Il posto fisso, lo sappiamo dalla voce del Presidente del consiglio e dalle intemerate del Ministro del lavoro, è una grande noia.

Oramai questo dato è ritenuto scontato ed incontrovertibile. Ciò che è da tutelare, si sentenzia, non è il “posto di lavoro”, ma il lavoro. Questa bellissima affermazione sottointenderebbe il perfetto funzionamento di meccanismi di tutela dalla disoccupazione operanti in modo eguale ed universale per tutti. In primo luogo, l’esistenza di un’economia in crescita, nella quale le aziende riescano a produrre e, dunque, siano portate a domandare lavoro, muovendo, così, l’istruzione e la formazione ad istruire le persone ad acquisire le abilità e le competenze necessarie. In secondo, l’esistenza di congrui benefici per i disoccupati, allo scopo di aiutarli alla ricerca del nuovo lavoro domandato dalle aziende. In terzo, efficienti sistemi di formazione ed incontro domanda-offerta.

Nessuna di queste tre condizioni si presenta, attualmente. L’economia è in enorme crisi, il sistema dell’istruzione è ormai strutturalmente in affanno, preso nella morsa di tagli fortissimi e continue riforme, che lo hanno destabilizzati; il sistema della formazione non trova più i finanziamenti del fondo sociale, prevalentemente destinati agli ammortizzatori in deroga, con la conseguenza di tagli drastici ai corsi e al numero degli allievi. I servizi per il lavoro pubblici, oltre a scontare l’eredità pesantissima dello stato di totale disarmo col quale il Ministero del lavoro li consegnò alle province, stato dal quale stavano venendo fuori, hanno personale (9.400 dipendenti circa) sette volte inferiore a quello della Germania (70.000 dipendenti), in una situazione ed un Paese, l’Italia, che ha problemi nel mercato del lavoro immensamente superiori alla realtà teutonica.


Tuttavia, nonostante questo fosco quadro spiragli per il “posto fisso” ancora si vedono. Si dirà, certo nell’ambito del sistema pubblico.

E’ vero. O quasi. E’ il sistema para-pubblico, quello delle società ed aziende pubbliche. Nel caso di specie, la Rai, azienda che, come ormai noto, ha assunto con un sontuoso contratto da 600 mila euro all’anno il nuovo direttore generale, con un bel contratto a tempo indeterminato (anche se, secondo gli ultimi sviluppi, sembra che il nuovo direttore abbia rinunciato al posto fisso).

Ora, la pubblica amministrazione è da anni interessata da vincoli molto stretti alla spesa di personale e, conseguentemente, alle assunzioni. Vi è, ad esempio negli enti locali, il tetto di spesa complessivo da ridurre di anno in anno, l’obbligo di rispettare il rapporto, tra spesa di personale e spesa corrente in modo che non superi il 50% della spesa e, comunque, tale da essere tendenzialmente ridotto, la possibilità, che vale anche per le altre amministrazioni, di assumere sostanzialmente solo un quinto del turn over. Non solo: i rapporti di lavoro flessibili possono essere attivati solo entro il 50% della spesa del 2009. E se si vuole acquisire una collaborazione esterna, anche solo remunerata con 500 euro, occorre effettuare una procedura selettiva, sostanzialmente una sorta di concorso.

Non diversa è la situazione delle società partecipate dagli enti locali, chiamate, ormai, ad assumere solo per concorso, a collazionare le proprie spese di personale con quelle degli enti che ne possiedono il capitale al fine di determinare i tetti di spesa visti prima, tenute ad assumere anch’esse personale flessibile entro il 50% della spesa 2009 dalla spending review, con stipendi dei propri dipendenti bloccati per tre anni (per i dipendenti pubblici il blocco è giù à da tempo in vigore).

Ecco, in questo quadro, la Rai, che per carità non è società partecipata di un ente locale, assume (o ha provato a farlo) il direttore generale a tempo indeterminato. Ovviamente, visto che le regole di solito chi le fa non le rispetta, senza alcun concorso, non un briciolo di selezione pubblica, nessun obbligo di rispettare tetti di spesa o meccanismi di controllo della spesa. Una cooptazione tecnico-politica in piena regola. Nemmeno si è rispettato il, del resto più volte violato, tetto alle retribuzioni che dovrebbe riguardare i “manager pubblici”, cioè il compenso del primo presidente della Cassazione.

Insomma, come si nota, quando il potere da gestire è delicato, il posto fisso da noioso diventa gioioso e tutti i vincoli, le procedure, le burocrazie da seguire, anche solo per un incarico ad un co.co.co. non servono più.

I docenti delle scuole, gli infermieri praticamente non si possono più assumere a tempo indeterminato, nonostante la continuità dei servizi cui debbono adempiere. Un direttore generale, nella sostanza a tutti gli effetti componente dell’apparato decisionale della Rai e non solo esecutore delle delibere del consiglio di amministrazione, sì.

Ciò che desta davvero stupore, in questa vicenda, è proprio la durata a tempo indeterminato di un contratto da manager. Già desta moltissime perplessità la possibilità, della quale si è abusato ripetutamente, di assumere per via fiduciaria dirigenti a tempo determinato nelle pubbliche amministrazioni. Ma, almeno, in questa specie di spoil system all’amatriciana, i contratti sono necessariamente a tempo determinato.

L’assunzione del direttore generale della Rai a tempo indeterminato potrebbe aprire la strada a ciò che i componenti degli organi di governo tanto vorrebbero: assunzioni di quinte colonne nei gangli dell’amministrazione, da lasciare per sempre in eredità, a far buona guardia degli interessi di parte a futura memoria. Trasparenza, interesse generale, buon andamento? Non contano.

Il posto da altissimo dirigente incaricato direttamente dall’organo politico meglio che sia fisso, fississimo.

Per converso, la noia mortale cui dovrà suo malgrado sottoporsi il direttore generale della rai sarà ben compensata: 600 mila euro all’anno.

Per comprendere di cosa si parla, è bene evidenziare che se un’amministrazione dovesse acquisire un servizio, ad esempio sostegno ai disabili sensoriali nelle scuole, dovrebbe porre in essere una complessa procedura di gara d’appalto di rilievo comunitario, perché l’importo supererebbe di gran lunga la soglia, 193000 euro, entro la quale gli affidamenti possono essere disciplinati dalla regolamentazione italiana. E per giungere all’agognata stipulazione del contratto dovrebbero passare centinaia di giorni e decine e decine di passaggi “burocratici”.

Ma, a ben vedere, il posto fisso logora chi non ce l’ha. E chi non ha il potere di assumere a tempo indeterminato con importi faraonici.


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