Il volume complessivo della produzione manifatturiera nazionale ha subito un consistente arretramento a causa dell’azione congiunta della recessione, del credit crunch (ovvero della stretta del credito, erogato con sempre maggiore difficoltà dalle banche) e della bassa redditività. È quanto emerge dall’analisi del Centro Studi Confindustria, secondo cui l’Italia, a causa della crisi, è stata sorpassata nella classifica internazionale della produzione manifatturiera da – nell’ordine – India, Brasile e Corea del Sud, scivolando dalla quinta all’ottava posizione.

Che da tempo le economie dell’Occidente siano raggiunte e superate, sotto il profilo di vari indicatori economici, dalle cosiddette “economie emergenti” (e, di fatto, spesso già emerse), è fatto risaputo. A questo andamento generale di lungo periodo, frutto della globalizzazione, l’Italia presenta tuttavia una serie di specificità sfavorevoli tutte sue, che fanno sì che riesca a reggere l’urto dovuto all’avanzata degli emergenti peggio, ad esempio, di Paesi di vecchia industrializzazione come Stati Uniti, Germania e Giappone.

Il rapporto del CSC focalizza l’attenzione soprattutto su due aspetti critici dell’economia italiana.


Il primo è costituito dai ritardi nei pagamenti alle imprese da parte della Pubblica Amministrazione: si stima che in Italia la durata media impiegata dalla P.A. per ripagare i propri debiti ammonti a ben 180 giorni (in aumento), contro i 65 giorni in Francia ed i “soli” 36 giorni in Germania.

Il secondo aspetto è la mancanza di una politica industriale di lungo periodo. A questo proposito, il nuovo vicepresidente di Confindustria per il Centro Studi, Fulvio Conti, ha rilevato come più di tutto a mancare sia proprio “un ‘Progetto Paese’ che identifichi le priorità e le linee di sviluppo”.


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