Chi aveva pensato che il Consiglio Ue del 28 e 29 avesse sciolto definitivamente i nodi attorno a cui si inviluppa la crisi europea (che è anche, e forse soprattutto, crisi di mancata governance politica) aveva fatto troppo presto i suoi conti. Sono stati necessari i “tempi supplementari” dell’Eurogruppo e dell’Ecofin del 9 e 10 luglio per definire, almeno parzialmente, alcuni tra i punti più controversi. L’impressione generale, al termine dei due vertici, è che le trattative non siano ancora completamente finite e che saranno necessari anche i “calci di rigore”.

Raggiunte, ad ogni modo, alcune notevoli intese sul progressivo processo di unione bancaria ed economica del Vecchio Continente, oltre al via libera al Piano europeo per la crescita e l’occupazione.

Ma il protagonista incontrastato dell’eurovertice di Bruxelles è stato l’ormai celebre scudo anti-spread, di cui Mario Monti ha fatto il principale cavallo di battaglia dell’Italia in sede europea e sul quale si è combattuto uno scontro durissimo. Dietro i no al meccanismo da parte di Paesi come Olanda e Finlandia, infatti, c’erano tutti i dubbi della Germania e del Cancelliere Merkel. Con grande abilità diplomatica si è infine riusciti a conseguire un risultato soddisfacente e, date le fibrillazioni degli ultimi giorni, ancora una volta al di sopra delle aspettative.


Questo meccanismo non interverrà indistintamente a sostegno di ogni Paese della moneta unica sotto l’attacco della speculazione, ma si attiverà dietro formale richiesta, previa firma di un Protocollo d’intesa e solo per quegli Stati che dimostreranno di rispettare gli impegni e le scadenze concordati con le Autorità europee (Commissione e Bce in primis, mentre il Fondo monetario internazionale, che assieme ai primi forma la temuta “Troika”, non sarà più coinvolto nei “commissariamenti”).

Ma come, nel concreto, funzionerà lo scudo? Attraverso un’azione integrata e coordinata dei due Fondi “Salva Stati” dell’Efsf (European financial stability facility), forte di un capitale residuo di circa 350 miliardi di euro, e del Mes (Meccanismo europeo di stabilità, o Esm), con un potenziale di partenza di 500 miliardi, assieme, dall’altra parte, alla Banca centrale europea. Il primo Fondo continuerà a funzionare fino a quando non diventerà operativo il Mes, ratificato ad oggi da 13 dei 17 Paesi dell’Eurozona (serve che le ratifiche raggiungano il 90% del capitale complessivo perché il Meccanismo possa attivarsi). La Bce, da parte sua, avrà il compito di acquistare i Titoli di Stato dei Paesi sotto attacco speculativo che avranno firmato il Protocollo d’intesa, attingendo direttamente dai capitali dei due Fondi ammontanti nel complesso ad 850 miliardi (dei quali, al momento, solo 350 disponibili).

Nella conferenza stampa tenutasi al termine dell’Eurogruppo il Commissario Ue agli Affari economici e monetari, Olli Rehn, e l’Amministratore dell’Efsf, il tedesco Klaus Regling (di cui è stata decisa anche la nomina al vertice del Mes, per rassicurare la Germania), hanno annunciato l’avvenuta firma di un primo accordo preliminare tra la Bce e lo stesso Efsf riguardo l’esecuzione delle operazioni sui mercati per calmierare gli spread, attingendo alla dotazione del Fondo Salva Stati. La Banca centrale europea, hanno chiarito i due, agirà “per conto dell’Efsf, ma i rischi resteranno sul bilancio dell’Efsf”. Il Fondo di stabilità, dunque, non solo è garante delle operazioni effettuate dalla Bce, ma le finanzierà con le proprie risorse. Uno dei punti che ancora non sono stati chiariti è se queste operazioni potranno essere avviate inizialmente con la liquidità della Bce, per essere successivamente ripagate dall’Efsf / Mes.

La Banca centrale europea, comunque, sarà di fatto l’“agente delle operazioni” dell’Efsf (e, in seguito, del Mes), opererà da tramite nell’acquisto dei titoli sotto attacco per stabilizzare gli spread, quei differenziali di rendimento (rispetto al granitico Bund tedesco a 10 anni) che, se troppo elevati, rendono eccessivamente oneroso il rifinanziamento del debito. Questo si traduce in una oggettiva difficoltà per tutti gli Stati che pure, come l’Italia, hanno intrapreso un cammino di riforme strutturali e di riordino dei conti pubblici, su cui proprio oggi  è arrivato un nuovo invito di Mario Draghi a proseguire con coraggio.

La Bce, per quanto finora stabilito, potrà sicuramente intervenire con operazioni sul mercato secondario, quello aperto sempre a tutti gli investitori, dai grandi “istituzionali” ai privati cittadini. Rimangono dubbi riguardo all’intervento sul mercato primario (quello delle aste, indette dagli Stati al momento dell’emissione dei loro titoli), poiché i trattati europei impediscono alla Bce di rifinanziare direttamente i debiti pubblici. È tuttavia previsto negli statuti dell’Efsf e del Mes la possibilità di operare direttamente sul mercato primario, il che lascia intravedere una ragionevole possibilità di un intervento a tutto tondo dello scudo anti-spread (Bce + Fondi Salva Stati) sul mercato dei Titoli di Stato.

Prossima tappa per mettere a punto ulteriori “dettagli” sarà un nuovo Eurogruppo straordinario, fissato per il 20 luglio: non si può perdere tempo prezioso, la speculazione non va mai in vacanza. In quella sede dovrebbe essere decisa la ricapitalizzazione diretta delle banche (prime in lista quelle spagnole, che entro fine luglio saranno beneficiarie di una prima tranche di aiuti da 30 miliardi sui 100 complessivi previsti) da parte dei Fondi di stabilità, senza passare attraverso i Governi nazionali e, quindi, senza pesare sui debiti pubblici. Questo dovrebbe finalmente spezzare quel circolo vizioso dell’indebitamento reciproco instauratosi tra istituti di credito e finanze pubbliche.

Una positiva novità, in tal senso, viene anche dal fatto che il Mes, quando diventerà operativo (si pensa non prima del 2013), così come il vigente Efsf non avrà – a differenza di quanto inizialmente previsto – lo status di creditore privilegiato (cioè con diritto ad essere rimborsato prima di ogni altro soggetto). Dichiarazione che ha notevolmente tranquillizzato gli investitori, sia istituzionali che privati.

Strada in discesa, insomma? I problemi dell’Europa non sono certamente finiti, ma gli ultimi due vertici (a differenza dei precedenti 24, solo negli ultimi due anni di crisi) non si sono risolti con un nulla di fatto. La strada per l’uscita dalla crisi, anche se ancora costellata da insidie e dalle schermaglie tra Stati membri, è ormai tracciata.

Se, come ribadito sempre più frequentemente dal Cancelliere tedesco Angela Merkel, l’unione politica dell’Europa deve essere sul lungo periodo la meta finale del Vecchio Continente, precondizione indispensabile per giungervi era – come richiesto con successo dal Presidente del Consiglio Mario Monti – la stabilizzazione delle turbolenze finanziarie nel breve e brevissimo termine.

Forse il risultato più importante raggiunto negli ultimi vertici, aldilà delle schermaglie e dei tatticismi di piccola taglia, è proprio questo: aver dimostrato al mondo che l’Europa, sia pur tra mille difficoltà, c’è, e sta rafforzando sempre di più la propria credibilità (merce rara, a cui gli stessi mercati guardano più che ad ogni altra cosa).


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