Roma sotto la neve non è il souvenir molto kitsch che si trova nelle bancarelle, ma l’emblema, ennesimo, di scelte durate venti anni, che ora presentano il conto.

Roma, ma l’Italia, sotto la neve sono il risultato di 20 anni di disinvestimenti nella “cosa pubblica”, all’inseguimento delle “privatizzazioni” tatcheriane che, in salsa amatriciana, hanno prodotto quello che è sotto gli occhi di tutti.

I comuni, spalleggiati inspiegabilmente dall’Anci che ha fatto un bell’autogol, sull’onda delle rivendicazioni un po’ incontrollate del primo cittadino della Capitale, addebitano alla Protezione Civile la causa della debacle determinata dalla nevicata di questi giorni. Per Roma, poi, l’eccezionalità dell’evento sarebbe dimostrata dal fatto che un’altra simile nevicata era avvenuta ben 27 anni fa.


E’, dunque, giustificato che una città, la Capitale di Italia che a tale titolo ha ottenuto – primo provvedimento del Governo Monti – uno status normativo peculiare, risulti totalmente impreparata ad un evento comunque largamente prevedibile e, infatti, previsto? I sindaci sono lì al loro posto per governare le città, o per farsi commissariare, quando a loro piace, dalla Protezione Civile?

Vien da chiedersi come si faceva 40-50 anni fa, quando la Protezione Civile non esisteva e quando gli inverni erano certamente più rigidi. Semplice: i comuni erano attrezzati al loro interno, non avevano ancora “esternalizzato” e “privatizzato”. C’era ancora la cultura del servizio di pubblica utilità e della necessità di curare gli interessi collettivi.

Tutto questo, oggi, appare smobilitato e senza una guida. Al grido di “privatizzare è bello” dalla seconda metà degli anni ’90 alla prima metà degli anni 2000 gli enti locali hanno rinunciato alla loro classica organizzazione ed hanno dismesso i servizi fondamentali, quelli alla base della loro stessa esistenza, come le manutenzioni, lo spazzamento, gli interventi nei casi di calamità naturali, assegnandole a public utilities create, però, più per garantire “posti fissi” , che servizi.

Oggi, quella cultura appare svanita. Le amministrazioni locali, se non portate a braccetto sotto l’ombrello protettivo della Protezione Civile, non sanno che pesci prendere, nonostante il Ministro degli interni abbia ricordato ai primi cittadini le loro responsabilità: sono loro i primi a dover garantire nulla più che piani ordinati per assicurare il corretto svolgimento della vita cittadina.

A questo scopo, i sindaci dispongono di un potere formidabile: la regolamentazione degli orari dei servizi pubblici. Un potere tanto forte, quanto pochissimo esercitato. In più, condizioni climatiche particolari sono proprio una di quelle circostanze che permettono affidamenti diretti a ditte per spalare e cospargere di sale le strade. Senza fidare nell’operato del singolo cittadino, che armato di pala può solo avere, in un disastro come quello verificatosi, l’utilità di chi pensa di svuotare l’oceano con un bicchiere.

Le amministrazioni locale non sono certo le sole ad aver smarrito, tra ricerche di consulenze, caccia alla “comunicazione”, dirigenti a contratto, esternalizzazioni, il “core business” o la “mission” (per parlare con lessico “aziendale”) essenziali. La nevicata ha bloccato anche le ferrovie: dai treni sgangherati graziosamente riservati ai pendolari, fino anche ai supermoderni treni ad alta velocità. Se non si ingrassano gli ingranaggi, è evidente che il ghiaccio li congela. Certo, fa molta più immagine il concetto di “alta velocità”. Ma, poi, si scopre che i treni veloci corrono solo sui binari di mezza Italia, mentre l’altra metà si deve accontentare di qualche vagone raccogliticcio. E, soprattutto, ci si rende conto che le piccole manutenzioni, essenziali per il funzionamento del convivere civile, non si fanno, perché poco visibili, non fanno audience e non portano consenso.

Proprio l’assenza delle piccole manutenzioni è stata, solo pochi mesi fa, concausa dei disastri causati dalle piogge in Liguria, Calabria e Sicilia. Chi deve provvedere a pulire gli argini dei fiumi ed evitare che si costruiscano case o interi quartieri sopra i letti dei torrenti? La Protezione Civile? Oppure, occorre un consulente assunto con incarico a contratto che, attraverso un seminario la cui organizzazione sia affidata ad una società di comunicazione che offra lauto pranzo di lavoro e uova di struzzo ai partecipanti, per elaborare un piano programmatico finalizzato a dare un incarico ad uno studio professionale, per verificare se sia vero che quando nevica cade la neve e occorre pulire, dunque, le strade?


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2 COMMENTI

  1. Gentile Chiara M. le Sue osservazioni meritano alcune considerazioni, per molte delle quali ricorrerò a citazioni di altri. < > (F. Marcelli, da Il Fatto Quotidiano).

    Il sistema pubblico non deve vendere prodotti, ma assicurare il convivere civile. Ribadisco un esempio: un concessionario di servizi pubblici come Trenitalia dovrebbe assicurare puntualità dei treni ed accoglienza nelle stazioni, sapendo che l’attesa è parte integrante del viaggio (anche per i ritardi dei convogli). Invece, le stazioni sono state trasformate in bazar, irte di orrendi igloo di vetro che vendono chincaglieria e ciarpame vari, eliminando le sale d’attesa. Il tutto senza garantire maggiore puntualità dei treni e qualità dei viaggi, ma anzi elimnando le tratte nord-sud. Eppure, noi paghiamo con le tasse questi servizi. Infatti, se il prezzodel biglietto non copre il costo industriale, è l’erario che sopperisce. Allora, è da pretendere che chi eroga servizi esca fuori dall’equivoco devastante e drammatico di “agire come fosse un’azienda”. Stato ed enti locali non sono aziende: non “vendono” istruzione, sicurezza, insomma, le loro funzioni, ma le assicurano, anche con investimenti tendenti a prevenire. Altrimenti stiamo sempre in situazioni di emergenza. Ma, allora, a che serve il governo e la programmazione?
    Seconda osservazione, cito di nuovo: < > (da Il Fatto Quotidiano). Il comune di Roma, dunque, aveva comperato, eccome, mezzi spazzaneve. Ma, li ha fatti marcire perchè nel 2005, allo scopo di “privatizzare”, “liberalizzare”, agire “aziendalmente”, ha rinunciato a svolgere la sua funzione. E’, dunque, avvenuto esattamente quanto mi sono permesso sommessamente di evidenziare nell’articolo, che, come si dimostra, parte dall’analisi di fatti e non di idee teoriche.

  2. E’ vero, forse il comune avrebbe potuto agire diversamente per arrivare più preparato alla grande quanto inaspettata nevicata dei giorni scorsi…
    Ma quale Comune con un po’ di senno investirebbe un sacco di soldi in attrezzature da neve visto che l’ultimo evento simile si verificò nel 1956?

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