L’Europa ha, da oggi, una nuova potente arma finanziaria per combattere la crisi dei debiti sovrani. Si tratta di quel Meccanismo europeo di stabilità, in sigla Mes o Esm all’inglese (European stability mechanism) di cui nella mattinata dell’8 ottobre l’Eurogruppo, riunito a Lussemburgo, ha infine stabilito il varo definitivo, portandolo ad una piena operatività. Il Meccanismo, superato vittoriosamente lo scoglio rappresentato dal giudizio della Corte Costituzionale tedesca, che il 12 settembre scorso ne ha sancito la compatibilità con la Carta fondamentale della Germania, rimpiazza ufficialmente il vecchio Fondo Salva Stati Efsf (European financial stability facility) – ad oggi “titolare” dei salvataggi di Irlanda, Grecia e Portogallo – da cui eredita anche i 192 miliardi di euro finora impegnati (e in via di erogazione) per questi tre Stati membri Ue. Ad essi si aggiungono 200 miliardi di euro di dotazione immediata, subito disponibili per nuovi imminenti interventi (in particolare, quello per la ricapitalizzazione del disastrato sistema bancario spagnolo). A pieno regime (previsto per il 2014), il nuovo fondo potrà vantare una (rassicurante) potenza di fuoco di 500 miliardi. Al comando del Mes la Germania riesce a collocare un proprio uomo chiave, Klaus Regling, già Presidente dell’Efsf, mantenendo in tal modo uno stretta vigilanza (ed un ruolo da direttore d’orchestra) sulla strategia complessiva degli aiuti comunitari.

Con l’attivazione del nuovo Fondo Salva Stati, che va a rafforzare l’ormai celebre scudo anti-spread  reso operativo (per quanto non ancora sperimentato) da Mario Draghi e dal board della Banca centrale europea il 6 settembre 2012 – con il solo voto contrario, significativamente, della Bundesbank – l’implosione dell’Eurozona sembra ormai un rischio definitivamente scongiurato. Il “Piano Draghi”, con la previsione dell’acquisto di Titoli di Stato con scadenze brevi (da 1 a 3 anni) per importi illimitati, mette di fatto fuori gioco ogni possibilità di speculazione contro il Paese che deciderà di ricorrere al soccorso della Bce.

È anche importante notare che lo scudo anti-spread previsto dall’Eurotower di Francoforte ed il Meccanismo europeo di stabilità sono stati pensati per agire in stretta coordinazione e sinergia.  Il secondo, sulla scia dell’Efsf, nasce per operare salvataggi veri e propri, ma questa eventualità deve essere ora più che mai il più possibile scongiurata in quanto, se finora ha potuto funzionare per economie piccole come Irlanda, Portogallo e Grecia, sarebbe del tutto impotente a salvare la Spagna (con un debito pubblico attorno ai 1.000 miliardi di euro) e, soprattutto, l’Italia (con quasi 2.000 miliardi di debito). L’aiuto “soft” della Bce con l’acquisto di Titoli di Stato sul mercato secondario rappresenta lo strumento ideale per stabilizzare i differenziali di rendimento dei bond su livelli bassi, aiutando l’economia reale a non avvitarsi su sé stessa schiacciata sotto il macigno di tassi d’interesse troppo alti. La Bce non ha tuttavia, da proprio statuto, licenza di acquisto di Titoli sul mercato primario, cioè alle aste di emissione con cui gli Stati rifinanziano il loro debito. Ed è qui che il Mes può dare un valido aiuto sul campo poiché, intervenendo alle aste (come previsto nel proprio statuto), può coadiuvare, completandola, l’azione dell’Eurotower sul mercato secondario.


Condizioni indispensabili per accedere agli aiuti europei restano, oltre all’appartenenza all’Unione:

1) l’aver sottoscritto il patto di bilancio comune, il cosiddetto Fiscal Compact, con la sua linea che traccia per i prossimi venti anni la strada del rientro dei debiti pubblici sotto la soglia del 60% in rapporto al Pil;

2) una formale richiesta di assistenza economico-finanziaria, sia per l’acquisto di bond sovrani per calmierare gli spread che per un vero e proprio salvataggio “stile Grecia”.

È importante notare, infatti, che in nessun caso è possibile parlare di aiuti “automatici”. Questa è stata la garanzia richiesta dalla Germania del Cancelliere Angela Merkel (appoggiata dagli Stati “fiscalmente virtuosi” del Nord Europa, in primis Olanda e Finlandia) per evitare una sorta di generalizzato “bazar europeo degli aiuti” che rischiasse di allontanare gli Stati più in difficoltà dalla strada delle riforme strutturali e del contemporaneo risanamento delle finanze pubbliche. Nessun assegno in bianco, dunque, ma nemmeno la condizionalità pesante simboleggiata dalla famigerata “Troika” (Bce, Commissione europea e Fondo monetario internazionale). A chi intende avvalersi dell’assistenza finanziaria come prevista dall’azione combinata di scudo anti-spread e Mes viene richiesta la firma di un protocollo d’intesa, i cui contenuti vengono valutati caso per caso in base a specifiche condizioni e peculiarità, con la previsione di un cammino di riforme strutturali e risanamento dei conti (cammino, peraltro, comunque segnato). Ma non si tratta di vero e proprio commissariamento, non essendo un salvataggio tout court ma solo un aiuto proprio per evitare un successivo salvataggio. Lo stesso Fmi dovrebbe giocare un ruolo più defilato che in passato, prevalentemente di consulenza.

Il rischio maggiore, a questo punto, deriva dalla eccessiva riluttanza ad accedere ai nuovi meccanismi di assistenza. A modesta opinione di chi scrive, sarebbe opportuno che la Spagna in primo luogo (dove la crisi economica sta trasformandosi anche in crisi dell’assetto politico-istituzionale del Paese, con la Catalogna, la regione più ricca, che sempre più apertamente invoca l’indipendenza da Madrid), ma anche l’Italia decidessero di avvalersi – dopo avere tanto lottato per la loro istituzione a livello europeo al Vertice Ue di fine giugno – del Mes e del “Piano Draghi”. L’aiuto fornito dalle istituzioni europee darebbe alle due economie mediterranee quell’ossigeno per costruire con maggiore incisività anche un percorso di crescita (oltre a quello del rigore già duramente intrapreso), senza l’assillo di tassi di interesse troppo alti come quelli attuali, che distraggono una parte consistente delle risorse per andare a ripagare il vecchio debito. Il rischio di ostinarsi a non richiedere aiuto, quasi si trattasse di un marchio d’infamia indelebile, è quello di pagare con grandi sacrifici domani quello che, ancora oggi, costerebbe molto meno.


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