Ricorre oggi la decima Giornata Mondiale contro la pena di morte: una piaga che ancora investe molti Paesi in tutto il mondo e che suscita ancora oggi attivismo e indignazione a tutte le latitudini, che sfociano nelle continue battaglie per i diritti universali del reo.

Pensare che la ragion di Stato possa arrivare a togliere la vita umana in nome della legge, nel mondo sviluppato, può sembrare un retaggio atavico, ma, se si scorrono le cifre, ci si rende conto che ancora la pratica delle esecuzioni capitali è ancora molto diffusa, dal primo al terzo mondo.

Basti ricordare che Stati Uniti d’America e Cina, le due maggiori potenze al mondo, si guardano bene dal pronunciare un “stop” definitivo al ricorso alla pena di morte nei propri penitenziari.


Se, poi, negli Usa questo scenario riguarda solo una parte degli Stati federali – che comunque non ha impedito di compiere 43 esecuzioni nel 2011, unica democrazia insieme a Taiwan, che ne ha effettuate 5 – in Cina la situazione è molto più tragica e avvolta di mistero. Lì, infatti, le autorità sono molto restie ad affrontare il tema dei diritti umani, in un Paese dove sono ancora in vigore i reati politici, secondo cui un cittadino può essere incriminato e condannato per manifestazione di pensiero non allineato.

Amnesty International, organizzazione capofila delle lotte contro la pena di morte in tutto il mondo, denuncia infatti che la Cina non ha diramato alcun dato ufficiale sulle esecuzioni compiute nel 2011, ma che si tratta, comunque di “migliaia di cittadini”, che sarebbero “almeno 4000” secondo fonti non confermate. Sono 55 le tipologie di reato per i quali l’ordinamento cinese prevede la pena capitale.

Uno scandalo contro cui nessuno osa puntare il dito, stante la potenza del colosso cinese, in grado di schiacciare economicamente tutti gli altri Stati del mondo, inclusi gli stessi Usa, che agli asiatici hanno venduto buona parte del proprio deficit.

Di fronte a rapporti così intricati sotto il profilo economico, dunque, è facile che il tema dei diritti universali finisca in secondo piano, in nome di uno status quo che non può essere turbato da battaglie ritenute troppo idealiste e in difesa della vita di “singoli delinquenti”.

Diversa la situazione negli altri Paesi del mondo dove le condanne a morte vengono ancora emanate. In totale, ricorda la lega “Nessuno tocchi Caino“, sono ancora 43 gli Stati che si avvalgono della pena capitale, con 19 che se ne sono avvalsi lo scorso anno e altri, come il Giappone, che le hanno rimesse in pratica nel 2012.

In totale, le condanne eseguite nel mondo nel 2011 sono state circa 5000, in calo rispetto alle quasi 5946 del 2010. In alcuni Stati che ancora prevedono la pena di morte, come Iran, Corea del Nord, Arabia Saudita e Somalia, dove il potere è in mano a regimi teocratici o dittatoriali,  nel corso del 2011 sono state eseguite esecuzioni pubbliche.

I calcoli elaborato dall’organizzazione internazionale riconducono a 18.750 le persone che, lo scorso anno, si trovavano recluse nei bracci della morte, in attesa del giudizio definitivo.

Cifre che testimoniano come la battaglia contro la pena di morte non sia affatto un retaggio da sessantottini, ma si occupi di un dramma concreto e attuale, che caratterizza ancora oggi tanti Paesi, da quelli più potenti e inattaccabili, ad alcune delle loro controparti economiche e geopolitiche, fino agli Stati più socialmente e politicamente turbolenti.

Così, a metà novembre Amnesty International ha annunciato che presenterà all’Assemblea generale delle Nazioni Unite la quarta moratoria per una sospensione pro tempore delle esecuzioni in tutto il mondo.

“La pena di morte – specifica l’organizzazione – viola il diritto alla vita, sancito dalla “Dichiarazione Universale dei diritti umani”, è una punizione crudele e inumana“. In più, ricorda “non è mai stato dimostrato il suo valore deterrente, uno Stato che uccide compie un omicidio premeditato e nega qualsiasi possibilità di riabilitazione”.


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