Dopo i tagli è il momento della crescita, nell’ ultimo Cdm il Governo ha reso noto un documento programmatico che affronta i punti attraverso i quali il Paese dovrà passare per risollevarsi dalla crisi. Fra questi, importante è quello che prevede “iniziative per accorciare i tempi della transizione scuola-lavoro e di quella tra gli stati disoccupazione-occupazione”.

Le statistiche in merito sono preoccupanti, i dati del ministero dell’Istruzione rivelano, infatti, che solo il 5% degli studenti delle scuole superiori ha potuto partecipare, nell’a.s. 2011 – 2012, a programmi di alternanza scuola – lavoro. Bisogna partire, dunque, da questo dato per capire meglio anche le difficoltà delle aziende di arruolare nuova forza lavoro (soprattutto con un know how tecnico) nonostante ce ne sia necessità.

Secondo una fotografia di Unioncamere nel terzo trimestre 2012 sono circa 22mila le assunzioni ritenute di “difficile reperimento”. Questo si traduce in posti di lavoro vuoti, perché vacanti, nonostante la crisi; non solo le imprese che avrebbero necessità non riescono a trovare candidati aderenti alle loro esigenze tecniche proprio perché mancanti della formazione tecnica richiesta e necessaria. Dal momento che sulle 158.840 assunzioni preventivate per luglio – settembre 2012 circa un settimo, ossia il 14%, sono da ritenersi di “difficile reperimento” è necessario adottare una qualche contromisura.


A fronte di questa situazione è stato necessario attivare il “Comitato nazionale per l’alternanza scuola lavoro” per fornire una totale messa in opera delle norme presenti nei decreti legislativi n. 77/2005 e n. 22/2008 al momento fermi allo stato di idea. In breve, bisognerebbe stabilire le linee guida che possano abbattere progressivamente, in modo verificabile, gli ostacoli – giuridici e organizzativi – che non hanno permesso fino ad oggi di permettere tali chances alla gran parte degli studenti e, più diffusamente, a tutti, a prescindere dal percorso di studi. Oltre alle linee guida sarà necessario definire i modelli di verifica delle competenze acquisite dagli studenti nei percorsi scuola/lavoro, da introdurre nel proprio curriculum.

Uno strumento per condividere le risorse e provare a superare il “gap” tra domanda e offerta di lavoro tecnica sono certamente i “Poli tecnico professionali” che verranno creati dal prossimo anno. La nascita di questi Poli è delegata al Miur in sinergia con ministeri del Lavoro e dello Sviluppo economico, saranno presenti sul territorio, raccordati con le filiere produttive che particolarizzano il sistema produttivo locale, di modo che i giovani possano capire partendo direttamente dall’esperienza concreta in situazioni di laboratorio e di lavoro, con maggiori possibilità di appasionarsi allo studio e di inserirsi positivamente nel mondo del lavoro.

Affinché si crei un Polo sarà necessario che almeno due istituti tecnici e o professionali si fondano, collegandosi tramite accordi e rete con un centro di formazione professionale e almeno altrettante imprese della filiera produttiva di riferimento. Il Cnr ha palesato la sua disponibilità a semplificare il coinvolgimento delle sedi della ricerca ai programmi di attività dei Poli a sostegno della formazione di competenze per l’innovazione. Questa iniziativia, che vede anche la possibilità di botteghe scuola e scuola – impresa, ha ben impressionato Confindustria e Confartigianato che si sono rivelate interessate a mobilitare le imprese associate per aderire a questo progetto.

Non si sono mosse solo le associazioni, infatti, anche alcune regioni hanno già valutato l’ipotesi con molta attenzione; la filiera turistica si presta, da sempre nelle regioni marittime soprattutto, come primo banco di prova formativo. Quindi la creazione dei Poli può essere una risposta  concreta a quel gap ancora esistenze fra domanda e offerta nel  settore turistico ed essere elemento di sicuro rilancio della totalità della filiera turistica.


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