Il Guardasigilli Paola Severino, a margine del Consiglio dei Ministri europei della giustizia tenutosi ieri a Lussemburgo, ha annunciato che il Governo si avvia a porre la questione di fiducia – prevista per martedì prossimo – sul disegno di legge anti-corruzione, in particolare sul testo uscito dalla Commissione congiunta Giustizia ed Affari Costituzionali della Camera dei Deputati. Quello di Severino è suonato come un ultimatum per i partiti della “strana maggioranza” che sostiene il Governo dei tecnici ad approvare senza ulteriori modifiche (sarebbero state fatte concessioni solo su piccoli ritocchi) il testo del ddl: “Se il Parlamento lo condividerà ci darà la fiducia, e se non ci darà fiducia torneremo a casa, e sono serena anche su questo secondo caso”, ha ribadito il titolare della giustizia. Dopo aver riconosciuto che, nonostante il braccio di ferro tra centro-destra e centro-sinistra sul provvedimento, il disegno di legge anti-corruzione è stato oggetto di emendamenti migliorativi, Severino ha tenuto a sottolineare che “ciò su cui mai mi sono dichiarata disponibile è considerare la giustizia merce di scambio”.

Il Ministro per i rapporti con il Parlamento, Piero Giarda, ha spiegato da parte sua che il Governo predisporrà un testo che, sotto forma di maxiemendamento, coprirà gli articoli ancora oggetto di discussione del ddl: il 10 (norme sull’incandidabilità dei condannati per delitti non colposi) e quelli dal 13 al 19 (relativi alla parte penale e alle norme di coordinamento). Tra le altre novità del ddl spiccano la nascita di una White List delle imprese virtuose, che dovrà essere depositata presso le Prefetture, e (all’art. 12 del provvedimento, dopo l’accoglimento dell’emendamento-Giachetti, dal nome del deputato Pd che lo ha proposto) l’impossibilità per i magistrati di restare “fuori ruolo” per più di 10 anni, con un intervallo di 5, e di percepire nel frattempo un doppio stipendio.

Il testo dovrebbe quindi essere approvato tra martedì e mercoledì della prossima settimana, quando sarà al vaglio anche dell’Ocse, che da tempo chiede al nostro Paese misure più incisive per far fronte all’endemico fenomeno della corruzione.


In tal senso, potrebbe non essere apprezzata dagli esperti dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, con sede a Parigi, la riscrittura dell’articolo 317 del Codice Penale, che disciplina il reato di concussione, riconfigurandolo sotto due specie distinte e abbassando, in uno dei due casi, i termini della prescrizione (prassi per la quale l’Unione europea ci tiene da tempo sotto la sua lente d’ingrandimento).

Il testo vigente stabilisce fino a 12 anni di carcere per quel pubblico ufficiale che, abusando della posizione ricoperta, induce o costringe un altro soggetto a fornire denaro o altri vantaggi per sé o per un terzo. Con la riforma questo reato viene sdoppiato in due reati diversi: la concussione “per costrizione” (con la pena massima che rimane fissata a 12 anni e la minima che sale da 4 a 6) e la concussione “per indebita induzione” (con la pena che si riduce dai 3 agli 8 anni). Le ricadute di questa riforma, con i tempi di prescrizione che scendono dagli attuali 15 a 10 anni per la concussione “per indebita induzione” si avrebbero ricadute, tra i vari casi, su due processi simbolo. Il primo per risonanza mediatica è indubbiamente il “Processo Ruby”, che vede implicato l’ex Premier Silvio Berlusconi (nella fattispecie, per la sua telefonata alla Questura di Milano con cui chiedeva venisse rilasciata la ragazza marocchina in quanto “nipote di Mubarak”). L’altro è il processo in cui è indagato, per concussione sulla gestione opaca delle ex Aree Falck di Sesto San Giovanni, l’ex Sindaco della città nonché ex Presidente della Provincia di Milano, in quota Pd, Filippo Penati.

La questione, molto delicata, forse non a caso ha fatto registrare sull’articolo che disciplina la nuova fattispecie di concussione “per indebita induzione” una inedita convergenza tra i due maggiori partiti che sostengono la maggioranza, Pd e Pdl.

Quello che pare ormai di capire è che non si tornerà più indietro. Su questo disegno di legge il Governo sembra disposto a sfidare gli equilibri parlamentari perennemente in tensione e giocarsi il tutto per tutto. E non a torto, dato che la corruzione in Italia è un fenomeno talmente diffuso e radicato da avere un costo economico annuo che si aggira attorno ai 60 miliardi di euro (ben più di una manovra finanziaria di dimensioni consistenti: per avere un termine di paragone, l’ammontare del solo decreto correttivo dei conti pubblici di fine 2011, il cosiddetto “Salva Italia”, viene stimato in 31,2 miliardi di euro per l’anno 2012). Questo stando alle stime diffuse a febbraio da Luigi Giampaolino, Presidente della Corte dei Conti, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2012.

Lo stesso Premier Mario Monti ha sempre dichiarato di considerare fondamentale un serio provvedimento anti-corruzione per liberare da questo peso insostenibile lo sviluppo economico dell’Italia, rendendola un Paese più sicuro ed appetibile per gli investimenti esteri. Resta ora da vedere in primo luogo le decisioni finali che verranno prese in sede di voto di fiducia e, quindi, se si riveleranno sufficienti per arginare un fenomeno di così vasta portata.


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