Una vicenda anomala, che ha dell’inverosimile ma senza ombra di dubbio a tratti commovente.

Siamo ad Alghero, una famiglia sposata da otto anni decide di separarsi. Il marito sente l’esigenza di vivere un cambiamento che lo porta a cominciare la fase di transizione per diventare donna.

Il Tribunale decide che il marito dovrà versare mensilmente un assegno di 250 euro per il mantenimento della figlia e dell’ex moglie.


L’uomo, nel frattempo diventato donna, adempie per 3 anni, ma all’improvviso si trova nella situazione di non poter più provvedere.

Il suo cambiamento in donna gli ha davvero cambiato la vita … si trova, infatti, dinanzi a porte chiuse in faccia, a proposte di lavoro che sfumano non appena la sua identità viene scoperta (sulla carta d’identità risulta infatti il suo nome maschile)… insomma escluso dalla società è impossibilitato ad adempiere all’obbligo impostogli dal giudice.

Non basta l’umiliazione, il disprezzo di un Paese razzista …a peggiorare la situazione sopraggiunge la denuncia dell’ex moglie che accusa il marito di non adempiere agli obblighi di assistenza familiare.

Il Tribunale si trova a decidere per la prima volta un caso familiare di una donna che chiama in causa un’altra donna per non avere pagato gli alimenti!

I giudici assolvono l’imputato: la difesa, infatti, è riuscita a dimostrare che l’ex marito ha erogato il sussidio fino a quando ha potuto permettersi una lavoro.

Dopo il suo cambiamento, però, si è trovato in difficoltà: il fatto che sulla carta d’identità risultassero le generalità di un uomo che, però, appariva donna, dava luogo a ulteriori ostacoli nella sua ricerca di occupazione.

E’ una vicenda che fa riflettere.. su diverse questioni pensiamo o crediamo fermamente di vivere in un Paese evoluto, all’avanguardia, che guarda al futuro e abbraccia le novità …. ma in realtà dinanzi a temi come questi, dove ciò che conta non è il progresso, la tecnologia, l’avanguardia ma sono i sentimenti, le emozioni, le esigenze umane ad essere protagoniste … allora qui siamo mille passi indietro, siamo un Paese pieno di preconcetti e paure inutili!

In un Paese e in una situazione di crisi, quale quella attuale, si può dar spazio a forme di razzismo?

Come si può ancora, non valutare un soggetto per le qualità lavorative che davvero possiede, anziché per il sesso, per la bellezza, per le idee ….

Come poter pensare di vivere in un Paese libero e democratico, quando per prime le nostre menti sono intrise di concetti “bigotti”?

Un uomo che per anni ha garantito un’esistenza dignitosa alla propria figlia e all’ex moglie, rinunciando anche alla propria abitazione pur di garantire loro una casa,si trova all’improvviso impossibilitato ad adempiere a questo obbligo non per sua volontà ma solamente per la paura degli altri: i datori di lavoro che dinanzi ad una situazione simile cambiano strada, sfuggono, ma da cosa? Da chi?

Questa condotta ostruzionistica ha solamente portato il soggetto sull’orlo del lastrico, gli ha impedito di adempiere ad obblighi alla quale, prima del mutamento, era riuscito ad ottemperare!

La decisione del Tribunale, non garantirà di certo che tutto cambi e che adesso tutti vengano davvero trattati in egual maniera, ma sicuramente aprirà un varco per riflettere su come i comportamenti umani molto spesso possono davvero distruggere l’esistenza di un altro individuo, e come spesso basti davvero solo un po’ di tolleranza, di intelligenza per rendere il mondo in cui viviamo, non dico perfetto, ma per lo meno migliore.

Un mondo in cui chi cerca lavoro sia valutato per le sue qualità professionali e non per le sue scelte attinenti alla propria sfera personalissima.

Mi auguro che apra uno spiraglio tra le menti grette di coloro i quali vivono ancora di questi pregiudizi.

Mi auguro che il tanto richiamato articolo 3 della Costituzione non sia davvero un semplice articolo di un Codice, ma un principio che prenda vita nella quotidianità di ognuno di noi!


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3 COMMENTI

  1. Diego, il problema dei documenti esiste eccome. Per favore non parliamo con leggerezza di questi problemi se non conosciamo la materia.
    Le persone che intendono portare a termine il cambiamento di sesso possono ottenere il nome d’elezione sul documento d’identità soltanto alla fine di un percorso medico e legale che dura anni. Per tutto quel tempo sono costretti a presentarsi al mondo con un nome incongruo rispetto sia all’identità di genere, sia al ruolo di genere nella società, sia all’aspetto fisico, con gli esisti che abbiamo letto nell’articolo.

    Ma il problema dei documenti tocca anche, e ancora più drammaticamente, le persone che non intendono arrivare alla riassegnazione sessuale perché coi cambiamenti già effettuati (per esempio la terapia ormonale o interventi sui caratteri sessuali secondari), hanno già raggiunto un soddisfacente equilibrio psico-sessuale che potrebbe essere compromesso dalla riassegnazione sessuale. Queste persone per poter avere un nome congruo con l’identità di genere, col ruolo di genere e con l’aspetto esteriore (in sintesi con quella che è l’identità sessuale, come spiegato dalla Corte Costituzionale), devono sperare in un tribunale che interpreti la L. 164/86 nel senso che non sia necessaria la riassegnazione sessuale.
    Opportunamente le persone transessuali parlano di “ricatto dello Stato” che chiede la sterilizzazione in cambio dei documenti, con ciò infischiandosene dei diritti umani alla salute e al nome.
    Purtroppo il sistema giuridico è terribilmente indietro rispetto a questi problemi come anche rispetto al problema dell’intersessualità.

  2. In realtà la normativa di anagrafe e stato civile prevede il cambiamento di sesso, con relativo cambio del nome e delle generalità sulla Carta d’Identità. Evidentemente non ha seguito la procedura relativa, oppure le difficltà incontrate sono di altra natura, perchè dal punto di vista documentale problemi non ce ne sono.

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