Fuggi fuggi generale dalle Province. Con la conversione in legge della spending review, è iniziato il grande esodo del personale degli enti destinati a soppressione o accorpamento. Sono 64 in tutto le Province che spariranno dalla cartina amministrativa del Paese, con il risultato che migliaia di dipendenti sono in ansia per ottenere la conferma del posto nelle sedi dei Comuni o delle Regioni.

Secondo quanto stabilito nella normativa sulla spending review (d.l. 95/2012), altri livelli di governo locale, assumeranno le funzioni delle Province destinate “alla forca” e, dunque, per il personale, la strada resterebbe una sola: spostare scrivania e attrezzi del mestiere, mantenendo i propri compiti in altra sede. Eppure, potrebbe non essere così facile: predomina un forte senso di insicurezza, dovuto alla stretta agli statali e a vuoti normativi. Non sono pochi, dunque, i lavoratori che stanno già meditando sul da farsi nei mesi a venire.

Sono principalmente due, infatti, gli interrogativi che gravano sul riordino degli enti provinciali e il trasferimento conseguente delle figure professionali in esse operanti. Da una parte, il rischio esuberi nel pubblico impiego e, dall’altra, in senso molto più pratico, la difficoltà di individuare con elementi precisi le nuove sedi di lavoro.


In prima anlisi, il problema degli esuberi esiste ed è stringente tanto quanto la riorganizzazione delle Province ormai certa. La misura del taglio agli statali, infatti, è stata inserita tra gli articoli della revisione alla spesa pubblica, costituendone, anzi, uno dei capitoli più corposi e contestati. Su di essa, pende il macigno della forte incertezza sui numeri che i rimedi del governo andranno a colpire. Si è parlato di 24mila posti in meno, anche se ancora mancano i decreti attuativi. I punti fermi sono la decurtazione del 10% dei dipendenti e del 20% dei dirigenti; per chi è a meno di due anni dalla pensione, si prospetta la messa in mobilità con lo stipendio all’80%.

Sul secondo punto critico, cioè lo spostamento fisico del luogo di lavoro, la nebbia è ancora più spessa perché, trattandosi della prima riforma verso uno smaltimento dei livelli di governo dalla conformazione conosciuta nelle ultime decadi, non è presente una normativa specifica di indirizzo per l’inglobamento delle funzioni a scalini amministrativi superiori (Regioni) o inferiori (Comuni), né si conoscono le specifiche contrattuali e organizzative delle mansioni eventualmente ricoperte.

Molto gettonata potrebbe essere la soluzione della mobilità volontaria, che consentirebbe ai dipendenti provinciali di mettersi alla ricerca di ulteriore occupazione sempre in ambito amministrativo. E’ norma e prassi sempre più diffusa, infatti, che prima di ricorrere al bando di nuovi concorsi, gli enti pubblici debbano ricorrere allo sfoltimento delle liste del personale in mobilità. Ciò consentirebbe, dunque, agli eventuali addetti delle Province di giocarsi qualche chance in enti vicini al luogo di residenza o che promettono un riconoscimento completo dei crediti maturati.

Attenzione, però: resta la possibilità, per le Province ancora in funzione, di bloccare la mobilità volontaria per scoraggiare il passaggio dei lavoratori ad altri enti. Un chiarimento del Ministero, in questo senso, viene caldeggiato dagli esperti, per render più indolore possibile, ai dipendenti provinciali in attesa di conoscere il proprio destino, un passaggio che, in ogni caso e tra mille difficoltà, dovrà comunque verificarsi.


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2 COMMENTI

  1. Ricordo che i Comuni sono in attesa del decreto che stabilisca i criteri di virtuosità in base al numero ottimale di dipendenti in rapporto al numero di abitanti ai sensi dell’art. 16 c.8 della medesima Legge di revisione della spesa e che a seguito di tale decreto anche i Comuni dovranno verificare la presenza di esuberi con eventuali altri licenziamenti. Mi chiedo a questo punto in che modo gli attuali dipendenti delle province da sopprimere possono sperare di trovare posto nei Comuni.

  2. Il riordino dell province è la più grande “operazione di facciata del governo”, senz’alcuna concretezza di risparmio, senz’alcuna logica amministrativa, perché la revisione delle province dovrebbe procedere di pari passo con quella di Stato, Regioni e Pubblica Amministrazione in genere, sia centrale che periferica dello Stato. L’esecutivo ha voluto invece assecondare scioccamente l’opinione demagogica, populistica e qualunquistica che bisogna pur tagliare qualcosa, a scopo d’immagine, purché la riduzione riguardi gli altri, e non si tocchi casa propria.
    L’art. 17 sul riordino delle province ed il comma 4-bis sull’indicazione governativa del capoluogo nel comune più popoloso, a prescindere dall’accorpamento di due o più province, tre o quattro, e persino cinque insieme, crea situazioni paradossali nella geografia degli enti locali in Italia.
    Il riordino delle province in una parola sola è da “bocciare” totalmente. Insomma produce più confusione che ordine, causa più spesa anziché ridurla, e soprattutto offre meno servizi ai cittadini, in particolare nelle molte province cancellate.
    Non può essere applicato l’art. 17, e tanto meno il comma 4-bis, senza una revisione della geografia amministrativa del Paese, a cominciare dallo Stato, dal Parlamento, dalle Regioni fino ai Comuni ed alla miriade di enti locali di secondo livello, non elettivi, e molto costosi, fortemente burocratici e del tutto inutili, senz’alcun controllo pubblico dei bilanci.
    L’art. 17 ed il comma 4-bis sono semplicemente da abolire rapidamente, o sospendere in attesa della pronuncia della Corte Costutzionale sulla legiitimità o meno del provvedimento governativo, gravemente inficiato da palesi violazioni di legge, e soprattutto dell Carta costituzionale.

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