Si, certo: il caso “Sallusti”.

Ma non solo.

Ieri infatti due sono state le notizie a mio modo di vedere inquietanti (le notizie, sia ben chiaro, non “la” sentenza): una è quella della vicenda Sallusti, e la conosciamo tutti, e l’altra è quella della vicenda, meno nota ma che a mio avviso si inserisce nello stesso filone, della polemica tra Vincenzo Ostuni e Gianfranco Carofiglio sfociata, o destinata a sfociare, a quanto è dato sapere, in una causa civile dopo che era stata paventata (e peraltro a oggi ancora potrebbe essere presentata) addirittura una querela penale.


Due premesse sono necessarie, a quello che sto per scrivere:

1) non ho alcuna simpatia per Alessandro Sallusti, non mi piace come scrive nè come argomenta, e trovo che l’articolo che ha fatto nascere il caso (peraltro non scritto da lui, che ne risponde in quanto direttore) sia scritto male, in maniera inutilmente truculenta;

2) non ho alcun dubbio che il procedimento penale a carico dello stesso sia esente da vizi ed errori, e pertanto trovo che non abbia senso indignarsi (massì, abuso anche io di questo termine) con la sentenza con la Cassazione o quant’altro.

Il punto è evidentemente un altro. E a ben guardare i punti sono anzi due.

Il primo, è l’insipienza (ma non è una novità) della classe politica tutta, a maggior ragione quella che oggi “frigna”. Chi è che modifica le leggi: io, il panettiere o il parlamento? Non serve aggiungere altro, sul punto.

Il secondo, e per me più importante, è relativo a me, a te, a noi, intesi come società: è giusto punire un’idea, una critica?

Siamo pieni di social network farciti di false citazioni voltairiane (ebbene sì, “Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire”, Voltaire non l’ha mai scritto, fatevene una ragione) sulla libertà d’espressione, ma poi siamo tutti pronti alla causa o querela se non ci piace quel che viene scritto.

Non siamo più capaci di discutere, anche animatamente?

Ha senso che tutto finisca in tribunale? A distanza di anni?

Se davvero (e io ne dubito) sentiamo leso l’onore e la dignità dall’affermazione di qualcheduno, non ha più forza rispondere sullo stesso mezzo (se è il giornale che sia il giornale, se è la televisione che sia la televisione e così via) nell’immediatezza?

Ma soprattutto: è giusto punire un’idea?

Facciamo un caso esasperato: se io esprimo l’augurio che Tizio muoia, ma non faccio evidentemente nulla perchè ciò accada, devo essere punito per il mio pensiero riprovevole?

Io dico di no.

Dico anche che deve essere possibile criticare, anche ferocememente.

Lasciamo la diffamazione all’ipotesi in cui si facciamo affermazioni veramente lesive della dignità della persona (e quindi per esempio non posso affermare impunemente che Tizio è un ladro, un usuraio o altro).

Ma il rischio che io vedo è quello di voler eliminare pian piano il diritto di critica.

A me non piace, e quindi lo dico.

E per questo chiedo a tutti di perdere cinque minuti per fare quello che ho fatto io (si veda il video): accendere la webcam e registrarsi mentre si legge la frase dell’articolo a firma Dreyfus apparso su Libero del 18/02/07 che, a quanto è dato sapere, ha scatenato la vicenda giudiziaria.

Non perchè la si condivida nel merito (lo dico e lo ripeto: io per primo non la condivido): anzi, proprio perchè non la si condivide.

Volete vivere voi in un paese dove bisogna aver paura di ciò che si scrive su un giornale o su un social network? Io no, e quindi mi muovo.

A voi la scelta:

a) non fare niente in maniera consapevole, perchè vi va bene la prospettiva appena delineata;

b) continuare in quella che io chiamo “indignazione da pollice” o “da social network”, e continuare a cliccare “mi piace” sulle foto di gatti pensando che “gli altri” debbano muoversi;

c) fare qualcosa, che certo non è molto ma è un qualcosa.

Due cose, in chiusura.

Relativamente al caso Sallusti ho trovato molto inelegante (e l’ho detto anche pubblicamente sui social network, facendone nascere peraltro uno scambio pubblico di tweet con l’interessato che invito a leggere) che abbia parlato del caso, con un lungo articolo pubblicato da una importante rivista, il collega di studio del difensore del magistrato.

Siccome ieri mi è stata fatta la domanda sempre tramite social network su come mi sarei comportato io se mi definissero pubblicamente “avvocatucolo da strapazzo”, la mia risposta è stata questa: citerei la Tatangelo, “quando la persona è niente, l’offesa è zero”.


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3 COMMENTI

  1. Avvocato Savoia, ho letto con piacere il suo articolo perché pone interessanti spunti di riflessione. Ma, mi permetta, lei propone un discorso che alla fine dell’articolo viene sconfessato. Il principio “se la persona è niente, l’offesa è zero” non può, secondo il mio parere, abbinarsi al Caso Sallusti (posso però condividerlo in senso lato, qualora abbinato ad altre circostanze). Un magistrato non può considerare “niente” un articolista di un autorevole quotidiano (e il suo direttore, per quel principio di responsabilità pseudo-oggettiva). Il danno alla persona può essere incalcolabile, specialmente perchè il fatto addebitato al magistrato è proprio relativo alla capacità di portare avanti una professione inscindibile rispetto a certe regole deontologiche che il magistrato deve rispettare. Il principio tatangeliano che lei suggerisce lo posso usare (se fossi io il magistrato) qualora un automobilista, in presenza di altri, mi etichetti in maniera scomoda, ma non se un giornale che vende milioni di copie asserisce che ho costretto una minorenne ad abortire. Lei mi suggerirebbe di rispondere all’articolista comprandomi una pagina di giornale per scrivere un mio articolo del calibro di “no, non è vero”? Mi dispiace, sono favorevole in tal caso all’uso dello strumento penale. Saluti, Filippo.

  2. Sallusti è riuscito a far passare l’idea che i giudici reprobi colpiscano la “libertà” di opinione”. L’intento della sua pietistica denuncia, giunta fino a un Colle sempre più disorientato nei suoi interventi, era proprio questo, in pochi lo hanno capito: l’ennesima manipolazione della realtà.
    Le questioni, in fondo, sono molto semplici. Il direttore risponde di ciò che produce il giornale, che altrimenti non si capisce perchè sarebbe da lui diretto: se ognuno scrive quel che gli pare, senza verificare la verità, anzi con la piena consapevolezza di raccontare frottole, il direttore prende lo stipendio non si sa a quale titolo.
    In secondo luogo, il giornalista deve informare, dunque raccontare fatti. Anche le cosiddette opinioni, che in quanto tali non possono essere di per sè censurate, comunque debbono legarsi ai fatti. Dunque, i fatti da raccontare devono essere veri. Le opinioni debbono argomentare su basi a loro volta vere, pur potendo andare verso conclusioni libere.
    Il problema è che molta stampa di certi gruppi editoriali da 20 e più anni non informa, non svolge il ruolo che è proprio di questa professione. Essa si è asunta esplicitamente il compito di disinformare. Giungendo a legittimare l’uso proditorio della propaganda (non raccontare, ma interpretare i fatti per finalizzarli ad una propria idea da inculcare in chi legge), anche attraverso la costruzione di fatti apparenti, dunque di bugie. Che, coinvolgendo persone, possono giungere alla diffamazione.
    Esattamente, quello che è avvenuto nel caso di specie.
    L’opinione non c’entrava proprio nulla.
    Sallusti e quelli che lavorano in questo modo non debbono certo andare in galera. Ma non credo nemmeno sia possibile che continuino a fare questo lavoro.

  3. Curioso questo commento quando questa stessa rivista chiarisce, in altro post, che il motivo della condanna non è certo la frase che Lei legge nel suo video bensì, riportando la nota della Cassazione, bensì l’acclarata falsità della notizia. Non facciamo di questa questione una battaglia per la libertà d’opinione; non è il caso.

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