E’ conosciuto come il “profeta del low cost“. Talmente attaccato ai prezzi ridotti che, forse, ne ha fatto una ragione di vita, anche a livello personale.

Questo, almeno, è quanto ipotizza la Procura di Bergamo, che ha iscritto al registro degli indagati il patron di Ryanair, Michael O’Leary, assieme al dirigente Juliusz Komorek, esperto di questioni legali della compagnia aerea, responsabili, secondo il pm Maria Mocciaro, di un danno erariale stimabile intorno ai 12 milioni di euro.

Ciò di cui i due personaggi sono accusati è aver assunto 220 dipendenti allo scalo bergamasco di Orio al Serio, sottoponendoli alla tassazione irlandese, ben più vantaggiosa di quella italiana, con unaregime all’incirca del 20% rispetto al 37% di quella nostrana. In realtà, però i lavoratori interessati sarebbero molti di più, circa 900.


Ad aver calcolato la somma imputata a O’Leary e Komorek, un tandem tra Inps e Direzione provinciale del lavoro di Bergamo, che hanno infatti reputato i 12 milioni un margine stimato “al ribasso” sulla base degli elenchi consegnati dall’azienda irlandese.

Resta, però, per buona parte delle cifre non corrisposte, il forte rischio della prescrizione, visto che molti dei dipendenti coinvolti non risultano più subordinati a Ryanair da ormai molto tempo.

Arriva, dunque, in orbita giudiziaria uno degli aspetti più controversi della compagnia, quello della regolare contribuzione per i dipendenti assunti su territorio italiano.

La società di volo low cost aveva sempre schermato le critiche, sostenendo di poter esentare i suoi lavoratori in Italia alla tassazione locale, non godendo sullo stivale di particolari strutture organizzative.

Ryanair aveva mantenuto al sua posizione anche in seguito al primo passo di questa vicenda giudiziaria, risalente allo scorso anno, quando a muoversi era stata proprio la Dpl di Bergamo, che aveva denunciato la situazione all’istituto di previdenza.

La società, pur nella consapevolezza di essere finita sotto la lente del fisco italiano, non aveva mai ritrattato la sua posizione, continuando a rimarcare che i propri dipendenti sarebbero operativi su aerei non italiani, ma irlandesi. Dunque, a loro avviso, nessuna tassazione avrebbe dovuto essere applicata.

Ciò che, però Ryanair non riconosce, secondo gli accusatori, è il fatto che i suoi dipendenti sono domiciliati in territorio italiano, dove accedono regolarmente ai servizi garantiti per la collettività. E proprio uno dei punti focali dell’accusa, riguarda l’aver scaricato i costi assistenziali sul sistema italiano, grazie all’emissione proprio da parte dell’Inps di circa 800 certificati probabilmente, a questo punto, indebiti.


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