Diventare professori, missione impossibile nell’Italia del ventunesimo secolo. Anche l’Abilitazione scientifica nazionale non sfugge ai continui strafalcioni ministeriali e, prima ancora dei candidati, è già pieno caos sui commissari. Entro il 7 ottobre, oltre 7mila professori universitari dovrebbero sapere se potranno sedersi nelle commissioni chiamate a valutare i profili dei candidati, i quali stanno presentando, nel frattempo, le proprie domande per accedere al concorso e diventare docenti di prima o seconda fascia negli atenei.

Il condizionale, però, resta d’obbligo, in quanto lAssociazione Italiana dei Costituzionalisti ha presentato un ricorso amministrativo che investe sia i criteri di selezione dei commissari che, a ruota, quelli dei ricercatori candidati a “salire di grado”. Sono intervenuti inoltre nel giudizio ad adiuvandum, lAssociazione Italiana dei Professori di Diritto Tribuario (Aipdt), e la Società Italiana di Diritto Internazionale (Sidi).

Il ricorso non è stato respinto dal Tar del Lazio, da cui è già arrivata una data per il pronunciamento finale in materia: il 23 gennaio 2013, giorno in cui l’intera impalcatura potrebbe, insomma, scoppiare come un’enorme bolla di sapone.


Peccato, però, che per la stessa settimana le commissioni nel frattempo insediate dovrebbero portare a termine il lavoro di valutazione dei candidati, che hanno tempo di presentare domanda fino al 20 novembre. Due mesi di limbo legislativo, dunque, nel quale il concorso dovrebbe avviare le prime scremature, sulla base di criteri che potrebbero essere valutati in aula come inadeguati alla procedura di selezione. Insomma, dopo il Tfa e l’imminente concorso a cattedre, anche i bandi universitari procurano al ministro Francesco Profumo più di qualche grattacapo.

Ma su quale punto i Costituzionalisti hanno sollevato il ricorso che potrebbe mandare all’aria un bando atteso, anche in questo caso, a lungo da tutti quei ricercatori che cercano di solidificare la propria posizione in cattedra all’università? E’ tutto un problema di “mediana“, la stella polare introdotta con la riforma Gelmini per orientare gli ingressi e gli scatti dei professori negli atenei della penisola.

Secondo l’Associazione capitanata, per l’occasione, dall’ex membro della Consulta Valerio Onida, il parametro scelto per la valutazione scientifica sarebbe viziato da una scorrettezza di fondo: se per diventare professore ordinario, infatti, sarà necessario aver conseguito risultati accademici originali su sfondo internazionale, per accedere alla carica di docente associato, basterà aver raggiunto quantomeno l’intellighenzia entro i confini nazionali. Quello che non torna all’associazione è la scelta di queste riviste, che sono state cristallizzate in una graduatoria composta in seguito alle pubblicazioni stesse.

Per assumere il ruolo di commissario – e, a quanto pare, anche per ottenere l’abilitazione – dunque, è necessario presentare un curriculum di pubblicazioni, tra articoli, saggi, volumi, contributi scientifici che quantomeno superi la mediana – e non la media, come sanno gli statistici – delle pubblicazioni generali.

A complicare ulteriormente le cose, poi, le diverse discipline, che sono investite da soglie di superamento diversificate, come nell’area delle scienze, dove servono almeno due indicatori di “prestigio accademico” su tre superiori alla mediana, a differenza del comparto umanistico, dove il traguardo minimo è uno su tre.

E non è tutto: viene infatti specificato come varcare la soglia delle “mediane” di obiettivi accademici sia necessario, ma non sufficiente per ottenere l’abilitazione che, dunque, secondo alcuni osservatori, rimane avvolta in un’aura di ardua quantificabilità. Come se non bastasse, poi, le pubblicazioni considerate valutabili ai fini dell’abilitazione, riguarderebbero solo l’alveo della saggistica di professori italiani, anche su sfondo internazionale.

Insomma, in quelle discipline dove i risultati raggiunti dai nostri dottori sono statisticamente bassi – o addirittura nulli – potrebbe generarsi più di qualche corto circuito, al di là del quale non viene esplicitato alcun criterio preciso di selezione, che, oltretutto, viene tarato su un’internazionalizzazione “aggiustata” tra i soli docenti di nazionalità italiana.

A questo punto, insomma, restano aperti tutti gli scenari, e una volta che le selezioni saranno effettuate, gli esclusi potrebbero unire la loro voce a quella autorevole dei già bellicosi costituzionalisti, provocando l’ennesima tempesta attorno al sistema dell’istruzione dell’insegnamento italiano, che spazzare via mesi di lavoro tra stesura dei bandi, avvio delle procedure, selezione dei commissari e, infine, i candidati promossi.

 


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