La Protezione civile rinnova i suoi connotati: in anticipo sulla tabella di marcia di qualche giorno, infatti, la riforma è diventata legge. Mentre il governo, con la spending review, cerca di destinare 500 milioni urgenti ai terremotati, che dovrebbero diventare 2 miliardi entro fine anno, il Parlamento ha timbrato la conversione finale del decreto 59/2012, che sancisce di fatto la nascita della nuova identità dell’ente guidato da Franco Gabrielli.

Con una sconvolgente coincidenza temporale, il 16 maggio il provvedimento di riforma della Protezione civile era stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale: appena quattro giorni prima che l’avvio del rovinoso sciame sismico mettesse in ginocchio l’Emilia. “Disposizioni urgenti per il riordino della Protezione civile”: questo il nome del documento che ha dato origine alla nuova intelaiatura giuridica, approvato in prima battuta il 15 maggio dalle Camere. Meno di una settimana dopo, l’Emilia ha terribilmente cominciato a tremare, lasciando dietro di sé macerie, morti e un intero territorio che, per quanto tenace, ha subito ferite profonde. Il 20 maggio, in piena notte, una scossa di 5.9 ha devastato le località come Finale Emilia, San Felice sul Panaro e Medolla. Nove giorni più tardi, una replica a 5.8 di magnitudo Richter ha colpito di nuovo, in special modo le aree industriali della zona, radendo al suolo, oltre a numerosi capannoni, anche edifici, luoghi di culto, centri urbani e private abitazioni. A distanza di 50 giorni, con il decreto traslato da una Camera all’altra, la Protezione civile è ancora in prima linea sui luoghi del disastro, migliaia di sfollati dormono ancora in tenda e il governo si adopera per trovare fondi urgenti destinati agli interventi non rinviabili. Tra questi, le scuole, che dovranno ripartire a pieno regime a settembre: basta, insomma, l’esempio più tragico e recente perché sulla centralità del ruolo giocato dalla Protezione civile non sorgano dubbi di sorta. Un restyling all’ente, però, andava realizzato, soprattutto per lasciarsi definitivamente alle spalle gli scandali e le polemiche che hanno chiuso la gestione di Guido Bertolaso.  Come molti ricorderanno, infatti, la struttura di intervento era finita sotto l’occhio del ciclone in seguito a una certa leggerezza organizzativa e – soprattutto – nella definizione dei cosiddetti Grandi eventi, sotto cui erano stati inclusi anche avvenimenti straordinari, sì, ma non dipendenti da catastrofi naturali, come i funerali di Giovani Paolo II o i Mondiali di Nuoto a Roma. A parecchi addetti ai lavori, era dunque venuta l’idea, maturata proprio nei momenti aurei della “monarchia” Bertolaso, di costituire una sorta di Spa della Protezione civile, in scia, soprattutto, al G8 tenuto all’Aquila nel 2009, nel cuore del terremoto abruzzese, considerato il capolavoro di Bertolaso a guida dei Grandi eventi. La possibilità di agire velocemente e in deroga ai tanti lacci e lacciuoli della burocrazia aveva, insomma, fatto fiutare che dietro la Protezione civile potessero nascondersi anche grandi opportunità di business. Con la nuova riforma, probabilmente, non sarà più così.

Prima di tutto, con la nuova legge, la Protezione civile vede accorciarsi le sue tempistiche d’intervento: essa, da oggi, è deputata esclusivamente alla gestione dell’emergenza successiva a una calamità naturale, periodo che non potrà dilungarsi oltre i 90 giorni canonici e i 60 “di proroga”. Questo, naturalmente, è l’unico rimedio individuato per evitare che stati di emergenza infiniti possano prosciugare le casse dello Stato.  L’ente avrà infatti facoltà di emettere ordinanze, di concerto con le Regioni, non solo sui servizi indispensabili nell’immediato, ma anche specifiche adatte a tutti i professionisti per la messa in sicurezza degli edifici colpiti. In generale, insomma, la Protezione civile dovrà dedicarsi ad porre le basi perché si ristabiliscano le normali condizioni di vita per le popolazioni vittime di catastrofi. Il decreto convertito ieri, in aggiunta, dà licenza alle Regioni sottoposte a calamità di elevare l’accisa sulla benzina fino a un massimo di cinque centesimi al litro: passi, ma non sarebbe male, anche qui, individuare un periodo limite di permanenza. In parallelo, o forse in alternativa, dovrebbe essere introdotto anche un surplus di tassazione sul gioco d’azzardo: se ne riparlerà in sede di spending review. Al capitolo più scottante, quello dei Grandi eventi, rimane un unico neo: questi, sarebbero stati esclusi dalla competenze dell’ente, ma sul portale web della Protezione civile continueranno a essere pubblicati gli appalti relativi all’organizzazione. Punto ambiguo, che andrà chiarito in fretta.  Quel che più conta, però, è che gli ambiti di intervento della Protezione civile vengono delimitati “alla previsione e alla prevenzione dei rischi, al soccorso delle popolazioni sinistrate e ad ogni altra attività necessaria e indifferibile, diretta al contrasto e al superamento dell’emergenza e alla mitigazione del rischio”. Di concerto, i poteri del vertice vengono ridotti e la libertà di azione – e di emanazione – della Protezione civile dalla normativa vigente viene circoscritta al periodo di intervento e non prorogabile.


La sofferenza di un popolo non può diventare il pretesto per dare il via a operazioni dettate dal tornaconto economico: che le professioni vadano retribuite per definizione, non ci sono dubbi, ma forse, da oggi, imprenditori che sghignazzano al telefono mentre si contano i morti di un sisma devastante, non ne sentiremo più. Oggi, la Protezione civile, almeno sulla carta, pare definitivamente tornata al suo dna originario, solidale e meno votato agli affari. Gli angeli, si sa, non hanno mai chiesto parcelle.


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