E’ un tormentone mediatico il fenomeno della stabilizzazione dei lavoratori precari negli enti pubblici italiani. Forse perché coinvolge interessi delicati: il diritto al posto di lavoro da un lato, e l’interesse pubblico al reclutamento tramite concorso dall’alto.

Tra i moniti della Corte Costituzionale, che non vede di buon occhio le deroghe “ingiustificate” al principio della selezione pubblica, i pit-stop imposti dal Commissario di Stato in Sicilia, i rimpalli di giurisdizione, le bacchettate della Corte di giustizia, la stabilizzazione dei precari continua a far parlare di sé.

Seguendo la scia “stabilizzante”, autorizzato da una legge finanziaria e dal contratto collettivo, anche l’ateneo catanese ha allargato le maglie delle assunzioni dei lavoratori precari dell’università, mettendo a punto due procedure di stabilizzazione: una nel 2010 riguardante la quasi totalità del personale tecnico- amministrativo a termine, e un’altra , datata 20 gennaio 2012, che ha come destinatari i cd. PUC, ex lavoratori socialmente utili.


Proprio quest’ultima “creatura”dell’Amministrazione Universitaria –con natura ibrida: a metà tra avviso pubblico di selezione e bando di concorso – contiene, tra l’ilarità e lo sbigottimento di chi-giurista o no- legge, una clausola del seguente tenore letterale: “Condizione, ai fini dell’inclusione nell’elenco, è la presentazione, al momento dell’istanza, di atto formale di rinuncia, ai sensi della normativa vigente, di natura giudiziale e/o stragiudiziale, da parte dei soggetti coinvolti, alle cause intentate attualmente in corso contro la procedura di stabilizzazione del personale a tempo determinato”.

Questi dunque i termini del patto: i lavoratori dell’Università, estenuati dal succedersi interminabile di contratti a temine, esasperati dalle limitazioni economico-sociali-di vita che la precarietà comporta, si ritrovano oggi a dover rinunciare ad ogni azione giudiziale o stragiudiziale instaurata per la tutela di quei diritti che hanno già maturato.

Tutto questo al fine di accedere -prima o poi- all’agognata panacea del lavoro subordinato a tempo indeterminato. Al buon vecchio posto fisso, insomma.

Con buona pace delle norme costituzionali/comunitarie e universali che assicurano ad ogni individuo la possibilità di agire in giudizio per la tutela dei propri diritti.

E con altrettanta buona pace delle sentenze nazionali e stra-nazionali che vietano l’abuso dei contratti a tempo determinato da parte delle amministrazioni pubbliche, che continuano- senza soluzione di continuità- a perpetrare soverchierie.

Sicuramente –ci auguriamo– al vaglio di un Tribunale la (illegale?!) clausola del bando di concorso verrebbe tacciata di invalidità e considerata inesistente…e tuttavia, nel frattempo, un certo timore – ai lavoratori precari- incute….

 


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3 COMMENTI

  1. Salve!i lavoratori che hanno agito avverso la prima procedura di stabilizzazione avranno sicuramente impugnato i bandi e la mancata inclusione dell’elenco degli “stabilizzandi”; e per far ciò sicuramente avranno contestato l’intera procedura messa in atto dall’amministrazione universitaria.
    Ciò che nell’articolo mi permetto di contestare è il modus operandi dell’università. Il nostro codice prevede la possibilità di rinunciare all’azione giudiziaria promossa in modo rituale, in corso di giudizio pendente, o consente al Giudice, ove ritenga, di dichiarare cessata la materia del contendere (cosa che il giudice adito avrebbe potuto dichiarare una volta che il lavoratore avesse ottenuto- dopo la seconda “manche” della procedura di stabilizzazione- la conversione a tempo indeterminato del proprio rapporto di lavoro!) Ed invece, una rinuncia formale, alla data -addirittura- di presentazione dell’istanza di accesso alla procedura stabilizzante, mi pare- diciamo così- poco ortodossa!

  2. non è esattamente così… i lavoratori più coinvolti nella procedura del 2012 avevano fatto causa all’ateneo per bloccare le stabilizzazioni del 2010. Pertanto come potevano tali lavoratori accedere a una procedura di stabilizzazione indetta con modalità e per i motivi che stavano contemporaneamente contestando in tribunale?

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