La relazione semestrale della DIA rende conto delle indagini svolte sul fenomeno mafioso.

A proposito della mafia siciliana, ci avverte che a poco sono serviti gli arresti e le confische visto che è in atto “ una nuova fase volta alla ricerca di una nuova leadership e di nuove strategie operative“.

La mafia, gagliarda ancora una volta, non si risparmia in fatica, ma si adatta alla modernità senza troppe nostalgie.


Chi deve sapere cosa accade nelle organizzazioni mafiose, invece, si limita a raccontarci di aver cambiato registro e di volerne capire le trasformazioni.

Il mondo cambia e la mafia si adatta al cambiamento e sa, da subito, che bisogna essere competitivi, che bisogna avere una organizzazione moderna con persone presentabili dalla fedina penale pulita. L’impresa mafiosa è in grado di presentare il certificato antimafia e sa mettersi le carte a posto.

Ma… Chi deve sapere, perché deve indagare, preferisce fare solo i nomi della mano armata della mafia. Non parla dei cervelli che ragionano con strategie e tattiche. Ho l’impressione che alla mafia si voglia dare, ancora oggi, quella definizione di comodo che la circoscrive entro i confini della criminalità organizzata. E, poi, non si parla mai del ruolo di certa burocrazia. La mafia, per vivere, ha bisogno delle stanze della burocrazia e di complici, dalla faccia pulita, capaci di intervenire o di far finta di non vedere. La realtà ci insegna che la politica e la burocrazia sono mondi contigui , che esiste tra loro un “pactum sceleris“, che esiste tra loro , per dirla come Cassese, un rapporto di scambio “sicurezza-potere“, che gli intrecci sotterranei tra politica e gestione sono frequenti. Di certo, la mafia senza la stanza dei bottoni si ammalerebbe di anorressia e di questa morirebbe. E siccome ci dicono che gode di ottima salute, io resto perplessa, incredula e divento sospettosa. Il pessimismo è d’obbligo se si pensano i dati della relazione. Il quadro diventa desolante se si pensa che siamo nati con questo problema e andremo via con lo stesso che, nel frattempo, è diventato obeso.


CONDIVIDI
Articolo precedenteCaso “contrassegno SIAE”: è l’ora dei rimborsi
Articolo successivoDl “Svuota carceri”, la Camera concede la fiducia

9 COMMENTI

  1. Angela, è chiaro che il fenomeno mafioso non si esaurisce nell’azione violenta dei gruppi criminali, montagne di letteratura hanno reso ormai conclamata la relazione mafia-politica-poteri dello Stato. Semmai occorre superare, attraverso uno sforzo collettivo, un pessimismo sempre immanente nella società che diventa costitutivo dell’aspettativa mafiosa. Come ogni gruppo politico ( si veda: G. Chinnici – U. Santino, La violenza programmata. Omicidi e guerre di mafia a Palermo dagli anni ’60 ad oggi, F. Angeli, Milano 1989) , la mafia si nutre anche di consenso promuovendo la spettacolarizzazione delle proprie imprese criminali, intervenendo sui gruppi sociali svantaggiati con dazioni capaci di garantirne la sopravvivenza, quasi sempre sostituendosi allo Stato, perfino invocandosi come garante dell’ordine e della sicurezza di tali gruppi. In simili contesti, l’organizzazione mafiosa, con le sue “regole”, la sua “disciplina”, il suo “rigore”, il suo braccio armato, si realizza come una forma di Stato nello Stato, assumendo un ruolo carismatico entro determinati gruppi sociali che ne costituiscono, entro certi limiti, la linfa vitale. Le forme degenerative di tale fenomeno possono produrre, paradossalmente, forme di mutua collaborazione fra Enti, tanto diversi fra di loro, ma con similari funzioni e fini organizzativi. La Mafia odia lo Stato e lo Stato odia la Mafia, come tutti i nemici si odiano e si combattono, qui non funziona il “porgere l’altra guancia”. Possono, però, verificarsi situazioni in cui il “venire a patti” può essere utile in funzione di una causa superiore, come quando gli americani si servirono di mafiosi per preparare lo sbarco alleato in Sicilia. In quel caso vincere il nazismo fu considerato un fine supremo su cui magari giustificare una “combine” coi delinquenti. E’ possibile, anche, che la lotta contro il comunismo abbia potuto generare in alcuni settori dello Stato e in talune porzioni degenerate della politica, l’idea che le forze criminali, forze occulte per eccellenza, potessero risultare determinanti per fare accrescere il consenso necessario al mantenimento del potere entro fini legittimati dalla “causa” . Tale atteggiamento ha inevitabilmente ingenerato nei gruppi criminali l’idea di essere determinanti ed insostituibili e, nello stesso tempo, ha prodotto “carisma” attorno alle figure dei boss, i quali hanno potuto spavaldamente vantare amicizie e collusioni influenti negli apparati dello Stato. Il sacrificio, allora, di tanti umili o illustri servitori dello Stato, quelli che io ho definito gli Eroi e i Santi, può servire a ricostituire un nuovo tessuto sociale e una rinnovata coscienza collettiva per rafforzare lo Stato ed isolare le forme degenerative della società, ciò perché non è più tempo di deleghe, è il tempo di agire per ciò che ciascuno può fare nel proprio ambiente, vigilando, denunciando, rispettando le regole e dando l’esempio, abituandoci al sacrificio e rinunciando alle scorciatoie, facendo il nostro dovere e pretendendo dagli altri di fare altrettanto, scegliendo i propri rappresentanti tra le persone oneste e non tra quelli che ci possono rendere favori a discapito di altri, insomma dare innanzitutto l’esempio e pretendere comportamenti virtuosi. Per queste ragioni credo che ciascuno di noi, per il ruolo che svolge nella società e nelle istituzioni, non può non sentire come un dovere irrinunciabile trasmettere segnali di speranza e non di rassegnazione.

  2. Giovanni , condivido il giudizio sui santi e sugli eroi e l’idea che Falcone ha della mafia: fatto umano che ha un inizio e, perciò, anche una fine. Il problema è, a mio parere , che abbiamo un inizio ( il dies a quo, peraltro, è più che oscuro) e non si intravede una fine. Questo, oltre ad inquietare, deve renderci guardinghi e sospettosi… Deve farci dubitare del bersaglio prescelto. Non si può, ragionevolmente, ritenere che una parte di mafia, quella armata, possa rappresentare il tutto. Una mente raffinata e potente vuole farcelo credere?

  3. Caro Gaetano, è importante quello che dici. Le distorsioni, per non usare quella parolaccia che la Sicilia conosce bene, vanno riconosciute e combattute in tutte le mutevoli trasformazioni e nel comportamento di tutti, anche in quello dei più piccoli.
    Non si può pensare che il fenomeno possa essere sconfitto solo dalla magistratura e dalle forze di polizia. Bisogna, come tu dici, ancorarsi al rispetto e alla condivisione delle regole che fondano il vivere civile nella comunità.

  4. Mosso dalla lettura di questo interessante e quanto mai attuale articolo, ho letto la relazione semestrale della DIA. Mi ha colpito l’apprendere che la mafia siciliana è impegnata in questo periodo a mettere a punto adeguate forme di contrasto alle iniziative dello Stato contro la delinquenza organizzata, ciò a causa dei pesanti colpi inferti ai mafiosi dalla magistratura e dalle forze dell’ordine, che ne hanno svilito la capacità di incidenza sul territorio. Si tratta, a mio avviso, di un risultato clamoroso, che va ascritto innanzitutto all’opera degli Eroi e dei Santi che, come sappiamo, nelle culture di ogni tempo hanno svolto atti di generosità e di coraggio, se non di estremo sacrificio attraverso i quali i popoli hanno potuto sperimentare percorsi di autentica redenzione. Nel nostro caso vale la pena ricordare gli anni, umilianti, in cui persino autorevoli rappresentanti delle Istituzioni negavano l’esistenza della Mafia, e nelle scuole non si parlava di mafia, e nelle chiese, come ricorda il giudice Gian Carlo Caselli sul Venerdì di Repubblica di questa settimana: “…Così sono diventato il maggiore esperto di chiese palermitane, quello che ha assistito alle omelie di più sacerdoti. E ho scoperto che dal pulpito non si è mai parlato di mafia. Mai”. Ma, poi, arrivò Giovanni Falcone con la sua testardaggine di volere capire a tutti i costi come funzionava quel meccanismo infernale del sistema mafioso e scoprire che: «La mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine.” E forte di questo convincimento si mise a cercare i punti deboli e più vulnerabili di quel sistema mostruoso, per distruggerlo. Però, a differenza di tanti altri, egli, come Borsellino, ebbe la consapevolezza del sacrificio estremo. Quando si confidavano, l’un l’altro, si dicevano :”Siamo due morti che camminano”. E così l’eroe classico (καλὸς καὶ ἀγαθός = bello e buono) si trasforma nell’eroe della modernità, colui che è capace di compiere uno straordinario e generoso atto di coraggio, consapevole del sacrificio di se stesso, per il bene comune. Non è un caso che nello stesso periodo arrivarono pure i Santi a dare il loro contributo. Come si può dimenticare, infatti, quel 9 maggio del 1993 quando ad Agrigento, nella spianata della valle dei templi, Giovanni Paolo II gridò forte verso i mafiosi:”Nel nome di Cristo, mi rivolgo ai responsabili: convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio!”. Parole che sicuramente infusero ancora più coraggio a quell’altro Santo, Don Pino Puglisi, assassinato il successivo 15 settembre. Gaspare Spatuzza, l’uomo che gli sparò un colpo alla nuca ha raccontato le ultime parole di don Pino prima di essere ucciso: un sorriso e poi un criptico “me lo aspettavo”. Dopo questi tragici episodi tante cose sono cambiate. Oggi a scuola si ricordano Falcone e Borsellino, sono sempre più numerosi i pulpiti dai quali molti sacerdoti si schierano contro i mafiosi e li scomunicano, è cresciuto il numero degli imprenditori che denunciano il pizzo e fanno nomi e cognomi, e persino organizzazioni sindacali datoriali, come Confindustria Sicilia, assumono coraggiosamente di espellere gli omertosi dalle loro organizzazioni. Ancora una volta gli Eroi e i Santi hanno svolto egregiamente il loro compito e poco importa sapere di chi uccide o di chi organizza, il mostro che sta morendo non è là fuori, il mostro che sta morendo è quello che ci siamo per tanti anni portato dentro la nostra coscienza collettiva, quel mostro che stiamo lentamente uccidendo ogni qual volta ci ricordiamo di questi Eroi e di questi Santi che hanno saputo, con il loro sacrificio, indicarci una via.

  5. La lettura di questo interessantissimo articolo mi ha portato col pensiero al discorso del Giudice Livatino al Rotary Club di Canicattì, nel quale ha posto la questione del ruolo del Giudice nella società che cambia. Il Giudice, così come inteso da Livatino, non solo è garante delle leggi ma è soprattutto una pietra miliare con un codice comportamentale ed una condotta di vita incontaminabile, al centro della nostra società.
    Io la farei ancora più netta (mi riferisco all’inopportunità di contaminazione) , partendo non dal vertice dell’amministrazione giudiziaria, che ho preso come esempio e spunto di riflessione, ma dal basso; ovvero strutturando una società che possa vedere e percepire lo Stato a partire dal più periferico dei capillari di un apparato radicale che, ancora troppo compromesso, regge questa nostra gigantesca società.
    Voglio immaginare la percezione di Stato e di integrità a partire dai più umili degli impiegati pubblici, che “servono” il cittadino. Sarei ancora più fermo con la politica, che non può ammettere al suo interno dubbi ed incertezze su indagati, o peggio condannati, più o meno eccellenti, che devono essere epurati dalla classe dirigente politica di questo Paese.
    Immagino un’Italia nella quale l’integrità non deve essere dimostrata con atti d’eroismo. Immagino ancora di più un’Italia nella quale ognuno facesse semplicemente, un po’ di più, il proprio dovere. Credo che in questa visione, forse troppo fantasiosa, non ci sarebbe alcuno spazio comune tra mafiosi e false facce pulite che solcano le stanze dei bottoni.

  6. Gentile Nico, capire ci indigna e l’indignazione ci apre al cambiamento, ma , spesso, dimentichiamo che ” l’ingiustizia si consuma all’ombra della legge e con il consenso della legge”(Domenico Corradini H.Boussard). In ogni caso, a proposito di rimedi contro chi ha commesso gravi reati, anche di fronte a tali fatti il valore della solidarietà non deve fare un passo indietro. In tema, il professor Corradini ci ricorda che non deve esserci vendetta, non deve esserci contrappasso, non devono farsi giochi crudeli.
    Una bellissima pagina, potente e altissima, “Nessun signore, nessun servo“, è stata scritta , nel 2006, dal citato Professore.Io l’ho scoperta, da buona ignorante, da pochissimo, ma voglio riparare al ritardo, segnalandola anche agli altri.

  7. Basterebbe interdire chi ha avuto condanne per associazione a delinquere o di sospensione a chi ha un procedimento in atto per reati penali di particolare gravità, fino ad eventuale sentenza di assoluzione, da qualsiasi carica pubblica e politica ma soprattutto togliessero quella ridicola norma sulla privacy che vieta di usare nome, cognome e faccia di chi commette reati, che priva i cittadini del diritto di autodifesa.

  8. Un commento realistico ma non rassegnato, come deve essere. Falcone ci ha insegnato che la mafia, come ogni altro fenomeno umano, ha avuto un inizio e deve avere una sua fine. Ogni articolo come questo è un mattone in più nel costruire un muro di difesa. Un rendere testimonianza alla legalità e alla scala di valori che vede lo stato-comunità lottare contro l’antistato-apparato delle organizzazioni criminali.

SCRIVI UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here