Mentre sta per scadere il termine per la presentazione degli emendamenti, è sempre più chiaro che il destino del governo, in questo ultimo scorcio di legislatura, verrà segnato dalla legge di stabilità.

Più volte tacciata come la spending review “fase due”, poi rientrata nei più canonici limiti del patto di rigore finanziario, la sostanza della legge non è cambiata: nuove misure per la salute dei conti pubblici e, soprattutto, nuovi salassi in arrivo per i contribuenti.

Il governo, in realtà, difende a spada tratta l’impianto della legge, ribadendo che i benefici fiscali inseriti nel testo sin qui esaminato riguarderanno gran parte delle famiglie. Addirittura, si è azzardato come il 90% dei nuclei italiani dovrebbe trarre giovamento dal nuovo patto di stabilità.


Quel che è certo, è che le misure non stanno convincendo i partiti politici in piena frenesia da campagna elettorale. Questi, sembrano ormai impegnati a tutto campo nella corsa a chi si allontana di più dall’impeto tributario della squadra di Monti, che non pare ridursi neanche alle ultime battute della sua avventura di governo.

Allo stato originario della legge di stabilità, come noto, era previsto un incremento delle aliquote Iva all’11% e al 22% a partire dal luglio 2013. Sostanzialmente, i due punti previsti inizialmente nel decreto Salva Italia sono stati ridotti a uno per effetto delle manovre economiche, prima tra tutte la spending review che si proponeva proprio di allentare la crescita dell’imposta.

A fronte di questo nuovo balzo in avanti, era stato introdotto uno sgravio dell’aliquota Irpef, sempre di un punto percentuale, da 23 a 22 e da 27 a 26 per i primi due scaglioni di reddito, cioè fino i 15mila euro e tra 15 e 28mila.

Tra gli altri punti inseriti nel ddl, figurava l’attuazione della direttiva comunitaria che invitava a istituire un termine perentorio di 30 giorni per i versamenti tra imprese e pubblica amministrazione. Scaduto l’intervallo concesso, verrebbe applicato un interesse pari all’8% del saldo.

Una misura spesso annunciata, ma mai realizzata, che la legge di stabilità “prima versione” si proponeva di introdurre era quella della facoltà di ridurre il consumo energetico della pubblica illuminazione, in tutte o parte delle ore notturne.

Ma quello che, più di ogni altro aspetto, continua a far discutere, provocando una tensione inedita tra governo Monti e maggioranza – sfociata, tra l’altro, nel recente discorso di Berlusconi che ha minacciato di togliere la fiducia all’esecutivo – riguarda sempre la pressione di un fisco ormai insopportabile sulle spalle dei contribuenti.

In queste ore, si sta pensando di portare alcuni aggiustamenti, come l’eliminazione dell’aumento dell’aliquota intermedia dell’Iva, con qualche benefit per il cuneo fiscale, cioè il carico cui le imprese cono chiamate a sobbarcarsi per tenere in regola i dipendenti.

A fronte di questo affievolimento, dovrebbe sparire la detrazione retroattiva dell’Irpef, da cui lo Stato dovrebbe tenere in cassa 3,5 miliardi. In raffronto, si sta meditando di ridurre la pressione fiscale, con precisi interventi a favore delle famiglie e, probabilmente, sull’Irap.

Fronte apertissimo quello sugli esodati, per i quali si sta meditando di mettere a regime un nuovo fondo di 100 milioni. Dopo un primo allarme, infine, sembra definitivamente tramontata la norma che rivedeva gli ammortizzatori per chi si trova in condizione di assistere un disabile, che avrebbe modificato la legge 104/2002.

Vai al testo originario della legge di stabilità

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