Da un po’ di tempo, i giornalisti hanno gettato nel calderone delle cause-effetti-peculiarità-o chissà cos’altro (se la sbrighino i telespettatori) della crisi anche i suicidi degli imprenditori indebitati. A seconda della faccia di bronzo dei conduttori, Monti ed Equitalia vengono caricati più o meno tacitamente della responsabilità di quei decessi: il primo perché mette le tasse, la seconda perché le riscuote.

L’accusa è lineare come un teorema: la crisi causa perdite finanziarie, l’imprenditore ci mette una pezza indebitandosi, la crisi non finisce, l’imprenditore non guadagna, l’imprenditore non riesce a pagare i debiti, l’imprenditore si suicida. Dato che dell’imprenditore –così come di tutti i defunti, in Italia- si possono solo tessere commossi elogi, gli unici colpevoli risultano essere la crisi e, appunto, chi non pone termine alla crisi – cioè Monti. Come a dire: la pioggia e il governo ladro.

L’eutanasia è il termine innaturale di un’esistenza sfigurata dalla malattia. Come la crisi e le perdite economiche nell’attività imprenditoriale, la malattia è un accidente imprevisto e imprevedibile della vita. Sarà perché inveire contro la malattia sembra più blasfemo dell’inveire contro la crisi (lo spread non ti vede, la Madonna sì), o sarà che i mezzi tecnologici per l’alimentazione assistita paiono prodigarsi più del nostro premier designato; fatto sta che il cattolico medio sembra molto più pietoso verso il ricco incapace di sopportare l’impoverimento che verso il sano che si vede impedita una vita all’altezza delle sue aspettative. Strano.


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