Come sono lontani i fasti degli anni ’90.

Con la partenza di Ibrahimovic e Thiago Silva, la Serie A perde gli ultimi due giocatori di assoluto livello internazionale e si chiude, probabilmente del tutto, l’epoca d’oro del calcio italiano, scandita da una trentina d’anni di contratti multimilionari, ricavi record e campioni da copertina, che hanno fatto del nostro campionato il torneo più difficile, chiacchierato e invidiato. Oggi, però, quei tempi sono un vago ricordo. Ce l’hanno messa tutta per restare a galla i “grandi vecchi” Berlusconi e Moratti, ma aver ceduto, negli ultimi tre anni, campioni del calibro di Balotelli, Eto’o e gli stessi Thiago Silva-Ibrahimovic, assomiglia del tutto a una dichiarazione di resa incondizionata. Troppo alta l’asticella per competere a livello commerciale con gli altri club d’Europa e se, poi, si aggiunge che in campionati esteri sono arrivati anche i capitali sterminati degli sceicchi, allora l’inferiorità rischia di diventare quasi disarmante. Per ora, in Italia, sorride solo la Juventus, che sta vivendo la sua fase di rinascita post-Calciopoli dopo la conquista dello scudetto, ma la china del sistema calcio pare irrimediabilmente in discesa.

Che il football italiano non potesse reggere i ritmi finanziari degli altri campionati divenne una certezza quando Cristiano Ronaldo, nel 2009, lasciò il Manchester United per accasarsi al Real Madrid alla modica cifra di 94 milioni di euro. La Gazzetta dello Sport titolò eloquentemente in prima pagina “Così non vale” e il calcio italiano ebbe conferma della sua raggiunta impotenza. Dalla riapertura delle frontiere in avanti, infatti, il campionato italiano aveva iniziato a rappresentare il coronamento della carriera di un calciatore: da Maradona a Falcao, da Van Basten al “fenomeno” Ronaldo, giocare in Serie A era la sfida più ambita, che poteva voler dire due cose: fallimento o consacrazione. E i contratti erano di pari livello: alla massima difficoltà, corrispondeva naturalmente il massimo salario. Da quando, però, gli ingaggi hanno preso a scendere, giocatori (e procuratori) hanno iniziato a strizzare l’occhio ai Paperoni degli altri campionati.


Ma a cosa è dovuto questo trend discendente, che sta portando il calcio italiano a una succursale degli altri campionati europei? Com’è noto, la tassazione, in Italia, non aiuta affatto. Quel che è certo, per, è che oggi, gestire una società di calcio in Italia significa svolgere un business strutturalmente in perdita. Basta spulciare i bilanci per capire che la situazione non è semplicemente “in rosso”, ma è proprio nera. Nella stagione 2010/2011, infatti, soltanto sei club hanno raggiunto un utile operativo, mentre gli esercizi di Milan, Inter e Juventus spiegano quanto sia ormai insostenibile tenere il passo dei grandi club europei. Per i rossoneri, il buco di bilancio ammonta a oltre 67 milioni di euro, per i cugini nerazzurri a 86 e per gli juventini addirittura a 95. Dati da brivido, che, comunque, sono una conferma della redittività nulla del business calcistico: una questione di cuore e di immagine per chi ci investe, come Moratti e Berlusconi, che si sono trovati, per diverse stagioni, puntualmente costretti a coprire le falle della contabilità con il fatidico assegno “tappabuchi”. Prassi che poteva essere sostenibile quando le aziende in capo al gruppo controllore (nel qual caso, Fininvest e Saras) godevano ancora di ottima salute.

Oggi, però, la crisi non sta risparmiando nessuno: il gruppo di Berlusconi è preso da forti difficoltà nei mercati (il valore delle azioni Mediaset è in caduta libera, -57,5% in 12 mesi), cui si aggiungono dispute ereditarie, divorzi e lodi Mondadori. Decisamente troppo per firmare senza pensieri l’assegno “salvaMilan” anche quest’anno. Lo stesso, dicasi per Massimo Moratti: la sua ditta di famiglia, la compagnia di trivellazione Saras, non distribuisce dividendi dal 2009: naturale che, dopo i fasti del Triplete, uno snellimento del monte ingaggi sia il primo appiglio per recuperare crediti in casa Inter. Così si spiega la cessione, nel 2011, di Samuel Eto’o e per questo, entro fine mercato, potrebbe andarsene anche Wesley Sneijder. Ma sono i dati della Serie A in generale a far tremare i milioni di appassionati in tutto il Paese: 2,65 miliardi gli euro complessivamente mancanti, con i soli debiti finanziari e commerciali che pesano per il 51%. Cifre che spiegano come mai, oggi, l’unica voce di peso rimasta al capitolo “introiti” per le società calcistiche siano i ricavi televisivi, nei quali Sky e Mediaset annualmente innestano soldi a palate, per maggior parte destinati ai grandi club, ma, in ogni caso, soldi freschi che tutti mettono indistintamente da parte al solo scopo di far tornare i conti.

L’operazione Ibrahimovic-Thiago Silva al Paris Saint-Germain è stata valutata come un risparmio complessivo di 170 milioni di euro: forse un po’ troppi, considerando che il Milan potrebbe tornare a investire e, dunque, corrispondere nuovi ingaggi in breve tempo, che comunque sarebbero certamente inferiori alla metà di quello corrisposto al faraone Ibra. Senza dubbio, però, il buco di bilancio delle casse rossonere, quantificato, come detto, a 67 milioni, e la cessione dei due cartellini, che dovrebbe aggirarsi sui 62, sono cifre talmente coincidenti che pensare unicamente ai capricci di un giocatore risulta davvero difficile.


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  1. […] al Psg è un sogno divenuto realtà” si, come no, caro Ibra. Lo svedese ci ha abituato spesso, circa una all’anno, la stessa frequenza con cui cambia […]

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