Sono sempre di più rispetto al passato gli Italiani che vogliono risparmiare, o meglio vorrebbero, ma non ce la fanno, mentre diminuisce sensibilmente il numero delle famiglie che riescono ancora in quella che ormai sta diventando una vera e propria impresa. Segno di quanto gravemente sta colpendo la crisi in Italia, tradizionalmente terra di risparmiatori.

Queste le conclusioni dell’indagine per l’88esima Giornata Mondiale del Risparmio, che si tiene il 31 ottobre a Roma sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, organizzata congiuntamente dall’istituto di statistica Ipsos e dall’Acri (l’Associazione che rappresenta collettivamente le Fondazioni di origine bancaria e le Casse di Risparmio S.p.A.) e intitolata significativamente “La sfida della ripresa poggia sul risparmio”. Partecipano il Presidente Acri, Giuseppe Guzzetti, il Presidente Abi, Giuseppe Mussari, il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco ed il Ministro dell’economia, Vittorio Grilli.

Secondo quanto emerge dalle rilevazioni compiute, solo il 28% delle famiglie sono riuscite a risparmiare nel corso dell’ultimo anno. L’anno scorso erano il 35% e nel 2010 il 36%, più di un terzo del totale. Ora a prevalere è il numero di coloro che spendono tutto quello che guadagnano, arrivando al pareggio (40%). Le persone che per vivere intaccano i propri risparmi precedentemente accumulati o addirittura sono costrette ad indebitarsi rappresentano ormai il 31% del totale (in crescita dal 29% del 2011), superando numericamente coloro che riescono ancora a risparmiare. Aumenta anche il numero di famiglie direttamente colpite dalla crisi: sono il 26%, più di una su quattro, contro il 23% del 2011.


Per quanto riguarda il capitolo dei consumi, poi, il rapporto spiega che è semplicistico parlare di una loro riduzione, in quanto “è in atto un vero e proprio cambio di paradigma generato dalla reale contrazione del potere d’acquisto delle famiglie, dalle preoccupazioni future e dalla volontà di ricostruire gli stock di risparmio, sempre più ridotti”.

Una fotografia impietosa, che rende chiaramente la drammaticità con cui la crisi economica da una parte e l’effetto delle manovre correttive di bilancio dall’altra (ben 5 nell’ultimo biennio) si sono abbattuti, potenziandosi a vicenda, sugli Italiani. La loro propensione al risparmio, così connaturata alla storia nazionale, si rafforza proprio a causa della crisi economica, assumendo le sembianze di un’ancora di salvataggio, una garanzia di sicurezza anche sotto il profilo psicologico. Secondo lo studio, tra gli Italiani “il 47% non riesce proprio a vivere tranquillo senza mettere da parte qualcosa, percentuale in crescita rispetto agli anni precedenti (era il 44% nel 2011 e il 41% nel 2010)”.

L’86% degli intervistati ritiene che l’attuale crisi sia molto grave e, per quanto riguarda le prospettive, oltre 3 su 4 si aspettano che duri almeno altri 3 anni, nonostante le rassicurazioni in merito del Presidente del Consiglio Mario Monti, che il mese scorso  aveva parlato di un 2013 in ripresa. Pur senza voler usare l’ormai abusata metafora della “luce in fondo al tunnel”, torna a crescere, un po’ a sorpresa, la fiducia nel futuro. Considerando complessivamente le prospettive personali, locali, nazionali, europee e mondiali, il 45% del campione si dice ottimista, contro il 38% di pessimisti ed un 17% “in equilibrio”. Il saldo positivo di 7 punti percentuali a favore degli ottimisti è particolarmente significativo soprattutto considerando che nel 2011 i pessimisti erano loro superiori di ben 14 punti percentuali. Segno che la maggioranza delle persone ritiene che il momento peggiore della crisi sia ormai alle spalle.

Ragguardevole la decisa riduzione di sfiducia nei confronti dell’Italia, per ben 20 punti percentuali. Gli sfiduciati riguardo al sistema Paese nel suo complesso, infatti, sopravanzano ancora di 5 punti percentuali i fiduciosi (il 37% contro il 32%), ma nel 2011 essi erano più della metà della popolazione (il 54%). Cresce anche la fiducia sulle prospettive future dell’economia europea, con gli ottimisti che sopravanzano di 11 punti percentuali i pessimisti (36 a 25), con un recupero simile che riguarda anche l’economia mondiale.

Resiste anche la soglia di fiducia dei cittadini italiani nei confronti dell’Unione europea (il 59%), anche se in costante calo: dal 2009 ad oggi i fiduciosi verso le istituzioni comunitarie sono diminuiti di 10 punti, anche a causa dell’incertezza dimostrata (sia a livello di Governi nazionali che di governance europea) nell’affrontare la crisi dei debiti sovrani. A pesare sul dato è poi, soprattutto, la moneta unica europea, indigesta agli Italiani fin dal suo arrivo il 1° gennaio 2002. Attualmente è insoddisfatto dell’euro il 69%. Anche su questo fronte, però, le prospettive future si rasserenano: il 57% ritiene che fra 20 anni avere l’euro sarà un vantaggio, e il dato è in crescita rispetto al 53% del 2011.

La fiducia è una variabile fondamentale sul terreno della scienza economica (e non solo). Certamente non si può prescindere dal “macigno” rappresentato dai numeri dell’economia reale, così come dalla volatilità dei numeri ancora maggiori (e veramente impressionanti) che possono essere mobilitati dall’economia finanziaria, ma è comunque innegabile il ruolo importantissimo giocato dall’aspetto psicologico, che a volte può essere decisivo nell’indurre un cambiamento di rotta. Rimane celebre, a questo proposito, il discorso inaugurale del Presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt il 4 marzo 1933, all’indomani della sua elezione e nel momento culminante della crisi del ’29: “Sono convinto se c’è qualcosa di cui avere paura è la paura stessa, il terrore sconosciuto, immotivato e ingiustificato che paralizza. Dobbiamo sforzarci di trasformare una ritirata in una avanzata…”.

C’è poi l’elemento del risparmio, strettamente legato alla dimensione della fiducia. È nei momenti di grande espansione economica che esso rischia maggiormente di essere trascurato, poiché quando l’economia “gira” è più facile far fronte alle spese, trovare lavoro e, in generale, avere sicurezza. Nei momenti di crisi, invece, la propensione al risparmio cresce in maniera inversamente proporzionale alla paura del futuro, ed è proprio in questi tempi che diviene più difficile poter assecondare questa naturale propensione alla sicurezza. Ma il risparmio, da solo, non fa la crescita. Se fine a sé stesso, anzi, esso immobilizza in maniera deleteria risorse che potrebbero essere altrimenti e più proficuamente introdotte nel ciclo produttivo. Una crescita fondata sull’indebitamento, d’altra parte, può essere solo una misura temporanea, d’emergenza, comunque sempre rischiosa.

Ecco allora che il risparmio diventa veramente un valore fondamentale, che fa sì che la crescita sia equilibrata proprio perché poggiata su buone fondamenta, se anziché essere “tesaurizzato” viene reinvestito in attività produttive. A questo proposito citiamo un’ultima volta un passaggio del resoconto Acri-Ipsos, dove si evidenzia appunto che manca la corretta percezione del valore che il buon reimpiego del risparmio può avere per rimettere in moto la crescita del Paese (e di questi mancati investimenti il sistema bancario ha una grande responsabilità): “Per gli Italiani il risparmio è un elemento importante per la ripresa (per il 41%), ma non è ritenuto fondamentale (lo è solo per il 24%) perché non c’è la corretta percezione della portata del suo impiego a favore di famiglie e imprese. Peraltro la scarsità del credito è fra le cause meno citate quale ostacolo alla ripresa (la cita solo il 23% degli Italiani)”.


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