Certo: anche ad una lettura veloce come spesso è quella “online” non può passare inosservata la notizia dei giorni scorsi (si veda, ad esempio, l’Huffington Post o Foxnews) secondo cui una giovane donna statunitense (Tabitha Mullings, trentaduenne all’epoca del fatto, assistita dall’avvocato Sanford Rubenstein) ha raggiunto una transazione con il Brooklyn Hospital Center e la città di New York per la oggettivamente incredibile somma di 17,9 milioni di dollari (9,4 saranno versati dall’ospedale, mentre 8,4 saranno a carico della città).

La vicenda di malasanità lascia in effetti basiti: giunta all’ospedale lamentando dolori molto forti, viene mandata a casa con una diagnosi di calcoli renali.

A fronte dei dolori un paio di telefonate al 911 non sortiscono alcun effetto, visto che a fronte della diagnosi (poi evidentemente rivelatasi errata) di calcoli, non viene previsto nessun ricovero.


Solo il giorno successivo, quando a fronte di dolori oramai insopportabili la donna viene trasportata nuovamente in ospedale, i medici si rendono conto di avere a che fare con una infezione progredita e addirittura incancrenitasi, a tal punto che poco dopo la donna entra in coma.

Per salvarla non resta altro che l’amputazione delle due mani e dei piedi.

Non solo: una volta risvegliatasi, la donna si rende conto di aver perso la vista da un occhio.

Dopo tre anni di trattative, nei giorni scorsi è stato annunciato, per l’appunto, il raggiungimento del risarcimento nei termini sopradescritti.

Curiosa, ai nostri occhi, la motivazione che ha spinto l’ospedale a raggiungere l’accordo: ovvero la paura che in un eventuale processo, la giuria popolare avrebbe potuto “impietosirsi” a tal punto da riconoscere un risarcimento ancora maggiore.

Ovviamente nell’ordinamento italiano, che non prevede il processo civile con giuria, questo tipo di meccanismo è del tutto estraneo.

Così come, viceversa, da quello che si può leggere online pare che siano rimaste estranee alla transazione considerazioni di tipo patrimoniale (ovvero: mancato guadagno futuro), basandosi invece il tutto sugli aspetti non patrimoniali.

Qualche nota conclusiva:

a) a fronte di questi macro-danni, la cui rilevanza nel prosieguo della vita è evidente, qual è la cifra che può considerarsi “congrua” a ristorare lo stravolgimento di vita ricevuto, le aspettative sfumate, le possibilità per sempre negate? Molto brutalmente: tu, lettrice/lettore, se fossi al posto della sfortunata donna, a fronte dello stravolgimento di vita ricevuto, cosa penseresti dei (tanti, tantissimi) soldi ricevuti?

b) nell’ordinamento italiano sono fortissime le spinte per ridurre l’entità dei risarcimenti da lesioni. Considerato che, oggi, un caso identico riceverebbe in Italia una liquidazione nemmeno lontanamente paragonabile, non è forse il caso che soprattutto per questi macro-danni si risarcisca di più, in modo che anche in via stragiudiziale gli ospedali (rectius: le compagnie assicurative) siano “invogliati” a offrire una liquidazione più congrua?

c) da ultimo, non è dato sapere se le spese legali della signora siano state risarcite a parte o no. Normalmente, però, in questi casi in America si stipula un patto di quota lite per cui il danneggiato non anticipa un dollaro all’avvocato, che in compenso a risarcimento ottenuto percepisce una somma normalmente pari al 40% del risarcimento. Giusto per capirsi, e dando per buone le premesse, vorrebbe dire che alla fine la signora percepirebbe “solo” 11 milioni e ottocentomila dollari, e il resto andrebbe allo studio legale.


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