Fumata nera alla riunione della Commissione di Vigilanza Rai di ieri sera che avrebbe dovuto rinnovare il Consiglio di amministrazione del servizio pubblico radiotelevisivo, indicando i nomi dei sette componenti di nomina politica.

Tutta colpa  del presidente del Senato, Renato Schifani, per la sua scelta di sostituire Paolo Amato, membro del Pdl in Commissione di Vigilanza, che aveva espresso l’intenzione di non votare con il suo partito, con Pasquale Viespoli di Coesione Nazionale. Gli attacchi arrivano da tutto il centrosinistra, ma a far rumore è soprattutto la presa di posizione del presidente della Camera, Gianfranco Fini.

Schifani ha ravvisato l’urgenza di intervenire solo oggi perché era chiaro che la libertà di voto di Amato avrebbe determinato un esito della votazione non gradito al Pdl? – si chiede – Se così fosse, saremmo in presenza di un fatto senza precedenti e di inaudita gravità politica“, tuona il presidente della Camera Fini.


Ieri, tutto fermo per il mancato raggiungimento del numero legale. Accuse incrociate tra i rappresentanti delle forze politiche, per le troppe poltrone vuote, mentre le organizzazioni sindacali hanno parlato di “spettacolo indecoroso”.

In realtà, il tira e molla va avanti ormai da settimane, tra scrutini andati a vuoto e scaramucce tra le forze politiche, cartina al tornasole di come, anche in periodo di governi tecnici, la morsa dei partiti sul servizio pubblico televisivo non tenda affatto ad allentarsi. Spettatori interessati della votazione odierna, Anna Maria Tarantola e Luigi Gubitosi, rispettivamente presidente e direttore generale in pectore, che attendono l’agognata fumata bianca per insediarsi negli uffici di viale Mazzini. Da più parti è stato auspicato un voto a oltranza, per ridurre al minimo eventuali azioni di ostruzionismo. In alternativa alla nomina del nuovo Cda, incombe lo spettro del commissariamento, via che alcuni leader hanno già dichiarato di ritenere percorribile per interrompere lo stallo. Di contro, l’incapacità di svolgere un’adeguata funzione di rappresentanza e di bilanciamento nell’organismo direttivo del servizio pubblico andrebbe a ulteriore detrimento dell’immagine della classe politica italiana.  Con ogni probabilità, infatti, congelare il Cda della tv di Stato porterebbe, ancora una volta, la politica tutta sulla graticola del folto plotone anticasta: spetta ai partiti trovare un’intesa.


CONDIVIDI
Articolo precedenteLa Spending Review è legge. Il dossier e il testo
Articolo successivoMonti-Merkel, c’è l’intesa. Strada in discesa verso l’Eurogruppo

SCRIVI UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here