Un grande giornalista come fu Andrea Barbato stigmatizzava l’abitudine, radicatasi in particolare a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, dei ministri a denunciare le inefficienze dei propri dicasteri, come fossero dei cronisti a caccia di scoop. Barbato osservava che compito del capo dell’amministrazione, di qualsiasi amministrazione, non sarebbe la denuncia delle inefficienze, ma operare per risolverle e presentarsi ai cittadini per esporre i risultati delle attività svolte.

Nonostante la criticabilità evidente di questo modo di procedere, l’abitudine è divenuta inveterata e particolarmente forte presso il Ministero della funzione pubblica. Da 20 anni almeno non c’è stato alcun inquilino di Palazzo Vidoni che si sia risparmiato filippiche contro la cattiva organizzazione della pubblica amministrazioni, piani di riforma (poi concretizzati: non si contano più i ritocchi, grandi o piccoli, al testo unico sull’ordinamento del lavoro pubblico a partire dal d.lgs 29/1993), e, cavallo di battaglia lanciato al galoppo dal senatore Ichino e poi guidato senza più freni dal ministro Brunetta, le intemerate contro i dipendenti pubblici “fannulloni” e “malati immaginari”.

Altro argomento molto gettonato, la “semplificazione”: ogni due anni, si “varano” leggi per semplificare la vita dei cittadini. I quali, evidentemente, non debbono essersene accorti più di tanto se, per esempio, la cosa più semplice del mondo, essere pagati puntualmente dalla p.a., continua ad essere un diritto conculcato dalla politica dei tagli “lineari” e dagli effetti paradossali del patto di stabilità.


Rispetto alla “denuncia” dei tanti ministri posti a guidare la “funzione pubblica”, alle moltissime leggi da essi promosse, i risultati appaiono oggettivamente scadenti. Non si tratta di una critica a buon mercato: la riprova è data dai continui ripensamenti, dalle tantissime sentenze che puntualmente demoliscono i contenuti delle norme, dalle riforme che riformano le riforme, al ritmo di ogni sei mesi.

Dunque, i ministri della Funzione Pubblica spesso rilanciano continuamente sugli argomenti, ciclicamente ripetitivi.

In questi giorni l’attenzione torna ad essere puntata sulle “auto blu”. L’attuale ministro Patroni Griffi sui quotidiani rivendica il risultato della riduzione delle vetture delle p.a. del 13%, ma si mostra sdegnato perché “si sarebbe dovuto fare di più”. Dunque, come sempre, denuncia, ma la colpa non è sua se vi sono tante auto blu. I cattivi sono sempre altri.

Il sistema populistico, però, funziona. Benissimo. Il ministro Patroni Griffi, già capo di gabinetto del ministro Brunetta, deve aver appreso bene le tecniche di comunicazione del suo predecessore. Sa che l’argomento delle auto blu garantisce “popolarità”. E, dunque, lo riapre, pur esponendosi alle critiche che, ad esempio gli ha subito riservato il Codacons.

La questione riguarda i “numeri” delle “auto blu” e risale alla famosa sparata dell’allora ministro Brunetta, che all’inseguimento del populismo, denunciò (ovviamente) l’elevatissimo numero di auto blu, affermando nel 2010 che fossero 600.000.

Non era per nulla vero, come dimostrarono, poi, i dati delle rilevazioni avviati con una certa difficoltà dal ministero, per il tramite del Formez. Secondo la prima rilevazione, le auto erano circa 75.000.

La rilevazione aggiornata attesta una riduzione di circa il 13%. Il numero fornito da Palazzo Vidoni è 64.524. Osserva, però, il Codacons che sarebbe inaccettabile lo spreco di denaro pubblico derivante dalla circostanza che essendo circa 60.500.000 i cittadini italiani, si arriverebbe all’aberrazione di un’auto blu ogni 937 abitanti.

Naturalmente, il ministero della Funzione Populistica si guarda bene non tanto dallo smentire il dato, ma dallo spiegarlo. I numeri secchi danno, come risultato, quello evidenziato dal Codacons. Ma la loro analisi spiega ben altro.

Un primo vizio fondamentale deriva dalle modalità di ricerca e presentazione dei dati. Quando a Palazzo Vidoni si resero conto che le auto blu erano molte, ma molte, ma moltissime, meno di quelle che immaginava il precedente ministro, per attutire il colpo di decise di computare tutto: dalle auto blu vere e proprie, alle ambulanze delle Usl. E si introdusse la paradossale distinzione tra le auto “blu-blu” (in tempi di San Remo, le auto blu, dipinte di blu…) e le auto blu, che però sono auto “grigie”.

Solo le auto blu-blu sono veramente le auto blu, quelle così odiate nell’immaginario collettivo: cioè le auto con conducente, a servizio del politico di turno. Queste, dall’indagine, risultano essere 10.634. Altro che 600 mila. Certo, si può e si deve ancora ridurle, perché tutto contribuisce ai risparmi pubblici. Ma, si capisce che la differenza tra quanto si “denuncia” e la realtà sia voluta, per un intento evidente, tenere desto ed alto l’astio nei confronti della pubblica amministrazione, in modo che ogni azione poi realizzata “contro la burocrazia” sia percepita dai cittadini come ristoro degli incrementi delle tasse e dei giri di vite a vario titolo imposti da altre leggi.

In quanto alle rimanenti auto “grigie”, esse sono 53.890. Seguendo il ragionamento del Codacons, una ogni 1.122 abitanti. Nessuno, nemmeno il Codacons, ha spiegato se tale media sia conforme o meno ad eventuali standard in materia. E, sicuramente, nessuno ha evidenziato in maniera sufficiente che le auto “grigie” sono semplici auto “di servizio”, senza conducente, ad uso degli uffici. Di queste, 18.426 sono utilizzate dalle Asl.

I comuni, tra auto blu e grigie ne hanno 21.933 (sembra, non incluse le auto della polizia municipale). Se il rapporto tra auto blu-blu ed auto grigie, in media è del 16,5%, le auto blu nei comuni dovrebbero essere circa 3.618. I comuni in totale sono oltre 8.100. Le auto blu-blu sono prevalentemente concentrate nei grandissimi comuni. Allora, il numero, in assoluto rilevante, se esaminato nel dettaglio, si rivela molto meno significativo. Se applicassimo la media becera, avremmo 0,45 auto blu-blu per comune. La realtà è che la grandissima parte dei comuni non dispone per nulla di auto con conducente, mezzi che si iniziano a reperire in comuni di grandi dimensioni (sopra i 100 mila abitanti, mediamente) o nei capoluoghi.

Le restanti vetture “grigie” dei comuni sarebbero 18.315, che diviso 8.100 dà una media di 2,26 auto “di servizio” a comune. Un lusso?

Se il populismo non fosse dilagante e fomentato da chi, avendo responsabilità di governo, dovrebbe spiegare ai cittadini come i soldi delle loro tasse vengono impiegati e quali mezzi sono necessari per rendere servizi “decenti”, si dovrebbe spiegare che i comuni, tra le tante competenze alle quali attendono, per esempio assicurano l’assistenza domiciliare, i servizi degli assistenti sociali, le notifiche e comunicazioni dei messi, i lavori nei cantieri da parte dei tecnici. E’ proprio così strano che si dotino, i comuni, di vetture di servizio per consentire agli uffici che svolgono attività esterne, di raggiungere le destinazioni senza dover dipendere necessariamente dalla inefficientissima rete dei trasporti pubblici? Non serve, tutto ciò, alla famosa “produttività” o, per utilizzare la orrenda parola tanto di moda, “performance”? Ma è possibile che si pretenda la funzionalità della pubblica amministrazione, predicando, contestualmente il pauperismo dei suoi mezzi? Nessuno si meraviglia che un panettiere utilizzi vetture per trasportare i prodotti del suo forno verso i negozi. Si debbono, invece, colpire con strali i comuni che si dotano di vetture di servizio per svolgere le proprie funzioni. O si immagina che il dipendente degli enti locali debba assoggettarsi alla corvee di mettere a disposizione del datore di lavoro la propria auto privata? Ma, chi tratta così dottamente dell’argomento delle auto blu (confondendo le carte) sa che nei piccoli comuni i dipendenti ivi residenti spesso raggiungono la sede di lavoro in bici o a piedi e chi viene da fuori, invece, spessissimo utilizza le corriere e, dunque, la macchina (blu, grigia, rossa o bianca che sia) nemmeno l’ha disponibile?

Come sempre, è giusto economizzare sulle macchine. Allo scopo, sono corrette le indicazioni sui limiti alle cilindrate ed alle dotazioni. Le vetture di servizio non debbono essere un lusso o destare “il piacere della guida”: servono per notificare, portare pasti caldi ai bisognosi, andare nei cantieri. Paiono molto meno utili le lamentazioni sul “numero”, in rapporto agli abitanti. Come sempre, è necessario utilizzare il patrimonio di dotazioni e mezzi in maniera corretta. Altrimenti, tra poco il populismo imperante promuoverà lo scandalo per tutti i computer o le penne o la carta che si utilizza nella pubblica amministrazione. Per poi, nella pagina di giornale successiva a quella nella quale si denuncia lo “spreco della carta”, attivare accurate inchieste che accertanto la mancanza di dotazione nelle scuole, lamentando che le famiglie sono costrette a portare fogli riciclati per consentire l’andamento regolare delle lezioni.

Il problema non consiste solo nel tagliare, purchè lo si faccia, o nel giustificare numeri sparati a caso, mischiando le auto blu con quelle di servizio. E’ di scegliere quali spese sono improduttive e quali, invece, indispensabili per svolgere i servizi, pur nel rispetto di principi di economicità. Il no alle Olimpiadi a Roma dà l’esempio: i circenses dovrebbero essere oggetto di tagli spietati e senza scrupoli, così come appalti faraonici che partono già senza il finanziamento necessario a garantirne la realizzazione completa. Le manutenzioni ordinarie e quotidiane, le spese per il funzionamento del flusso, i trasferimenti a cittadini e imprese per garantirne reddito e vivibilità, dovrebbero essere al centro dell’attenzione e gli sprechi evitati e perseguiti. Abbandonando per sempre populismo e retorica, fardelli pesantissimi che da sempre mettono il piombo ai piedi della nostra amministrazione.


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