle ultime ore, Obama e Romney stanno concentrando i loro sforzi su aree selezionate, lì dove la contesa elettorale è tradizionalmente in bilico. In gergo, vengono chiamati gli “Stati chiave” e la storia – e i numeri – insegnano che chi avrà la meglio in essi, diventerà il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America.

Solitamente, oltre alla Florida, che assegna ben 29 grandi elettori, tra gli Stati incerti vengono annoverati Nevada, Colorado, Indiana Virginia. Ma ce n’è uno che, più di tutti, pare essere l’ago della bilancia per i candidati: l’Ohio. Lì, da diversi decenni chi prevale diventa regolarmente presidente.

Con i suoi 18 grandi elettori e la sua grande popolazione lavoratrice, soprattutto nell’industria delle auto, l’Ohio è abitualmente il risultato più atteso e peggio pronosticato: di norma, quando si conoscono i suoi risultati, si scopre il nome del vincitore delle elezioni americane.

E’ per questo che grandi aree come la California, il Texas o New York non vengono battute negli ultimi scampoli di campagna elettorale: per i candidati, meglio concentrare i propri sforzi negli Stati oscillanti e molto rappresentativi, piuttosto che in quelli già virtualmente assegnati.

Ancora poche ore di attesa e sapremo chi, tra Obama e Romney, avrà convinto non solo più americani, ma soprattutto quelli degli Stati chiave, riuscendosi ad aggiudicare, così, i grandi elettori che mettono in competizione.

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  1. […] una costa all’altra, stanno via via aprendo i seggi, anche se circa 30 milioni di elettori hanno già espresso la propria preferenza grazie alle pratiche – a noi sconosciute – dell‘early vote, cioè […]

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