I reality possono piacere o non piacere, la condizione del bello è qualcosa di soggettivo già dai tempi dei latini che si erano resi conto in fretta che “de gustibus non disputandum est”, ossia  i gusti sono gusti e non vanno discussi. Quello di cui però si può discutere è in che misura un cittadino arrivi a contribuire alla realizzazione di un reality, e non sto parlando di quanti fanno file chilometriche per i provini, quanti si improvvisano artisti pur di stupire una giuria di comprovati esperti, ma di quelli che, magari pagando i contributi, finanziano reality che si appoggiano a strutture statali.

Basti pensare, ad esempio, che la Rai di reality non ne ospita, e quei pochi che ospita, vedi l’isola dei famosi e non, è delocalizzata, secondo la più pura logica capitalista del risparmio nei costi di produzione, in zone del terzo mondo dove appunto l’impatto economico della produzione viene ammortizzato proprio perché non scoppi lo scandalo che, in tempi di palese recessione economica, sono i contribuenti, con il versamento del canone, a finanziare il reality.

Da questo ragionamento dovrebbero esulare tutte le emittenti che non sono appunto quelle di Stato ma che, in quanto private, godono della più totale libertà di investimento delle proprie risorse finanziarie per strutturare il proprio palinsesto come meglio credono. Nessuno potrà lamentarsi dei costi del grande fratello o di qualsiasi altro reality prodotto da case private e trasmesso da reti che lo sono altrettanto. Potrebbero però esserci, come in tutte le situazioni, alcune eccezioni che confermino la regola.


E chissà se non sia il caso di The Apprentice, il nuovo reality in onda su Cielo, succursale in chiaro di Sky nel digitale terrestre, che ospita Flavio Briatore nei panni del pittorico Boss dei Boss. Il reality, brevemente, consiste nella scelta del prossimo apprendista di Briatore che esamina, a modo molto suo, per mezzo di prove, una schiera di baldi giovani che vogliono emergere nel dorato mondo dell’imprenditoria e dello star system. Tralasciando la critica televisiva del programma quello che ci preme sottolineare è che questo “show” è realizzato al Pirellone, sede della regione Lombardia.

Gli interni, gli esterni, l’ufficio del Boss Briatore, sono tutti spazi all’interno e all’esterno del Pirellone, come faceva notare Aldo Grasso sul Corriere della sera, un luogo che dovrebbe essere destinato solo alla amministrazione pubblica della regione. Chi credete contribuisca a coprire le spese del palazzo e di chi ci lavora dentro? I cittadini naturalmente, in quanto edificio statale con funzione pubblica è il contribuente che ne garantisce la sopravvivenza. Ora la domanda è molto semplice, e va da sé, visti i recenti scandali sulle Regioni, fra l’altro uno riguardante proprio la Regione Lombardia: chi mi dice che non  sia il cittadino a finanziare le locations per un programma di intrattenimento realizzato da una emittente privata, soprattutto in un periodo di forti tensioni come quello successivo allo scoppio del Lazio Gate?

Da certe situazioni bisognerebbe imparare, invece le istituzioni di questo Paese sembrano far finta di niente, che quasi non gli importi della fama e dell’opinione che si stanno facendo presso la cittadinanza sempre più amareggiata per una gestione politica meschina e ignominiosa. Il governo Monti ha imposto una manovra lacrime e sangue, molte famiglie si sono ridotte sul lastrico, e se venisse a galla che proventi statali siano destinati alla realizzazione di un reality, beh, allora abiteremmo davvero  nella repubblica delle Banane.

 


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