Alla catastrofe umana rischia di aggiungersi anche una catastrofe economica. È quanto risulta dall’allarme lanciato da Confindustria: nelle zone colpite dal terremoto in Emilia-Romagna c’è il rischio concreto di un fermo della produzione (soprattutto industriale e agricola) di 3-4 mesi. Questo quanto dichiarato da Giorgio Squinzi, Presidente dell’associazione degli industriali: “Ho letto anch’io sui giornali di oggi che nella zona dove è localizzato l’epicentro si produce circa l’1% del Pil del nostro Paese. E’ chiaro che in quest’area probabilmente assisteremo ad un fermo delle attività produttive di alcuni mesi. Credo che indicare tre-quattro mesi non sia lontano dalla realtà”.

Tra i numerosi altri centri, è stata colpita in modo particolarmente grave la città di Mirandola, in provincia di Modena, sede di un importantissimo polo di eccellenza dell’industria biomedicale italiana. Il fermo degli stabilimenti provocherà notevoli danni anche a tutto l’indotto della biomedicina.

La Coldiretti ha invece stimato in circa 500 milioni di euro i danni al settore agricolo ed agroindustriale tra le province di Modena, Ferrara, Piacenza, Mantova, Bologna e, più marginalmente, anche Rovigo e Reggio Emilia. Sempre secondo l’associazione degli agricoltori, la nuova scossa sismica avrebbe causato il danneggiamento di “altri 550.000 pezzi tra forme di grana e parmigiano, in aggiunta ai 500.000 già colpiti dalla scossa del 20 maggio scorso”.


A margine del CdM straordinario tenutosi questa mattina per fronteggiare l’emergenza sisma, il Premier Monti ha voluto rassicurare le popolazioni colpite: “Nessuno lascerà solo nessuno”, mentre il Capo dello Stato Napolitano ha ribadito la necessità di una più incisiva e strutturale politica della prevenzione dal rischio sismico.


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