Tra le tante classifiche nelle quali il nostro Paese non brilla, ce n’è una nella quale guarda quasi tutti dall’alto in basso. E non è certo un primato di cui andare fieri: nella graduatoria della corruzione percepita, l’Italia è ai primissimi posti, al pari di Macedonia e Ghana.

E’ questo uno dei dati più rilevanti del rapporto sulla corruzione, presentato oggi dai ministri per la Giustizia e per la Funzione Pubblica, in compagnia del consigliere Roberto Garofoli.

Ancora più significativo dei rapporti statistici, poi, è il fenomeno preoccupante delle mancate denunce: alla continua escalation dei casi di corruzione, infatti, non corrisponde una crescita commisurata di esposti alle Procure della Repubblica.


Insomma, malgrado la legge anticorruzione sia ormai una realtà, c’è poco da stare tranquilli: in Italia le corruttele dilagano e prima di arginare completamente uno dei maggiori fiumi di vergogna del vivere sociale ed economico della nazione servirà ancora parecchio tempo.

Impietosi i numeri ufficiali: secondo la classifica stilata da “Transparency International” – osservatorio internazionale che vigila sui fenomeni di corruzione in tutti i continenti – l’Italia si trova al 69° posto per la presenza di malversazioni di denaro pubblico, favori e reati assimilabili.

Di fronte all‘indice di corruzione percepita stabile al 6.9 percento nella media dei Paesi Ocse, il Belpaese è tra i fanalini di coda con un misero 3.9: sostanzialmente, in Italia c’è il doppio della corruzione che negli altri Stati europei.

A questo proposito, va posto l’accento sulla proporzione che indica come un dato Paese si allontani dagli standard attesi di contenimento della corruzione: anche qui, l’Italia fa registrare una performance tutt’altro che invidiabile, riuscendo a lasciare il passo solo alla Grecia nel vecchio continente.

E in questo scenario desolante, a fare una pessima figura è ancora una volta la classe politica italiana, alla cui immagine certamente non hanno giovato i frequenti scandali degli ultimi mesi. Nella visione dei cittadini,infatti, è la corruzione politica a surclassare gli altri ambiti in cui il malaffare dispiega le sue ali minacciose.

C’è da ritenere che la sovraesposizione mediatica svolga un ruolo centrale nella costruzione di questa nettissima percezione riguardo la corruzione tra i partiti politici, fenomeno che, comunque, è reale, diffuso e tutt’altro che da sottovalutare.

Parimenti, ha notato il premier Mario Monti, la frequenze con cui si ripresentano i comportamenti corruttivi “mina la fiducia dei mercati e delle imprese, scoraggia gli investimenti dall’estero, determina quindi, tra i molteplici effetti, una perdita di competitività del Paese“.

Non a caso, il settore degli appalti pubblici – che ha movimentato nel solo 2011 oltre 100 miliardi di euro – è uno dei più soggetti e vulnerabili all’insorgenza di queste condotte illegali.

A questo proposito, a fianco delle  “white list” che verranno stilate in Procura per tenere l’elenco delle imprese indenni a fenomeni di infiltrazione mafiosa, potrebbe nascere, spiega il governo il “libro nero” delle realtà meno virtuose che, in questo modo, verrebbero bandite dai bandi di gara e dal finanziamento pubblico.

Lungo questa direttrice, la speranza è quella di soffocare una delle tradizioni italiane più comuni, che intersecano l’ambito della responsabilità pubblica a quello della libera impresa individuale, naturalmente a scapito delle libera concorrenza, dell’interesse generale, della legalità e del mercato: il fenomeno delle tangenti.

Non va ignorato, però, un ulteriore e altrettanto allarmante dato: per un male che si allarga, non vengono somministrate le cure adeguate. I  dati giudiziari indicano sorprendentemente un calo dei delitti di corruzione e concussione: dai 311 casi del 2009 ai 223 del 2010.

Le persone denunciate sono passate nello stesso periodo da 1.821 a 1.226. In discesa anche i condannati, da 341 a 295. Le sentenze per reati di corruzione sono passate dal picco di 1.700 nel 1996 ad appena 239 del 2006.

Come leggere questi dati se non nella rassegnazione, in una parte della popolazione, a far valere le proprie ragioni e a combattere questa morale distruttiva tanto per il portafogli quanto per la società? Il venir meno dello spirito popolare di contrasto a questo genere di reati è, senza alcun dubbio, la spia più inquietante tanto per chi detiene il potere giudiziario, quanto, in senso più ampio, per un’intera classe dirigente.

Ecco, allora,dove risiede la maggior responsabilità di chi ricopre incarichi pubblici e, in primo luogo, della politica: non solo nella sua – parziale, ma gravissima – assimilazione a queste pratiche delittuose, ma proprio nell’incapacità intrinseca di distinguersi dalla propensione all’illegalità, di dettare una via alternativa alla corruzione dilagante e al disfacimento di quel che resta dell’etica pubblica.

Leggi il rapporto sulla corruzione 2012

Leggi la presentazione del rapporto

Leggi le schede di sintesi


CONDIVIDI
Articolo precedenteIl ddl anticorruzione e la fiducia tradita…
Articolo successivoLegge Stabilità, il testo della relazione illustrativa

SCRIVI UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here