Oggi gli occhi dell’America saranno tutti puntati su Danville, Kentucky, dove il avrà luogo il nono dibattito televisivo tra vicepresidenti della storia degli USA.

A confrontarsi sono l’incumbent democratico Joe Biden e Paul Ryan, il controverso candidato repubblicano a quello che gli americani, con estrema modestia, chiamano “il secondo posto di lavoro più importante del mondo”.

Come nota Farenthold del Washington Post, l’arte oscura del dibattito tra vicepresidenti si basa su una sola regola aurea “se tutti stanno parlando di te, lo stai facendo male”, il che lascia presupporre che stasera le cose potrebbero andare in modo inaspettato. Infatti su Biden e Ryan (sul secondo più che sul primo) si è chiacchierato moltissimo durante questa campagna elettorale.


I candidati alla vicepresidenza del 2012 sono tutt’altro che figure “ombra”.  Biden vanta una carriera al Senato di quasi quattro decadi, mentre Ryan, da Chair dell’House Budget Committee, ha elaborato a suo nome un ardito piano di riforma del bilancio statunitense che, seppure criticatissimo e non pienamente sposato neppure da Mitt Romney, è un risultato considerevole per il rappresentante del Wisconsin alla “Camera bassa” americana (la House of Representatives), classe 1970.

Solitamente il dibattito tra i candidati vicepresidenti non sposta l’ago della bilancia delle intenzioni di voto negli Stati Uniti, come dimostrano i sondaggi sul prima e sul dopo elaborati da Gallup negli anni dal 1976 in poi (anche il training a cui i candidati sono da sempre sottoposti insiste sulla necessità di mettere in luce il proprio numero 1 di riferimento).

Quest’anno però la situazione potrebbe essere diversa, specialmente considerando l’esito non scontato che il primo dibattito presidenziale ha avuto la settimana scorsa, con Romney “on fire” e Bam sulla difensiva.

Le critiche mosse ad Obama per il suo approccio durante il dibattito del 3 ottobre in qualche modo richiamano alla mente i commenti della stampa politica italiana: Sese Seko su Gawker lamenta la debolezza dei Democratici nel combattere le frasi ad effetto dei Repubblicani, contrastandole con un tono non sufficientemente deciso, condito di molti “Wait, let me explain…” (lasciatemi spiegare).

Le perifrasi di Obama “non finiranno mai su un bumper sticker”, uno degli adesivi che l’americano medio attacca al parafango dell’auto per testimoniare il suo sostegno a questa o quella causa. Questo approccio non funziona più in un’elezione in cui uno dei due candidati è ancora in carica, il che offre all’avversario l’occasione d’oro di accusare l’altro e di assicurare di poter fare di meglio.

Durante il primo dibattito Romney ha colto questa palla al balzo, dimostrandosi diverso dalla macchietta del milionario amico dei ricchi che la stampa Dem ha sapientemente saputo cucirgli addosso fino a quel momento.

Sebbene i primi sondaggi del dopo-dibattito elaborati dal Pew Research Institute dessero a Romney ben 4 punti di vantaggio (e sebbene durante il primo dibattito Obama-Romney pare Google abbia registrato un aumento delle ricerche con le parole chiave “come emigrare in Canada”), la situazione sembra essersi riequilibrata nei giorni successivi.

Lo sostiene Seitz-Wald su Salon, che commenta i dati rilasciati ieri da Gallup: Obama ha riguadagnato un punto, mantiene stretta la presa sull’Ohio ed è sempre a +5 rispetto all’avversario tra gli elettori registrati (per quanto riguarda gli elettori potenziali ci sarebbe parità tra i candidati).

Inoltre, in diversi articoli usciti in questi giorni su questa sponda dell’Atlantico, diversi esponenti del team Obama e molti notisti politici evidenziano il fatto che storicamente il Presidente abbia saputo dare il meglio di sé proprio quando si sia trovato con le spalle al muro.

In attesa del secondo round di Obama versus Romney, in calendario per il prossimo 16 ottobre, l’appuntamento di questa sera potrebbe presentare delle sfide complesse, specialmente per l’estrema probabilità che la discussione verta su questioni tecniche e poco adatte al racconto televisivo in materia di bilancio e tassazione.

Come scrive Chait su New York Magazine il pubblico non ha concezione dei presupposti fattuali, sarà solamente in grado “di cogliere l’atmosfera del dibattito”. Il rischio è che Paul Ryan, “maestro nell’arte del bluff”, possa riuscire a far apparire Biden come “un vecchietto arrabbiato” snocciolando dati con autorevolezza.

Biden, dal canto suo, deve riuscire a mettere in risalto le differenze interne tra Ryan e Romney, che sono compagni di squadra nonostante le divergenze di opinione proprio in materia di tasse e bilancio, argomenti sui quali, tra l’altro, la stampa politica americana ha ripetutamente messo Ryan in difficoltà.

L’unica previsione che si può fare sull’andamento del dibattito tra Biden e Ryan è che sarà molto diverso da quello che ha visto protagonista lo stesso Biden, quattro anni fa, contro la folcloristica neofita della politica Sarah Palin.

Da lei Ryan non ha tratto alcuna lezione da mettere in pratica: in un’intervista di ieri alla CNN, il numero due repubblicano ha candidamente confessato di non averla contattata per consigli su come affrontare Biden. Una mossa certamente saggia.


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