Chi ha bisogno di silenzio può andarsi a fare un giro in spiaggia alle 8 di sera, oppure salire in montagna a luglio o, ancora, visitare la fantastica Alhambra di Granada poco prima del tramonto, una delle stupefacenti possibilità che l’aria aperta, senza computer ne smartphone, ci offre. Non consiglierei mai, a chi deve pensarci 30 secondi prima di parlare – e mi metto, al pari di Filippo Magnini, in mezzo a tale categoria – di postare su Facebook o Twitter il suo ‘stato’, men che meno se sei un personaggio famoso, chiacchierato, e se nelle ultime 24-48 ore (il tempo limite nel quale l’italiano medio sale e scende sul carro a seconda del momento) hai pure ottenuto risultati scadenti. Dovrebbe essere persino automatico, capire che all’interno della rete sconfinata un paio di commenti sgradevoli arriveranno.

La “gente cattiva” di cui sarebbero pieni i social network, francamente, è una pia illusione almeno quanto quella buona. Non mi si fraintenda: credo che la potenza di un ‘invio’, sull’emozione di un attimo, da condividere con il mondo intero o comunque con la porzione individuale del nostro mondo – perché questo sono i social network – sia qualcosa di eccezionale, invenzione rivoluzionaria che tutto intende connettere, 24 ore al giorno, senza ferie ne confini, senza senso del denaro o della latitudine, e con possibilità di fonti informative infinite, tanto che nel mio lavoro mi capita spesso di ‘approvigionarmi’ (di notizie) proprio su Facebook, Twitter, Linkedin e gli altri, senza dover aspettare che l’Ansa sputi una notizia o dover telefonare al numero giusto di turno.  

Però il vaso di Pandora contenente le speranze che i social network si permettano di unire o dividere le persone è meglio lasciarlo chiuso, onde evitare disillusioni cocenti. Iscrivendosi, l’individuo sceglie di condividere tutto: in alcuni casi con chi più preferisce, in altri con tutti perché se postano una foto o un commento Alex Del Piero o il qualunque sig. Verdi, i caratteri e i bit sono magari uguali ma la risonanza è diversa. E allora, inevitabilmente, le Olimpiadi di Londra, tra squalifiche per tweet razzisti – la greca Vuola Papachristou prima, Michel Morganella poi – e tweet omofobi, tirano una linea netta spiegando all’Universo che parlare al bar è una cosa, scrivere sopra la rete un’altra. Qui si va a toccare il buonsenso, l’onestà intellettuale e l’educazione: valori che, francamente, non c’entrano nulla con Internet, cinguetii, condivisioni, foto più o meno ritoccate e live cams.


Il punto, o meglio la differenza, è che un regolamente unisono, una sorta di legge dei social network può permettersi di toccare la privacy e ovviamente il senso del decoro, ma non può evitare lo ‘scontro diretto’ tra soggetti, motivo per il quale i social sono stati inventati. Ne per unire, ne per dividere. Che poi, dopo una serie di delusioni olimpiche con commenti a caldo sotto i quali c’è la possibilità di rispondere, lo facciano, è un altro discorso. Solo una logica conseguenza. Non una questione di buoni o di cattivi, ma solo di causa-effetto. A chi non piace, ci sono sempre i parchi, le spiagge, i parchi sconfinati. Sempre che nell’era del web 2.0 non ci sia un wifi nei paraggi…


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