Stando ad un recente sondaggio reso noto dal Parlamento europeo di Strasburgo, il 64% dei cittadini appartenenti a Stati membri dell’Unione europea si dice favorevole all’istituzione degli Eurobond per fronteggiare la crisi dei debiti sovrani. Questo 64%, tuttavia, va messo a confronto con un consistente 79% di cittadini tedeschi che, in un altro sondaggio quasi contemporaneo (commissionato dall’emittente pubblica Zdf), rifiutano tale strumento. Queste due cifre rappresentano, in maniera simbolica ma molto chiara, il bivio di fronte a cui si trova l’Europa, al crocevia tra una sempre maggiore integrazione (politica oltre che economica) e una catastrofica dissoluzione.

La preoccupazione tedesca, non infondata, è quella di fare la parte della “formica” laboriosa costretta a pagare i debiti di indisciplinati e spendaccioni Stati “cicala”.

La Germania, infatti, ad oggi usufruisce di tassi d’interesse bassissimi per rifinanziare il proprio debito pubblico (l’81,2% del rapporto deficit/Pil nel 2011, dati Eurostat): praticamente lo 0% sui Bund biennali, l’1,36% su quelli decennali. L’Italia (con rapporto deficit/Pil al 120,1% nel 2011) deve invece mettere sul mercato i propri Titoli di Stato a tassi rispettivamente del 3,7% per i Btp a due anni ed al 5,8% sui decennali. La differenza tra i due rendimenti è quello spread ormai ampiamente (e, per noi, tristemente) conosciuto.


L’emissione di Titoli europei, piazzati a tassi d’interesse sulla base del debito pubblico medio dei 27 Paesi Ue (rapporto deficit/Pil pari all’82,5% nel 2011), costituirebbe per gli Stati più virtuosi un aggravio dei costi di rifinanziamento del debito. Al tempo stesso, significherebbe un notevole vantaggio per gli Stati raccolti nel non benevolo acronimo “Pigs”: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna. Anche Francia e Belgio – ad oggi ancora fuori da questo poco lusinghiero novero, ma con i loro debiti pubblici piuttosto elevati e tenuti anch’essi già da tempo sotto la lente d’ingrandimento delle agenzie di rating – vedrebbero con favore gli Eurobond. Dopo i “Pigs”, infatti, corrono il rischio di essere le vittime immediatamente successive di un eventuale (ma realistico) contagio.

Vista la questione Eurobond da questa particolare angolatura, è facile comprendere il muro di “no” della Germania (e le sue più che comprensibili ragioni).

Da una parte, un generico richiamo alla “solidarietà europea” rischia di apparire, da solo, un argomento privo di solide fondamenta.

Dall’altra, appare evidente che per costruire una via d’uscita dalla crisi del debito in Europa è del tutto inadeguata un’ottica meramente elettoralistica, di corto respiro, ritagliata sulla misura dei sondaggi.

Ampliando l’orizzonte della riflessione, emergono alcuni innegabili punti di forza a sostegno degli Eurobond:

1) mettendo sotto controllo gli spread dei Paesi più in difficoltà rispetto alla soglia dei Bund tedeschi (divenuti ormai garanzia per eccellenza di sicurezza finanziaria), consentirebbero un più agevole rispetto di quelle fondamentali politiche di austerità fiscale sancite dal Fiscal Compact del 2 marzo 2012 (sottoscritto da tutti gli Stati membri Ue ad eccezione del Regno Unito e della Repubblica Ceca);

2) contribuirebbero a rallentare la lenta ma progressiva fuga di capitali dai Paesi in difficoltà verso lidi più sicuri, restituendo fiducia agli investitori;

3) per diretta conseguenza, scongiurerebbero il rischio di un’implosione dell’Eurozona, con conseguenze molto traumatiche anche per la Germania stessa, considerato che oltre il 60% delle esportazioni tedesche è rivolto verso Paesi appartenenti all’Ue;

4) rappresenterebbero (nella variante dei Project Bond per il finanziamento di reti infrastrutturali su scala europea) un volano per portare l’economia del Vecchio Continente fuori dalle secche della crisi;

5) infine, unitamente ad un controllo integrato sui bilanci e sulla spesa pubblica degli Stati membri, costituirebbero il suggello per una vera unione fiscale ed economica (come auspicato da tempo anche dal Ministro delle finanze del Governo Merkel, Wolfgang Schäuble).

La nuova geografia politica continentale, come disegnata dopo le elezioni di maggio, ha radicalmente cambiato le prospettive in tal senso. Sembrano lontani i tempi del direttorio Merkel-Sarkozy, quando gli Eurobond apparivano come un vero e proprio tabù. Tra le altre ipotesi per far fronte comune alla crisi (come il potenziamento della Bei, la Banca europea per gli investimenti), ora anche essi “sono sul tavolo”, secondo quanto dichiarato il neo-presidente socialista della Francia, François Hollande.

Che ruolo può giocare l’Italia nel nuovo scenario? Il Premier Mario Monti, pur senza abbandonare la tradizionale cautela diplomatica (“Nessuno vuole andare verso misure che siano un pugno nell’occhio di un altro importante Paese”, ha dichiarato nell’intervista al Tg1 del 24 maggio), non ha nascosto la propria simpatia per i Titoli di Stato europei, sottolineandone l’importanza strategica per la crescita. Monti ha quindi escluso un “asse” Parigi-Roma (“Abbiamo un solidissimo rapporto con la Germania della Cancelliera Merkel”), rivendicando per l’Italia l’impegno a svolgere un fondamentale ruolo di mediazione, “proprio per arrivare alla sintesi tra rigore e crescita di cui tutti abbiamo bisogno”.

Dopo il G8 di Camp David, i prossimi appuntamenti decisivi saranno a giugno: dapprima il vertice di Roma tra Italia, Germania, Francia e con la Spagna quale nuova invitata, quindi il Consiglio Ue di fine mese, con l’auspicio che per allora la Grecia, dopo la nuova tornata elettorale, abbia finalmente un Governo filo-europeo.

La vera sfida sarà trovare quel giusto equilibrio tra i due poli (rigore e crescita) senza il quale entrambi sarebbero condannati al fallimento.

 


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