“Lei non sa chi sono io, questa gliela faccio pagare”, no, non è il famoso dialogo tra l’onorevole Trombetta e Antonio De Curtis, in arte Totò, ma è il dialogo fra un altro Antonio, distinto sessantenne salernitano decisamente meno noto del suo omonimo, e la signora Licia, sua compaesana. Il fatto di per sé non susciterebbe alcun interesse se non fosse per la sentenza della Corte di Cassazione n. 11621/2012 legata a questo scambio di battute;  la Cassazione, infatti, ha stabilito che l’espressione ha un contenuto in grado di limitare la “libertà psichica” altrui se viene pronunciata in un “contesto di alta tensione verbale”, ossia un qualsivoglia alterco.

La sentenza ha dunque qualcosa di molto originale, quella che nel common sense viene percepita come una celebre battuta che ha fatto la storia del cinema italiano e che è l’emblema dello scontro di classe di una certa Italia post fascista, oggi viene percepito come un atto lesivo della libertà altrui, tanto grave da poter costituire reato, tanto che il predetto signor Antonio si è visto annullara l’assoluzione dal procedimento legale che lo riguardava. La sentenza  11621 recita che “l’espressione deve essere valutata nel suo complesso e il giudice di pace non si è soffermato adeguatamente a considerare il contesto in cui si inseriva, escludendone ogni idoneità minatoria” – specifica inoltre l’ Alta Corte – “l’espressione andava, e andrà valutata dal giudice del rinvio, nel concreto ambito nel quale era stata pronunciata, in un contesto cioè di alta tensione verbale, da persona che utilizzando l’espressione che “l’avrebbe fatta pagare” essendone capace («non sai chi sono io») colorava e riempiva di contenuti minacciosi la frase pronunciata, perchè nulla ne circoscriveva il significato all’adozione di iniziative lecite”.

Come diceva Nanni Moretti in Palombella Rossa “le parole sono importanti” e lo sono a tal punto che questa vicenda, teoricamente chiusa il 13 gennaio 2006, si riaprirà davanti al giudice di pace, dove ci auguriamo, per il signor Antonio, che almeno il giudice ne conosca le sue tanto millantate referenze.


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