A settembre il parlamento dovrebbe discutere il progetto di riforma delle carceri. Vecchie storie e canti nuovi. Speriamo in canti intonati.

La ministra Severino dice di voler agire in nome della “concretezza“: sistema sanitario efficiente; strumenti alternativi alla detenzione in cella, che prevedano anche periodi di prova presso i servizi sociali e, al solito, arresti domiciliari.

Per sapere come e quando non ci resta che attendere, ma solo il prossimo mese, entro il quale dovrà essere predisposto e mandato alle camere il disegno di legge promesso e, aggiungo, il cittadino vùoli viriri e tuccari chi manu (il cittadino vuole vedere e toccare con le mani).


La nostra Italietta in tema è davvero campionessa di ferocia e la ferocia pretende indignazione e animo furente. Vediamo cosa si dice delle nostre carceri. Don Marco, un prete volontario di Rebibbia, ha raccontato di gironi infernali, di persone dimenticate che ti entrano dentro con le loro storie. E ti sconvolgono.

Vediamo cosa dice l’Associazione Antigone, ottavo rapporto nazionale sulle condizioni dei detenuti di fine ottobre 2011:
Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando la sera il cibo caldo e visi amici: considerate se questo è un uomo…”: è un uomo chi è costretto a vivere in una cella per 20 ore al giorno, senza acqua calda, senza riscaldamento, senza luce? E’ un uomo chi, a due giorni dalla scarcerazione, decide di togliersi la vita perché nessuno gli parla di futuro? E’ questo un uomo chi non ha spazi in cui camminare, chi può guardare il cielo solo attraverso delle sbarre, chi si vede negato il diritto a salutare il padre un’ultima volta? E’ questo un uomo chi viene pestato regolarmente, maltrattato, violentato, minacciato? E’ questo un uomo chi non ha diritto ad andare in Chiesa perché omosessuale? E’ questo un uomo chi non ha un nome, chi è un numero in attesa di tornare ad essere ancora una volta Uomo? Ed è questo un bambino chi è costretto a nascere e crescere in carcere perché figlio di una detenuta? Meditate che questo non è stato, ma è“.

Si dice anche che ai politici non interessi la violazione dell’articolo 27 della Costituzione. Loro non hanno fretta perché possono legiferare anche se condannati in via definitiva. Loro ritengono, guarda guarda, che uno spigolatore, che raccoglie spighe solitarie in una chiana falciata, sia più pericoloso di un ladro in giacca e cravatta che saccheggia il pubblico. Possibile? E’ più che possibile. E’ vero.


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16 COMMENTI

  1. @ Alessandra

    Alessandra un abbraccio forte a te e al tuo papà.
    Sei figlia di un padre a cui vuoi bene e che ti vuole bene.
    Troppo dolore per te e per lui e anche per me .
    Scrivimi quando vuoi
    angela

  2. La vergogna sta nel ftto che tutti in silenzio accettano tutto.
    sono figlia di un detenuto che in tre mesi è stato passato come un animale allo sbando dal carcere di Pistoia a quello di un’isola sperduta.
    Sono figlia di una persona, che è vero si, ha commesso un errore.
    Ma quale? un errore di aver partecipato con altre persone a fare cosa, come la chiamano loro una truffa.
    sono figlia di una persona che è stata accusata ingiustamente, mentre tutti gli altri se la sono cavata perche “amici dell’avvocato difensore”, e che deve scontare una pena di 4 anni lontano dalla famiglia e dai figli e da genitori anziani.
    sono figlia di una persona, non di un animale.
    Forse la speranza è l’ultima a morire,
    ma se non c’è nulla da sperare allora si muore.

  3. Cosa aggiungere dopo i commenti pregnanti ed altamente qualificati del Prof. Corradini, se non poche parole per associarmi nel definire incomprensibili le parole del Ministro Severini. Quel che serve? Poche parole, molti fatti e nuove coscienze: urge un piano di edilizia carceraria; la tortura è un reato aggravato dalla crudeltà, indipendentemente da chi la esercita; la pelle delle persone non puo’ essere affrontato con la freddezza di un decreto.
    Se queste brevi affermazioni sono condivisibili, allora è anche chiaro che non c’è tempo da perdere per mandare a casa questa classe politica e burocratica: una dirigenza autoreferenziale che gli italiani non meritano. Spero di non essere “scaduto” nel qualunquismo, ma come in ogni sistema che richiede risultati qui la bocciatura deve essere severa ed obbligatoria.

  4. Ricorderei Beccaria anche per altro.

    Nella sua polemica contro i sistemi che ammettevano la tortura e obbligavano l’imputato al giuramento, Beccaria qualificava come contra naturam qualsiasi tipo di dichiarazione autoincriminatrice: «una contradizione fralle leggi e i sentimenti naturali all’uomo nasce dai giuramenti che si esigono dal reo, acciocché sia un uomo veridico, quando ha il massimo interesse di esser falso; quasi che l’uomo potesse giurar da dovero di contribuire alla propria distruzione»[ Dei delitti e delle pene [1764], § XVIII, a cura di F. Venturi, Einaudi, Torino 1994, p. 46.]. E affermava: «è un voler confondere tutti i rapporti l’esigere che un uomo sia nello stesso tempo accusatore ed accusato» [Ivi, § XVI, p. 38].

    Da qui una delle prime e più solenni codificazioni del diritto dell’imputato a non edere contra se è il V emendamento (1791) della Costituzione federale degli Stati Uniti: «No person […] shall be compelled in any criminal case to be a witness against himself». E da qui il Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966, che prevede, all’art. 14 n. 3 lettera g, una serie di garanzie processuali per l’accusato, tra cui quella di «not to be compelled to testify against himself or to confess guilt».

    Beccaria: uno degli esponenti dell’Illuminismo giuridico lombardo, come Filangieri lo è per l’Illuminismo giuridico napoletano e come lo è Giuliani per l’Illuminismo giuridico calabrese.

    Oggi lumi non vedo nell’amministrazione della pena, che è naturale appendice dell’amministrazione della giustizia. E solo tenebre vedo. Ma nelle tenebre si vede? La notte del diritto si vede.

    Disse uno che alla luce non si vien se non dalle tenebre.

    Speriamo che non si sia sbagliato.

  5. A proposito del diritto alla pena, alle 17 :57 del 25 agosto, ho riportato qualche sillaba
    e mi riprometto di completare il pensiero nei prossimi giorni. Intanto, trascrivo un pensiero del mio Maestro:

    IL PANOPTICON INCATTIVISCE:

    “E portino sole i giorni avvenire ai carcerati comuni e ai carcerati dei manicomi criminali, gli unici a sopravvivere a Franco Basaglia, ai carcerati che con eufemismo chiamano “detenuti” e che hanno già scontato la loro pena in processi lunghi e faticosi, e dietro le sbarre, quadrati di cielo, sulle brandine venti ore su ventiquattro, letti di abbrutimento, assistenza medica scarsa, niente metadone nelle crisi di astinenza, calci e pugni degli agenti di custodia in stanze buie, calcestruzzo di omertà, non si rieducano.
    Il Panopticon li incattivisce.
    Entrano per furto e quando escono è rapina”.

    Poscritto.

    Professor Corradini, non potevo tacere. Le parole belle sono patrimonio di tutti. Le prometto che la Sua allieva, se riuscirà a poetare filosofando e a limare come il suo adorato Fabbro, non la citerà più. Ma Lei dovrà usarmi pazienza. Sono solo una principiante apprendista che vuole trasformare il grano in oro. E presuntuosa. Forse.

  6. Pare non da oggi che la ministra Paola Severino stia «studiando», pur con un certo scetticismo, la possibilità d’introdurre nel codice penale il reato di tortura per le torture che a danno dei carcerati si consumano, siano o non siano in attesa di una sentenza di primo grado. Ha detto: «È un tema che voglio approfondire, per capire perché non si è dato seguito ai protocolli internazionali».
    Già, prima del suo modesto decreto che con ipocrisia ha chiamato «salva carceri», la Severino l’esigenza d’«approfondire» questo «tema» non l’ha avvertita. Bella storia, per un ministro della Giustizia. E anche ha detto: «Il reato di tortura non è come quello di lesioni, è più sottile, è più forte. Il nostro è un codice molto ricco di fattispecie. In un modo o nell’altro qualche fattispecie si trova, ma quella di tortura è un po’ imprecisa, disegna un quadro di aggressione dei diritti umani estremamente forte».
    Parole per me incomprensibili.
    Ma la Severino, l’ha letta la «Dichiarazione sulla protezione di tutte le persone sottoposte a forme di tortura e altre pene o trattamenti inumani, crudeli o degradanti», contenuta nella Risoluzione n. 3452 (XXX) adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel lontano1975? È «imprecisa» nella determinazione delle condotte criminose e dell’elemento soggettivo che le accompagna?
    Bella storia, per un ministro della Giustizia. Se la Severino non è in grado di risolvere l’«emergenza carceraria», e finora non è stata in grado come testimoniano i recenti suicidi a catena di carcerati e guardie carcerarie, è bene che faccia «un passo indietro». Che si dimetta, e torni al suo prevalente lavoro di avvocato. E qui non si critica la persona in quanto persona. Qui si criticano le idee di politica legislativa sostenute da una persona. E si sa, o si dovrebbe sapere, le idee non viaggiano per conto loro. Viaggiano attraverso la testa delle persone che le sostengono e le attuano, specie se le sostengono e le attuano nel Consiglio dei ministri e a colpi di fiducia le impongono al Parlamento, secondo un’antica e mai commendevole pratica che la Costituzione offende.

    Postilla.
    Cito da un Anonimo che ha preteso di fare il verso a Slivo Pellico e ha titolato così un suo scritto: «Le nostre prigioni». Vi si legge: «Il carcere è oggi la personificazione dei delitti di tortura e di sequestro di persona».

  7. I nostri magistrati del penale spesso sono fantastici. Spesso hanno le manette facili. Spesso sbattono in carcere per custodire in maniera cautelare persone che potrebbero mandare ai domiciliari. Spesso vedono dovunque un qualche pericolo di fuga e d’inquinamento delle prove e di reiterazione del reato. Eppure le prove non ci sono ancora: come si fa ad inquinare una prova che ancora non c’è? Eppure il reato non è stato ancora accertato: come si fa a reiterare un reato che ancora non è stato accertato?
    Il termine è dolce: «custodia». Richiama l’Angelo Custode che secondo i cristiani ciascuno di noi ha. Richiama l’attività del prendersi cura o dell’avere a cuore. Richiama la diligenza con cui ciascuno di noi deve custodire le proprie cose o le altrui che ha ricevuto, che so io, come inquilino mediante un contratto di locazione o come depositario mediante un contratto di deposito. E invece quelle persone sbattute in carcere, in carcere non sono custodite né con diligenza né con perizia. E si sa che nel diritto la negligenza e l’imperizia costituiscono le forme principali della «colpa», lieve o grave o gravissima che sia. E dunque quelle persone sbattute in carcere, in carcere rimangono incustodite, nel senso che di loro non ci si prende cura e nel senso che non li si ha a cuore. Lo stesso vale per gli sbattuti in carcere dopo una sentenza di condanna, giusta o ingiusta che sia, emessa per prove consistenti o per pochi indizi, non importa.
    Una «colpa» c’è. Solo che i nostri fantastici magistrati del penale non se ne occupano quasi. Non si occupano quasi delle conseguenze delle misure restrittive che adottano, «beccati questo, Beccaria». E Beccaria si becca la tortura. E Beccaria si becca anche la più tortura delle torture carcerarie, il regime del 41 bis che sospende le normali regole di trattamento previste dall’ordinamento penitenziario e le sospende per incrudelire questo trattamento. Come se il sottoposto al regime del 41 bis non ha «dignità sociale» che la Costituzione riconosce a ogni cittadino senza distinzione. Come se a niente sia valsa la diagnosi compiuta nel lontano 1995 da una delegazione del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani e degradanti, che invano chiese delucidazioni al governo d’allora e dovette accontentarsi con sconcerto della dichiarazione rilasciata dalle autorità italiane il 15 luglio 1995 all’Onu, Doc. CCPR/C/SR. 1330, § 21: «Grazie a questa misura speciale un numero crescente di detenuti hanno deciso di collaborare con le autorità giudiziarie fornendo spiegazioni sulle organizzazioni delle quali essi facevano parte».
    L’obiettivo era ed è chiaro: non una misura di prevenzione dissuasiva nei confronti di potenziali criminali in potenza affiliabili a cosche e mafie, ma una misura che proprio utilizzando la più tortura delle torture tendeva e tende a coartare la volontà e a estorcere il consenso alla collaborazione e alla delazione.
    A quali condizioni di bestialità siano ridotti i sottoposti al 41 bis, lo disse bene il magistrato di sorveglianza di Livorno Aldo Merani nella sua relazione del 5 settembre 1992 redatta dopo una visita al carcere di Pianosa. E disse delle condizioni di bestialità di tutti i detenuti : «Nel corso della permanenza in sezione si è notato l’utilizzazione di metodiche di trattamento nei confronti dei ristretti sicuramente non improntate al rispetto della persona ed ai principi di umanità. In particolare si è riscontrato personalmente: a) i detenuti vengono movimentati all’interno della sezione […] tenuti per le braccia a destra e a sinistra da due agenti e non affiancati e seguiti da tre agenti come previsto dalle circolari inerenti le massime sicurezze; b) nel camminare, i detenuti vengono obbligati a tenere la testa bassa e lo sguardo fisso a terra; c) nel caso che sia in transito un detenuto dall’atrio di accesso [..] un eventuale altro detenuto in rientro o in uscita viene fermato davanti ad una parete, dovendo egli tenere la testa bassa e poggiata contro di essa, con gli occhi a terra; c) al momento in cui i ristretti vengono inviati al cortile di passeggio, aperta la porta che vi dà accesso, devono andare di corsa e senza fermarsi direttamente dallo spazio antistante la loro cella sino ad infilarsi nel corridoio che conduce al cortile: di tale pratica si è chiesto conto ad un sottufficiale che ha risposto, per verità in modo seccato e iattante, che trattasi di scelta dei detenuti: il che francamente appare quanto meno poco credibile. […] Da informazioni assunte […] si è avuto notizia che due detenuti sono stati recati fuori dalla sezione, l’uno all’interno di una carriola da muratore, certamente non in grado di camminare da solo, l’altro ammanettato e trascinato per le braccia: entrambi venivano portati verso il blocco centrale dove non è dato sapere cosa sia successo poi. Si è avuto notizia dell’uso di manganelli all’interno della sezione, evidentemente non in relazione a situazioni di pericolo reale che altrimenti ne sarebbe seguita adeguata e completa informazione a quest’ufficio dal parte della Direzione: i manganelli sarebbero stati adoperati sia per sollecitare nelle gambe i detenuti o negli spostamenti all’interno della sezione, sia per effettuare veri e propri pestaggi in cella. [..] Altri episodi di iattanza e violenza, psichica più che fisica, nonché una serie di umiliazioni tanto inutili quanto ingiustificate, sono state inflitte a detenuti comuni impegnati nei lavori di ristrutturazione della diramazione. Il quadro si presenta pertanto non solo fosco e preoccupante, ma anche con caratteristiche delittuose».
    Parole attuali.
    Merani fu un’eccezione tra i magistrati di sorveglianza. Non si limitava a esercitare la giurisdizione, metteva piede nelle carceri, parlava con i detenuti dei loro problemi, se a un detenuto mancava lo spazzolino da denti si adoperava a procurarglielo: «Credo che […] un magistrato di sorveglianza che non si occupasse, direttamente e senza vincolo di giurisdizionalità, del carcere in qualche misura potrebbe anche finire con lo sparire. Cerco di spiegarmi: […] mi domando qual è la differenza tra il magistrato di sorveglianza e gli altri giudici che si occupano dei diritti. Io credo che la differenza è che, mi si consenta, non è terzo; io questa terzietà nel magistrato di sorveglianza l’ho sempre sentita nel senso della indipendenza delle mie decisioni, della libertà intellettuale, culturale, giuridica, giudiziaria di ciò che facevo ma mi sono sempre seduto al tavolino con davanti un detenuto e ho cercato in qualche modo di trarre direttamente da lui la decisione, quale che essa fosse, se mandarlo in permesso, se mandarlo in affidamento in prova, se mandarlo in semilibertà, se tenerlo ben legato con la palla al piede; quale che fosse la decisione non poteva che scaturire da lui. […] Il magistrato di sorveglianza entra in carcere, sta in carcere, vive la sua professione all’interno del carcere, e dice alla guardia: “c’è il detenuto che afferma che non gli avete dato lo spazzolino, lui non ce l’ha, sul libretto ha trenta lire, gli trovate uno spazzolino?”. E, in un modo o in un altro, la guardia lo spazzolino lo trova. Mi direte che lo spazzolino è una stupidaggine ma in galera sono tutte stupidaggini che in galera diventano grosse cose; ogni passaggio da una condizione deteriore a una condizione migliorativa, per quanto piccola sia, per quanto essa possa entrare nei particolari delle necessità del singolo, è una cosa enorme, perché il detenuto non ha nulla e tutto deve chiedere, deve fare la domandina, deve sollecitare».
    I nostri magistrati del penale spesso sono fantastici pure in questo: non mettono piede nelle carceri se non per convalidare arresti o interrogare, e se magistrati di sorveglianza vigilano sull’esecuzione della pena seduti a tavolino nei propri uffici pur quando si tratti del 41 bis. Per loro vale il «ius quia iussum» e non il «ius quia iustum».
    E avete mai visto i vertici dell’Anm proporre un qualcosa per la tortura in carcere e per la più tortura delle torture carcerarie, per il 41 bis? I vertici dell’Anm, in nome dell’intera magistratura italiana, entrano a gamba tesa nel dibattito politico e nelle stanze di ministri e presidenti delle Camere solo per difendere i propri privilegi corporativi, per chiedere che l’emendamento Pini sulla responsabilità civile dei magistrati sia fermato e messo nel cestino della carta straccia, e non c’è differenza in questo tra un Rodolfo Sabelli e un Cosimo Maria Ferri e neppure c’è differenza tra il giornalismo che sostiene l’uno e il giornalismo che sostiene l’altro.
    Da Gherardo Colombo, «Il perdono responsabile», Ponte alle Grazie, Firenze 2011: «Il carcere, per come è congegnato, confligge con la dignità, con l’appartenenza al genere umano di chi vi è sottoposto, perché esclude dalla comunità e dalle relazioni con gli altri». Figuriamoci se con la dignità della persona non confligge il 41 bis.
    Alla Severino questi problemi non interessano. Dopo il «decreto affossa carceri», si è messa l’anima in pace. Quel che ho potuto fare o fatto e di più non potevo fare, ha detto qualche giorno fa in un video diffuso dall’Ansa. Né questi problemi interessano al Napolitano della «prepotenza urgenza»: acqua passata sul greto di uno spot.
    Da quando si è insediata al ministero dell’Ingiustizia, la Severino continua a ripetere sull’amnistia una sciocchezza giuridica. Continua a ripetere che l’iniziativa per l’amnistia spetta solo al Parlamento. Ma la conosce la Costituzione, la Severino? Lo sa che sull’amnistia il governo ben potrebbe presentare alle Camere un disegno di legge?
    Sia allora il «silenzio» dei detenuti e nostro l’arma non violenta per protestare contro il collasso della giustizia e l’atrocità con cui nelle nostre carceri viene somministrata la pena sotto lo sguardo spesso distratto dei magistrati di sorveglianza.

    Postilla.
    Suvvia, allieva, hai superato il maestro e perciò non dovresti più citarlo.

  8. A proposito di tortura, riporto uno stralcio tratto dal saggio “Dei delitti e delle pene” del Grande Beccaria:

    “Un uomo non può chiamarsi reo prima della sentenza del giudice, né la società può toglierli la pubblica protezione, se non quando sia deciso ch’egli abbia violati i patti col quale fu accordata. Quale è dunque quel diritto, se non quello della forza, che dia la potestà ad un giudice di dare una pena ad un cittadino, mentre si dubita se sia reo o innocente? Non è nuovo questo dilemma: o il delitto è certo o incerto; se certo, non gli conviene altra pena che la stabilita dalle leggi, ed inutili sono i tormenti, perché inutile è la confessione del reo; se è incerto, è non devesi tormentare un innocente, perché tale è secondo le leggi un uomo i di cui delitti non sono provati. Ma io aggiungo di più, ch’egli è un voler confondere tutt’i rapporti l’esigere che un uomo sia nello stesso tempo accusatore ed accusato, che il dolore divenga il crociuolo della verità, quasi che il criterio di essa risieda nei muscoli e nelle fibre di un miserabile. Questo è il mezzo sicuro di assolvere i robusti scellerati e di condannare i deboli innocenti”.

  9. “A Piazza Lanza i detenuti arrivano a vivere in 10 in stanze che variano tra i 18 e i 22 metri quadri,
    sistemati in letti castello fino a 4 piani, avendo quindi uno spazio pro capite assai inferiore ai 3 metri quadri, ossia la soglia minima oltre la quale, secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo, si configura la tortura. L’acqua in estate non basta al fabbisogno dell’Istituto e quindi viene razionata:
    l’erogazione è bloccata dalle 23 alla mattina e per parecchie ore durante la giornata. Nei mesi di luglio e agosto, quasi la totalità dei detenuti è chiusa in cella per 20 ore. L’unica eccezione sono le ore d’aria, previste dalle 9 alle 11 e dalle 13 alle 15. Sebbene parecchi, a causa dell’eccessivo caldo, preferiscano non usufruirne. In inverno, ormai da quattro anni, non viene acceso l’impianto di riscaldamento e spesso le luci nei corridoi sono spente per risparmiare”.
    Dunque lo Stato italiano delinque a sua volta?

  10. intanto desidero ringraziare quanti mi hanno citato nei loro commenti, contento di aver fornito un, sebbene umile, spunto di riflessione. ieri avro’ commesso qualche pasticcio nell’inserimento del mio commento che voleva essere il seguente:

    Se questo è vivere in uno Stato civile? Cito un rapporto dell’Associazione Antigone, risalente a qualche giorno fa: <>. Lo Stato italiano dunque delinque a sua volta?

  11. Un’altra grave difetto è la lentezza della giustizia. Per tale ragione l’Italia è monitorata dal 2001 da parte del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa che ha invitato l’Italia a modificare la «legge Pinto» per accelerare la corresponsione degli indennizzi per eccessiva durata dei processi.
    La risoluzione è arrivata dopo la sentenza del 21 dicembre 2010 (Causa Gaglione ed altri c. Italia) che ha verificato ,in 475 casi, la violazione della Convenzione Europea da parte dell’Italia per i ritardi nella corresponsione dell’indennizzo.
    All’interno del “programma di Stoccolma”, la Commissione europea, con il Libro verde, ha affrontato il rapporto tra condizioni di detenzione e strumenti europei del riconoscimento reciproco (sentenze, mandati di cattura….).
    Il Parlamento europeo ha invitato la Commissione a presentare una proposta legislativa sui diritti delle persone private della libertà.
    l’Europa ci indica la strada da percorrere. Di fronte alle negligenze italiane, cosa faranno Consiglio d’Europa e Unione europea? Continueranno a parlare col muro di
    gomma?

  12. Grazie al commentatore Gaetano per l’invito rivolto ai lettori.
    Segnalo che la Corte europea dei diritti dell’uomo nel 2009, in causa Sulejmanovic c.Italia ha stabilito la carenza di spazi vitali per i detenuti, con conseguente violazione dell’art:3 della Convenzione Europea, che riguarda il divieto di trattamenti inumani e degradati.
    Penso come Gaetano, che non si possa dare fiducia a un legislatore che delinque e per giunta fa lo strafottente.

  13. @ Gaetano Piccione
    Nel Suo commento c’è qualcosa che mi è piaciuto tanto. Ha detto che il detenuto estingue il proprio debito migliorandosi. Mi ha fatto ricordare un mio Maestro che a proposito del diritto alla pena ha scritto parole profonde. Ne trascrivo, per ora, solo qualche sillaba:
    “E il diritto alla pena non è forse, tanto sotto il profilo etico che sotto il profilo giuridico, un diritto umano?… Lo è a tal punto da riconfermare l’umanità del reo”.

    Poscritto.
    Maestro Corradini, so che non ama essere citato. Ma l’argomento lo impone. E andrebbe approfondito. Suvvia, non me ne abbia e scusi sempre la Sua allieva.

  14. Il vivo interesse per l’argomento mi spinge a chiedere agli utenti di questo network di commentare l’articolo e, piacendo, il mio punto di vista. Grazie.

  15. Partirei proprio dalle ultime battute per commentare questo articolo che, come sempre redatto in maniera esemplare dall’avv. Bruno, descrive una delle piaghe della ns. società: ovvero l’ingiustizia! Dice bene l’avv. Bruno quando commenta la palese violazione della Costituzione da parte di chi, legiferando, dovrebbe proteggere il Popolo: che giustizia puo’ venire da chi delinque? Nonostante l’inclinazione da parte dei poteri forti a violare la legge, il regime carceraio italiano conitnua a rimanere barbaro proprio perché vi la certezza dell’impunità. In ogni società civile e democraticamente avanzata il periodo di detenzione in carcere assume una connotazione riabilitativa del detenuto. Ambienti vivibili, lavoro, assistenza sanitaria e psicologica fanno parte di un percorso teso al miglioramento dell’individuo che ha un debito con la propria società e che lo estingue migliorando se stesso. L’Italia, purtroppo, da questo punto di vista è rimasta ai livelli del terzo mondo.

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