Caro zio,
zietto come mi piaceva chiamarti negli ultimi anni quando la malattia ha fugato il tuo naturale pudore verso la manifestazione dei sentimenti questo è il mio ultimo, intimo saluto.

Quando venerdì il tuo feretro è arrivato in Duomo la prima persona, tra i fedeli presenti, che ti è venuta incontro era un giovane in carrozzina, mi è parso affetto da Sla. D’improvviso sono stata colta da una profondissima commozione, un’onda che saliva dal più profondo e mi diceva: «Lo devi fare per lui» e per tutti quei tantissimi uomini e donne che avevano iniziato a sfilare per darti l’estremo saluto, visibilmente carichi dei loro dolori e protesi verso la speranza.

Lo sento, Tu vorresti che parlassimo dell’agonia, della fatica di andare incontro alla morte, dell’importanza della buona morte. Morire è certo per noi tutti un passaggio ineludibile, come d’altro canto il nascere e, come la gravidanza dà, ogni giorno, piccoli nuovi segni della formazione di una vita, anche la morte si annuncia spesso da lontano. Anche tu la sentivi avvicinare e ce lo ripetevi, tanto che per questo, a volte, ti prendevamo affettuosamente in giro.


Poi le difficoltà fisiche sono aumentate, deglutivi con fatica e quindi mangiavi sempre meno e spesso catarro e muchi, che non riuscivi più a espellere per la tua malattia, ti rendevano impegnativa la respirazione. Avevi paura, non della morte in sé, ma dell’atto del morire, del trapasso e di tutto ciò che lo precede.

Ne avevamo parlato insieme a marzo e io, che come avvocato mi occupo anche della protezione dei soggetti deboli, ti avevo invitato a esprimere in modo chiaro ed esplicito i tuoi desideri sulle cure che avresti voluto ricevere. E così è stato. Avevi paura, paura soprattutto di perdere il controllo del tuo corpo, di morire soffocato. Se tu potessi usare oggi parole umane, credo ci diresti di parlare con il malato della sua morte, di condividere i suoi timori, di ascoltare i suoi desideri senza paura o ipocrisia.

Con la consapevolezza condivisa che il momento si avvicinava, quando non ce l’hai fatta più, hai chiesto di essere addormentato. Così una dottoressa con due occhi chiari e limpidi, una esperta di cure che accompagnano alla morte, ti ha sedato.

Seppure fisicamente non cosciente – ma il tuo spirito l’ho percepito ben presente e recettivo – l’agonia non è stata né facile, né breve. Ciò nonostante, è stato un tempo che io ho sentito necessario, per te e per noi che ti stavamo accanto, proprio come è ineludibile il tempo del travaglio per una nuova vita.

È di questo tempo dell’agonia che tanto ci spaventa, che sono certa tu vorresti dire e provo umilmente a dire per te. La chiave di volta – sia per te che per noi – è stata l’abbandono della pretesa di guarigione o di prosecuzione della vita nonostante tutto. Tu diresti «la resa alla volontà di Dio». A parte le cure palliative di cui non ho competenza per dire è l’atmosfera intorno al moribondo che, come avevo già avuto modo di sperimentare, è fondamentale.

Chi era con te ha sentito nel profondo che era necessaria una presenza affettuosa e siamo stati insieme, nelle ultime ventiquattro ore, tenendoti a turno la mano, come tu stesso avevi chiesto. Ognuno, mentalmente, credo ti abbia chiesto perdono per eventuali manchevolezze e a sua volta ti abbia perdonato, sciogliendo così tutte le emozioni negative.

In alcuni momenti, mentre il tuo respiro si faceva, con il passare delle ore, più corto e difficile e la pressione sanguigna scendeva vertiginosamente, ho sperato per te che te ne andassi; ma nella notte, alzando gli occhi sopra il tuo letto, ho incontrato il crocefisso che mi ha ricordato come neppure il Gesù uomo ha avuto lo sconto sulla sua agonia. Eppure quelle ore trascorse insieme tra silenzi e sussurri, la recita di rosari o letture dalla Bibbia che stava ai piedi del tuo letto, sono state per me e per noi tutti un momento di ricchezza e di pace profonda. Si stava compiendo qualcosa di tanto naturale ed ineludibile quanto solenne e misterioso a cui non solo tu, ma nessuno di coloro che ti erano più vicini, poteva sottrarsi. Il silenzio interiore ed esteriore i movimenti misurati l’assenza di rumori ed emozioni gridate – ma soprattutto l’accettazione e l’attesa vigile – sono stati la cifra delle ore trascorse con te.

Quando è arrivato l’ultimo respiro ho percepito, e non è la prima volta che mi accade assistendo un moribondo, che qualcosa si staccava dal corpo, che lì sul letto rimaneva soltanto l’involucro fisico. Lo spirito, la vera essenza, rimaneva forte, presente seppure non visibile agli occhi. Grazie Zio per averci permesso di essere con te nel momento finale. Una richiesta: intercedi perché venga permesso a tutti coloro che lo desiderano di essere vicini ai loro cari nel momento del trapasso e di provare la dolce pienezza dell’accompagnamento.

Giulia Facchini Martini

(lettera pubblicata su La Stampa di Torino, il 4 settembre 2012)


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4 COMMENTI

  1. Un grande uomo.
    Discreto e riservato, audace e innovativo.
    La sua era la libertà che gli veniva direttamente dalla Bibbia. fonte di ispirazione continua per chi si era allenato non solo a studiarla, ma anche a farla parlare, a renderla viva e vitale.
    Grazie per ogni tua parola e ogni tuo gesto.

  2. Ho appena preso in mano l’immaginetta del Cardinale per salutarlo e inviargli miei pensieri come faccio tutte le mattine da quando è ritornato alla Casa del Padre.. ed ecco che mi compare questo articolo..un articolo che tocca il cuore nel più profondo e mi scende dentro come un balsamo !! Lho letto e riletto con il petto stracolmo di emozioni e con gli occhi troppo umidi per negare l’uscita di qualche lacrima.. che ho dovuto contenere non essendo sola nella mia intimità interiore,, Ho sentito ad ogni parole forti emozioni ed è stato un po’ come vivere anche io quei momenti accanto a lui (io lho vissuta con la mia anima e con il tempo quei giorni con una infinita tristezza e completo malessere.. ).. Tenero e dolcissimo il tenergli le mani a turno sempre in preghiera…d’altronde ad UN GRANDE GENEROSO APOSTOLO DI DIO non si poteva dare di meno – Il Cardinale, il mio Arcivescovo, il mio Rettore..l’amico di tutti e dei miei fratelli diversamente abili a cui lui ha sempre saputo regalare una parola, un sorriso e una benedizione.. quei fratelli che appena il Cardinale scorgeva con me in mezzo alla folla cambiava la direzione dei suoi passi… rompeva la fila della processione e li veniva incontro con quel sorriso aperto e confortante.. e rimanevamo tutti cosi in uno stato di benessere non traducibili a parole. Manca.. manca tanto.. noi terreni in questa permanenza qui siamo attaccati alla presenza fisica e sentiamo poi la mancanza… ma Carlo Maria Martini da lassù rimane sempre verso noi .. ci ha amati tutti da vicino e da lontano e ha insegnato tanto e lasciato tanta ricchezza. .Grazie Avvocato GIULIA per i pensieri che ha affidato in questo spazio e per avermi dato la possibilità di leggerli e custodirll dentro me con gli ingredienti della mia interiorità..nè attingerò spesso in ogni momento e non potranno che dare forza ..speranza e coraggio!! Il suo “Santo” Zietto accompagnerà sempre il mio viaggio e sarà sempre un nobile esempio per cercare migliorare sempre!!
    Grazie Grazie CMM
    “LAMPADA PER I MIEI PASSI E’ LA TUA PAROLA, LUCE SUL MIO CAMMINO”
    CiAO CMM .. Grazie di tutto.. la studentessa di Teologia con la ” bella moto tutta cromata” (parole di CMM..) e operatrice pastorale e solista corale della tua Diocesi!!

  3. “Così una dottoressa con due occhi chiari e limpidi, una esperta di cure che accompagnano alla morte, ti ha sedato.”

    Come??? Prego??? Sedato???
    Esigo si faccia subito un’autopsia e si chiarisca se è stato accompagnato verso la dolce morte!!!
    Il Paese delle ipocrisie lo PRETENDE!!!

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