Ci sono pagine della storia italiana che sbiadiscono ma non si possono voltare perché ancora troppo pesanti, perché sporche, spesso di sangue, e come tali impossibili da girare. E’ il caso del rapimento e omicidio del giornalista Mauro De Mauro e, ancora di più per certi versi, della sentenza della Corte D’Assise che martedì ha assolto l’imputato unico Totò Riina. In 2.199 pagine, i giudici della prima sezione della Corte d’assise di Palermo, il presidente del collegio Giancarlo Trizzino, a latere Angelo Pellino (estensore della motivazione) ricostruisce le fosche circostanze in cui il cronista del quotidiano “L’Ora” pagò il suo scoop sulla morte del presidente dell’Eni, Mattei, simulata da incidente aereo nei pressi di Pavia il 27 ottobre 1962.

“La causa scatenante della decisione di procedere senza indugio al sequestro e all’uccisione di Mauro De Mauro – dicono i giudici – fu costituita dal pericolo incombente che egli stesse per divulgare quanto aveva scoperto sulla natura dolosa delle cause dell’incidente aereo di Bascapè, violando un segreto fino ad allora rimasto impenetrabile e così mettendo a repentaglio l’impunità degli influenti personaggi che avevano ordito il complotto ai danni di Enrico Mattei, oltre a innescare una serie di effetti a catena di devastante impatto sugli equilibri politici e sull’immagine stessa delle istituzioni“.

Mauro De Mauro era un giornalista del quotidiano L’Ora, nel 1962 prima, e nel 1970 poi aveva seguito i poco chiari eventi circostanziali la morte del presidente dell’Eni di allora, Enrico Mattei. E’ stato subito chiaro per tutti che l’operato del giornalista era scomodo e pericoloso perché dopo aver tracciato la cronaca di quello, che per quasi tutti, è un delitto e non un incidente, a distanza di anni, nel 1970 appunto, riaprì il caso pubblicando materiale inedito e scottante.


Quando si seppe, tramite le confessioni del pentito di mafia Melchiorre Allegra, che ” De Mauro era un cadavere che camminava. Cosa Nostra era stata costretta a ‘perdonare’ il giornalista perché la sua morte avrebbe destato troppi sospetti, ma alla prima occasione utile avrebbe pagato anche per quello scoop. La sentenza di morte era solo stata temporaneamente sospesa” al giornale si decise di “dirottare” De Mauro su argomenti meno delicati, come lo sport.

Non bastò, la sera del 16 settembre 1970, il giorno prima del matrimonio della figlia, fu rapito e mai più ritrovato; le fonti più macabre raccontano che il cadavere del giornalista sia da rintracciare in uno dei piloni dell’autostrada A19 in costruzione in quel periodo, ma è un’ipotesi mai verificata. Ciò che sconforta di questa vicenda, è l’assoluzione di Riina che, per quanto stia già pagando per i propri crimini, non viene riconosciuto colpevole di un delitto che francamente è difficile non attribuirgli, se non a lui, ai suoi uomini di fiducia.

L’idea che non sia collegato a Riina questo omicidio propone scenari raccapriccianti che sono stati detti senza mezze misure dalla figlia del giornalista, Franca: “Sono molto turbata per l’assoluzione di Riina. E se i depistaggi su mio padre fossero dello Stato?” Già, il dubbio può sorgere, la verità sul caso Mattei non si è mai saputa, con ogni probabilità è una vicenda anche più grande della nostra realtà nazionale, visti gli interessi petroliferi in gioco, ma questa sentenza non fa altro che aumentare le ombre su una delle vicende più tristi del dopoguerra italiano.

Ad ogni modo queste resteranno solo illazioni, secondo Pellino infatti “La natura e il livello degli interessi in gioco rilancia l’ipotesi che gli occulti mandanti del delitto debbano ricercarsi in quegli ambienti politico-affaristico-mafiosi su cui già puntava il dito il professor Tullio De Mauro (fratello del giornalista, ndr) nel 1970. E fa presumere che di mandanti si tratti e non di una sola mente criminale. Non per questo deve escludersi qualsiasi responsabilità di elementi appartenenti a Cosa Nostra, stante il livello di compenetrazione all’epoca esistente e i rapporti di mutuo scambio di favori e protezione tra l’organizzazione mafiosa e uomini delle istituzioni ai più disparati livelli“. La giustizia ha i suoi tempi, speriamo che coincidano con quelli della verità, soprattutto per la figlia Franca e la famiglia del giornalista.


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