Le riflessioni sulla “monotonia” del posto fisso, di fronte agli ultimi dati sulle prospettive occupazionali in Italia, sembrano decisamente lasciare il tempo che trovano. Infatti, secondo quanto emerso da Excelsior, indagine congiunta di Unioncamere e Ministero del lavoro, ormai meno di due nuove assunzioni su dieci avvengono per mezzo di contratti a tempo indeterminato. Più precisamente, le previsioni delle aziende dicono che, nel terzo trimestre 2012 (luglio-settembre), su un totale di quasi 159.000 posti, solo il 19,8% saranno assegnati in base ad assunzioni senza scadenza. Il dato conferma l’andamento del trimestre precedente (aprile-giugno), facendo registrare una significativa diminuzione rispetto a quanto avveniva sino agli ultimi mesi del 2011, prima dell’inizio delle fase di recessione, quando si salvavano dalla precarietà in media il 30% dei nuovi posti di lavoro.

La rilevazione di Unioncamere e Ministero del lavoro registra un aumento delle tipologie contrattuali a tempo determinato pari ad un complessivo 72,3% per il periodo luglio-settembre 2012, di cui una percentuale significativa è costituita da contratti stagionali. Solo il 4,6% è rappresentato da contratti di apprendistato, che dovrebbero – nelle intenzioni del Ministro Fornero – diventare la via prevalente di accesso al mondo del lavoro per i giovani, mentre il restante 3,3% copre altre formule come le assunzioni in inserimento e a chiamata.

Tra le cause di questa sempre più marcata precarizzazione del mondo del lavoro vi è certamente la crisi economica e l’incertezza delle prospettive di medio e lungo periodo da essa alimentata. Le ultime stime dell’Ocse prevedono per l’Italia un calo del PIL dell’1,9% per il 2012 e dello 0,3% nel 2013 (dati leggermente più ottimistici vengono dalla Bce e dal Governo). Secondo il Presidente dei Giovani Imprenditori, Jacopo Morelli, a rendere sempre più difficili le assunzioni a tempo indeterminato contribuirebbero anche l’eccessiva tassazione, la bassa produttività e la scarsa “flessibilità in uscita” (licenziamenti).


In questo quadro resta ancora tutto da verificare l’impatto che avrà laRiforma Fornero del mercato del lavoro, in vigore dal 18 luglio. Ma già su di essa incombono una decina di emendamenti, e non basteranno certo pochi mesi per poterne valutare gli effetti.

Dal rapporto annuale di Bankitalia, infine, emerge come le buste paga dei lavoratori dipendenti siano rimaste sostanzialmente invariate. Dal 2000 al 2010, infatti, la fotografia delle retribuzioni medie reali nette svela un aumento di soli 29 euro (da 1.410 a 1.439 al mese). Sul dato hanno pesato anche le misure di congelamento degli stipendi dei dipendenti pubblici, anche se in Italia, fortunatamente, non si è arrivati alla cancellazione delle tredicesime come per i colleghi greci e, da ultimo, per quelli spagnoli.


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4 COMMENTI

  1. il problema è che al momento non esiste in Italia una mobilità del lavoro.Infatti un lavoratore a meno che non si tratti di un dirigente,quadro,manager,una volta licenziato da un’azienda dove trova un altrro lavoro???????SULLA LUNA!!!!!!!!!

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