Nel catastrofismo dell’Italia di questi giorni, ecco uno spiraglio di ottimismo. Iniziano infatti a farsi largo le prime esperienze di mediazione tributaria, procedura di reclamo obbligatoria dal 2 aprile scorso, per contestare gli accertamenti dell’agenzia delle Entrate che non superano il valore dei 20 mila euro.

La definizione pregiudiziale e giudiziale dei contenziosi tributari, di cui la mediazione tributaria è il primo esempio concreto, costituisce uno dei punti cardine dell’operato legislativo nazionale. Essa si propone di deflazionare il contenzioso tributario al fine di consentire, da un lato al contribuente di disporre di più strumenti per tutelare meglio le proprie ragioni e dall’altro allo Stato di ottenere il dovuto senza affrontare i costi connessi ai procedimenti contenziosi.

Per quanto l’esperienza passata abbia dimostrato la non decisività degli istituti premiali di questo tipo, non si possono negare le aspettative connesse alla mediazione tributaria.


A Trieste ed Avellino i primi accordi. Nella prima, il contribuente presentava istanza di reclamo contro l’atto che non riconosceva le spese per il mantenimento del coniuge divorziato; nella seconda, l’agenzia delle Entrate accertava i costi di un’operazione commerciale riprendendoli a tassazione, contestando la detrazione dell’Iva. Due esperienze intimamente diverse che però hanno in comune la felice riuscita, ottenuta grazie alla documentazione presentata dal contribuente.

Siamo quindi nel periodo di rodaggio in una procedura che prevede l’obbligo per il contribuente raggiunto da un atto mediabile, di un reclamo all’agenzia delle Entrate, contenente o meno la proposta di mediazione. Sarà poi un ufficio diverso da quello che ha emesso l’atto a dare risposta sull’accordo, nella mancanza del quale sarà comunque possibile depositare il ricorso in Commissione tributaria.

La presentazione dell’istanza di mediazione è quindi obbligatoria e preliminare alla presentazione del ricorso, nel senso che con essa il contribuente, a pena di inammissibilità del ricorso stesso, chiede l’annullamento totale o parziale dell’atto sulla base degli stessi motivi di fatto e di diritto che intenderebbe portare alla Commissione tributaria nella eventuale fase giurisdizionale. L’istanza può essere presentata dal contribuente, sia direttamente sia a mezzo di procuratore generale o speciale, la cui procura va conferita con atto pubblico o per scrittura privata autenticata, ovvero dal difensore nelle liti di valore pari o superiore a 2.582,28 euro. Questa poi deve essere notificata, a pena di inammissibilità, entro 60 giorni dalla data di notificazione dell’atto che il contribuente intende impugnare; mentre in caso di rifiuto tacito di una domanda di rimborso, dopo il novantesimo giorno dalla domanda presentata entro i termini previsti da ciascuna legge d’imposta e fino a quando non si sia prescritto il diritto alla restituzione.

In caso di adesione alla proposta di mediazione, decorrerà il termine di 20 giorni per versare in prima o in unica rata le somme dovute. Al contrario, l’insuccesso innescherà il termine di 30 giorni per l’instaurazione della lite davanti alla Commissione tributaria provinciale mediante il deposito del ricorso.

Unica perplessità. L’organo investito dalla mediazione non è terzo, ma seppur diverso, sempre interno all’Agenzia. A questo risponde lo stesso Vincenzo Busa, direttore centrale Affari legali e contenzioso delle Entrate, sottolineando come l’ufficio non sia vincolato dal contenuto dell’istanza del contribuente “potendo e dovendo intervenire con l’annullamento dell’atto ogni volta che sussistono i presupposti anche attraverso il confronto con la giurisprudenza, i motivi di impugnazione e la documentazione presentata“. Inoltre, sempre a supporto dell’istituto, la motivazione dell’eventuale diniego. L’ufficio infatti deve obbligatoriamente indicare le ragioni di fatto e di diritto poste a fondamento della pretesa tributaria, considerando che il contenuto del diniego, in caso di successiva costituzione in giudizio, avrà valore di controdeduzione.


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4 COMMENTI

  1. L’articolo è molto interessante.
    Vengono, però, spontanee due diverse domande.
    La prima riguarda l’applicabilità ai contributi della cassa forense.
    La seconda riguarda le “MB”: si sono sciolte o, meglio, la terza componente è andata via?
    Grazie

  2. In realtà, credo che le perplessità siano parecchie e non una sola. In primis,
    il fatto che il contenuto del reclamo debba essere identico a quello dell’eventuale successivo ricorso alla commissione tributaria, “sulla base degli stessi motivi di fatto e di diritto”, pena l’inammissibilità della sua proposizione, credo leda palesemente il diritto di difesa. Dal momento che lo sfortunato contribuente si vede costretto ad esporre la propria tesi difensiva già nella fase amministrativa, senza la valutazione del giudice terzo e imparziale. E l’art 111 della Costituzione che fine ha fatto??? Ma c’è dell’altro, la presentazione dell’istanza di mediazione obbligatoria e preliminare rispetto alla presentazione del ricorso, impedisce inevitabilmente l’esercizio del diritto di agire in giudizio per la tutela dei propri interessi, gettando nell’ombra anche l’art 24 della Costituzione. A mio parere la mediazione tributaria presenterebbe diversi profili di incostituzionalità, senza considerare peraltro, come già sottolineato, il fatto che “l’organo investito dalla mediazione non è terzo, ma seppur diverso, sempre interno all’Agenzia”. Ma cosa si vuole mediare in queste condizioni? nulla, lo dice una che scruta irrimediabilmente i fallimenti della mediazione civile ogni giorno!!!

  3. Mi sembra un articolo troppo sbilanciato a favore del fisco.
    Altro che speranza. La mediazione tributaria è l’ennesima fregatura per i contribuenti, costretti ad affrontare le spese per la mediazione e quelle per il giudizio a cui si perviene nel 90 per cento dei casi poiché l’agenzia delle entrate chiude solo le liti potenziali in cui è cosciente di avere torto marcio.
    Siamo sicuri che hai vera esperienza in diritto tributario?

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