Il 2 marzo si è avuta l’attesa presentazione della nuova edizione, italiana, del “Rito delle Esequie”, presenti monsignor Alceste Catella, vescovo di Casale Monferrato e presidente della Commissione episcopale per la liturgia, insieme a mons. Angelo Lameri, dell’Ufficio Liturgico Nazionale e a mons. Domenico Pompili, sottosegretario della C.E.I. e direttore dell’ufficio per le comunicazioni sociali. La nuova edizione, italiana, sarà obbligatoria dal 2 novembre 2012, Commemorazione dei Defunti.

Si tratta del frutto di un processo di elaborazione che, come affermato nel corso della presentazione, si colloca nel solco della riforma liturgica conciliare, in termini di “un contributo a umanizzare il momento della morte, sottraendolo alla sua invisibilità e alla sua individualità, quando non alla sua spettacolarizzazione”.

Alcune novità.


Rispetto all’edizione 1974 (che segue quella latina del 1968 e 1969), è previsto, proprio all’inizio, un apposito capitolo dedicato alla visita alla famiglia. Novità anche sui rituali attorno alla chiusura della bara, ma anche sui riti dell’ultima raccomandazione e commiato, con la conclusione della celebrazione in chiesa o nella cappella del cimitero, comprendendo, se del caso, anche i riti sulla fossa o presso il luogo di tumulazione.

Non è più presente il capitolo sulle esequie presso l’abitazione, essendo stata valutata dai Vescovi questa possibilità quale estranea alla consuetudine italiana e non esente dal rischio di indulgere a una privatizzazione intimistica, o circoscritta al solo ambito familiare, di un significativo momento che di sua natura dovrebbe vedere coinvolta l’intera comunità cristiana, radunata per la celebrazione. Già nella “Presentazione” del 29 novembre 2009, era stata evidenziata come la tendenza a privatizzare l’esperienza del morire e a occultare i segni della sepoltura e del lutto, particolarmente accentuata nel contesto urbano, non annulli il valore che la Chiesa Cattolica assegna ai tempi e ai luoghi della celebrazione, che testimoniano la speranza della risurrezione e la vicinanza della comunità cristiana a chi è toccato dall’evento della morte, riproponendo, con nuovo slancio, la forma tradizionale della celebrazione esequiale, distesa nelle sue diverse tappe: la visita alla famiglia del defunto, la veglia, la preghiera alla chiusura della bara, la processione alla chiesa, la celebrazione delle esequie in chiesa, la processione al cimitero, la benedizione del sepolcro e la sepoltura.

Il “rito delle Esequie” e la cremazione.

Nell’Appendice (indice dell’assenza nell’edizione, latina, del 1969), è affrontata la ritualità nei casi di richiesta di cremazione, per cui si individuano tre momenti); i riti nel luogo di cremazione, le esequie in presenza dell’urna cineraria (pur se, di norma, le esequie dovrebbero esserne precedenti), la deposizione dell’urna cineraria nel sito di sua conservazione.

La Chiesa Cattolica, dopo lontani atteggiamenti ostativi (anche, in parte, quali conseguenza di un suo utilizzo un tempo caratterizzato da altre concezioni), ha, nel tempo, attenuato la propria posizione in materia, cosicché, anche se non si oppone alla cremazione dei corpi quando non venga fatta in odium fidei, continua a ritenere la sepoltura del corpo dei defunti la forma più idonea a esprimere la fede nella risurrezione della carne, ad alimentare la pietà dei fedeli verso coloro che sono passati da questo mondo al Padre e a favorire il ricordo e la preghiera di suffragio da parte di familiari e amici.

Un passo del tutto importante riguarda l’affermazione per la quale la cremazione si ritiene conclusa con la deposizione dell’urna nel cimitero da leggersi come conseguenza dell’impianto concettuale seguito, e, in particolare, a riguardo della prassi di spargere le ceneri in natura o di conservarle in luoghi diversi dal cimitero. Tale prassi, infatti, solleva non poche perplessità sulla sua piena coerenza con la fede cristiana, soprattutto quando sottintende concezioni panteistiche o naturalistiche. Anche se il rituale non prende netta posizione sul versante disciplinare, offre però sufficienti elementi per una catechesi e un’azione pastorale che sappiano sapientemente educare il popolo di Dio alla fede nella risurrezione dei morti, alla dignità del corpo, all’importanza della memoria dei defunti, alla testimonianza della speranza nella risurrezione.

Si tratta di aspetti che risultano approfonditi nella presentazione fattta, nell’occasione, da mons. Pompili di cui merita di citarsi uno stralcio, che sottolinea il carattere anche collettivo (quasi a riguardare la ripresa di attenzione verso i c.d. beni comuni (i commons secondo le concezioni neo-istituzionaliste alla Ostrom). dell’evento, che riguarda il defunto, la sua famiglia, ma anche tutto il genere umano.

Che cosa è cambiato? La società non è più mortale, anzi ‘la società post-mortale’ ha messo a tacere la morte, grazie alla scomparsa dalla coscienza degli individui di questa esperienza. La spia più intrigante di tale cambiamento è proprio la rimozione della parola morte dal linguaggio corrente al punto che l’eufemismo è diventato il killer della morte.

La morte, in realtà, è rimossa dall’orizzonte della vita quotidiana anche dal punto di vista percettivo mentre proliferano le sue spettacolarizzazioni mediatizzate, che trasformano in fiction anche la violenza reale che genera morte. I malati terminali stanno negli hospice, si muore per lo più in ospedale, ai bambini non si fa vedere la salma dei nonni perché potrebbe turbarli, e così si resta analfabeti e muti di fronte a un evento che è parte della vita, sia perché inevitabile, sia perché contribuisce a definirne il senso, a riordinare le priorità, a non confondere mezzi e fini, a vivere con pienezza, come un dono, ogni giorno che ci è regalato.

In un orizzonte immanente la morte è un fatto privato per le persone “comuni” o pubblico per le celebrità: un evento che si affronta in solitudine, senza strumenti di rielaborazione, perché il linguaggio della contemporaneità li ha cancellati dal suo vocabolario; oppure un evento che si consuma sotto i riflettori, un “media evento” che fa notizia per un paio di giorni e regala un po’ di visibilità a qualche personaggio, o produce un po’ di “retorica della pietà a distanza”, come la chiamava Boltanski, ma che non aiuta chi resta a elaborare il ‘passaggio’.”

La dimensione collettiva, o, meglio, comunitaria, ha una funzione fondamentale perché il portare insieme il peso della sofferenza, il com-patire, il ricordare insieme la persona defunta come testimoni del suo passaggio sulla terra, l’aiutarsi a vicenda a raccogliere l’eredità di chi ci ha lasciato, sono tutte modalità non spettacolari, ma profondamente umane e umanizzanti di vivere la profonda congiunzione di vita e morte nelle nostre esistenze, e di prepararci con fiducia al passaggio verso una nuova vita. A ben guardare, questa visione della morte come un evento “sociale”, vissuto e partecipato da una comunità (vi è stato chi ha affermato di non avere mai visto, nel corso di una cerimonia funebre, alcun defunto, ma – sempre e solo – familiari, amici, compagni di lavoro e/o di scuola, vicini di casa, ecc., cioè un insieme, talora anche eterogeneo, di persone che avevano con il defunto relazioni sociali di vario ordine), appare non estraneo alle remore verso pratiche quali la dispersione delle ceneri o la conservazione dell’urna cineraria in luogo diverso dal cimitero.

Conclusioni.

In definitiva, se la Chiesa Cattolica é così giustamente attenta alla visione comunitaria, conservando, per ciò “perplessità “(che, in realtà costituiscono affermazioni, espresse in termini soft), sulla sua piena coerenza con la fede cristiana attorno alla pratica della dispersione delle ceneri o della conservazione dell’urna cineraria in luogo diverso dal cimitero (affidamento ai familiari) che costituisce, oggettivamente, una “privatizzazione intimistica, o circoscritta al solo ambito familiare”, verrebbe da chiedere come manchino valutazioni od approfondimenti sulla pratica della tumulazione, che con i propri fattori di conservazione e lunghe durate appare non esente da componenti del tutto “pagane”, quasi a rimuovere, a contrastare quella risurrezione che costituisce l’incipit della Presentazione della C.E.I. del 29 novembre 2009.


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