L’intenzione di eliminare il valore legale della laurea manifestato con insistenza dal Governo appare un passo decisivo per minare alla base il principio di autonomia del dipendente pubblico dalla politica.

Si tratterebbe di una vera e propria disapplicazione, sotto mentite spoglie, dell’articolo 98 della Costituzione, ai sensi del quale “I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione”. Vediamone le ragioni.

Chi si dice favorevole[1] all’eliminazione del valore legale della laurea, ritiene che gli aspetti positivi dell’idea sarebbero i seguenti:


a) ammettere, ad esempio, ai concorsi per la dirigenza pubblica anche lauree in storia, o arte o lettere, eccetera, accanto alle tradizionali di giurisprudenza, scienze politiche o economia consentirebbe di immettere saperi utili e diversificati che arricchirebbero il sistema pubblico;

b) il valore legale del titolo di studio attualmente fa sì che ogni laurea conferita da ciascuna delle università italiane abbia lo stesso “peso” per il “mercato” del lavoro pubblico. Pertanto, un datore di lavoro pubblico non può selezionare i suoi dipendenti in base al ranking dell’università di provenienza, come invece possono fare i privati, che in questo modo possono selezionare in modo efficiente i migliori, mentre nell’ambito pubblico c’è il rischio di assumere laureati non sempre qualificati.

Si tratta di ragionamenti oggettivamente aberranti, figli di una concezione del liberismo che sconfina senza troppi scrupolo nel classismo vero e proprio.

La prima idea, secondo la quale allargare ai concorsi pubblici per dirigente (ma, la laurea occorre anche per gli accessi al ruolo di funzionari e, dunque, si potrebbe estendere anche ai concorsi per funzionari la medesima concezione) è un vantaggio concreto perché consente di estendere i saperi presenti nella pubblica amministrazione è destituita di qualsiasi fondamento in radice.

In primo luogo, le amministrazioni, in particolare per i concorsi da dirigenti, posti nei quali non conta tanto e solo il sapere ed il saper fare connesso alla preparazione tecnica, quanto anche il saper essere e capacità organizzative, sono libere di stabilire quali tipologie di lauree ammettere per i concorsi. E da molto tempo si assiste a bandi aperti a lauree molto varie, sia nel campo scientifico, sia nel campo umanistico, letterario ed economico.

Occorre, tuttavia, senza ipocrisie, osservare come tutto questo non abbia giovato molto alla dirigenza pubblica e all’efficienza complessiva del sistema. Altrimenti, non si spiegherebbero le critiche che soprattutto i “liberisti” rivolgono a piene mani e senza soluzione di continuità alla “burocrazia” e alla pubblica amministrazione nel suo complesso.

In effetti, negli enti locali si è assistito al fiorire di “direttori generali” laureati anche in filosofia, psicologia, ingegneri. Il risultato è che il sistema degli enti locali non ha tratto il minimo giovamento né dalla figura del direttore generale in se e per se, né dalla presenza di queste competenze multidisciplinari, utili certamente per allargare lo spettro dei saperi, ma spesso refrattarie e non poco alle regole ferree dell’agire amministrativo, inconcepibili, ad esempio, per un sociologo.

Per gli organi di governo è risultato, tuttavia, assai utile mettere ai vertici dell’organizzazione soggetti con poca competenza ed esperienza non tanto delle nozioni e cognizioni giuridiche, quanto delle regole “eccentriche” del lavoro, degli appalti, dell’organizzazione pubblica: infatti, detti soggetti con lauree non specialistiche sono propensi ad avallare il continuo tentativo degli organi di governi di eludere vincoli e norme, alla luce della loro poca conoscenza di dette regole e norme e, comunque, della riluttanza a comprenderle ed attuarle.

Diminuire laureati in giurisprudenza, scienze politiche ed economia, a vantaggio di laureati in chimica, biologia, teologia, lettere, astrofisica può essere molto interessante, ma pericolosissimo, perché consente di inserire nei gangli pubblici persone cui manchi materialmente la base cognitiva per poter agire con la competenza e l’autonomia di giudizio richieste dalla Costituzione e portate, dunque, ad ascoltare solo la “voce del padrone”.

A meno che non si accompagnino alle selezioni pubbliche lunghi periodi di severo praticantato, nel corso dei quali i soggetti privi di lauree e di studi adeguati possano acquisire realmente sul campo competenze indispensabili per la loro attività.

In ogni caso, la prima argomentazione di favore all’eliminazione del valore legale della laurea si dimostra priva di fondamento.

Ma anche la seconda si dimostra non meno inaccettabile. Senza minimamente voler entrare nel merito dei sistemi, totalmente approssimativi, di valutazione dei ranking delle università, è perfettamente evidente che qualora si dovesse decidere di pesare il voto della laurea sulla base anche del “peso” valutativo dell’università che la conferisce, nel sistema “liberistico” che si immagina il ranking sarebbe fatto da soggetti privati. A pagamento.

Si attiverebbe, certo, una competizione tra università per eccellere e guadagnare posti in classifica. Ma, è del tutto chiaro che le possibilità economiche di ciascuna università e le possibilità di “condizionare” il “peso” della valutazione, con fattori esogeni alla sola qualità della cultura, sarebbero decisive. Se oggi valesse il criterio del ranking, con l’attuale presidente del Consiglio, come si potrebbe non assegnare alla Bocconi il vertice incontrastato nel ranking?

Le distorsioni, dunque, politiche-economiche-sociali a simili classifiche sarebbero immense, tali da falsare completamente il quadro.

Inoltre, risulterebbe ancora una volta di più compromesso il valore dell’autonomia dai partiti e dalle lobby che impiegati e dipendenti pubblici dovrebbero garantire, per agire con imparzialità nell’interesse della Nazione e non di alcune “parti”.

L’ingresso nelle università che si piazzassero ai vertici nel ranking sarebbe filtrato, non solo dai costi (tasse universitarie, costi di trasferta), ma anche dalle “entrature”. Si finirebbe per “fare parte” di un “sistema”, finalizzato a garantire ampia copertura dei posti strategici pubblici con soggetti provenienti da università selezionate, che tra i loro professori esprimono, poi, ministri, sottosegretari, parlamentari, vertici delle agenzie e grand commis di Stato. Sarebbe la fine definitiva dell’obiettivo di una dirigenza ed un apparato autonomo e non “collaterale” alla politica e agli affari.

Già nell’attuale regime è ben difficile garantire che la dirigenza da “apparato servente” non si riduca ad “apparato servile”. Con la bella idea dell’eliminazione del valore legale alla laurea ecco preparato un sistema classista che escluda possibilità di evoluzione per tutti i cittadini e che assicurerebbe solo a pochi eletti l’ingresso nelle università di èlite, viatico per l’accesso ai posti pubblici che contano.

Ma è proprio questo quello a cui si vuole arrivare? Serve questo per la crescita del Paese? Siamo proprio sicuri che il “privato” sappia scegliere poi così bene i propri lavoratori laurerati, pur non essendovi il vincolo del “valore legale”? I casi Cirio, Parmalat, San Raffaele, e tanti altri ancora non dicono proprio nulla?

In ultimo, i fautori dell’eliminazione del valore legale della laurea, che propongono algoritmi ed alchimie di ogni tipo per “ponderare” il peso del voto, forse non sanno o glissano sulla circostanza che da anni, proprio per superare il vincolo del voto di laurea, i concorsi pubblici per l’accesso alla dirigenza debbono svolgersi solo per esami, senza attribuire alcun valore ai titoli. Lo prevede, chiaro e tondo, l’articolo 28 del d.lgs 165/2001: “L’accesso alla qualifica di dirigente nelle amministrazioni statali, anche ad ordinamento autonomo, e negli enti pubblici non economici avviene per concorso per esami indetto dalle singole amministrazioni ovvero per corso-concorso selettivo di formazione bandito dalla Scuola superiore della pubblica amministrazione”.

Se, dunque, come troppo spesso accade, si espletano concorsi anche per titoli, nei quali si valuta il peso del voto della laurea si commette, semplicemente, una violazione di legge.

Il legislatore, saggiamente, ha radicalmente eliminato il problema, puntando su una severa selezione concorsuale. Sia ricordato, per inciso, che alla dirigenza si accede non solo in base alla laurea, ma anche con un’acclarata esperienza almeno quinquennale di servizio, a meno che non si utilizzino percorsi formativi specifici della Scuola superiore dell’amministrazione.

Visto quello che già l’ordinamento prevede per selezionare una dirigenza preparata, senza troppo peso al voto della laurea, il dibattito sull’abolizione del valore legale si mostra per quello che è: un’idea strumentale alla creazione di una dirigenza per nulla autonoma e “funzionale” alla politica ed ai poteri.


[1] P. Manzini, Perché cancellare il valore legale della laurea, in www.lavoce.info del 27 gennaio 2012.


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12 COMMENTI

  1. Mi dispiace aver letto solo ora questo articolo. Ritengo che le argomentazioni del dott. Oliveri siano inoppugnabili. Ciò è dimostrato anche dal fatto che i commenti “critici” non entrino nel merito delle problematiche sollevate dall’articolo ma tirino fuori i problemi dell’attuale sistema educativo, trattati in maniera quanto meno approssimativa, e professando nell’abolizione del valore legale la “salvezza” da questi problemi, che hanno invece altra origine.
    Questo è il risultato di una campagna ideologica di stampo “mercatista” che prosegue nella sua propaganda nel momento in cui si sta assistendo invece al suo fallimento.
    Mi dispiace dirlo, senza voler offendere nessuno, ma denoto la mancanza di apertura mentale dei “bocconiani” ovvero proprio coloro che escono da una delle Università considerata tra le più prestigiose in Europa (!), la quale sembra invece completamente irrigidita nella sua fede incrollabile del libero mercato.
    Infine, vorrei rispondere ad obiezioni sollevate da alcuni commentatori:
    @Antonio D’Ambrosio: Non ritengo che, abolendo il valore legale delle lauree, le Università si impegneranno a migliorare la qualità della formazione, ma c’è il rischio invece che si preoccupino a “piazzare” i propri laureati nelle aziende (a prescindere dalla qualità formativa). Le Università del Sud scomparirebbero in questo quadro. Riguardo al “parcheggio” degli iscritti, questo dipende dalla mancanza di lavoro piuttosto che dall’esistenza del valore legale della laurea. Le regioni con meno iscritti (al netto dei ragazzi del Sud che si sono trasferiti al Nord) sono quelle che hanno visto maggiore crescita economica, e di contro, quelle con più iscritti sono anche quelle con maggior disoccupazione giovanile.
    @Angela Bruno: Sulle lauree on-line penso che il problema di fondo sia la mancanza di efficienza della giustizia e la di incorruttibilità degli organi politici o di controllo.
    @ Rd: sono d’accordo. Bisogna tornare a mettere al centro le capacità personali, piuttosto che il “dove ti sei laureato”. Per Einstein nessuno si è chiesto dove si sia diplomato e laureato, né ciò ha influito sulla valutazione della sua attività di ricerca.

  2. Evidentemente Monti dopo tanti anni da Rettore in Bocconi si è reso conto di quante capre uscivano anche di li e avrà pensato che forse dovrebbe essere valutato un laureato Bocconi come uno ecampus o peggio ancora come un laureato Bocconi che ha fatto il cepu. Forse a ripensarci bene è anche giusto, così le capacità personali spiccheranno su tutto. Vedetela un attimo in un ottica diversa: in questo modo verrebbero a cadere tutti i pregiudizi sia sulle Università ritenute “buone” che su quelle ritenute “scarse” e un laureato online verrà valutato solo per le sue competenze come un laureato in Bocconi. Non è mica poi tanto male?? Anche io ero contrario all’inizio, ma ora l’unica cosa che non mi spiego è perché all’argomento si sta interessando un governo tecnico che dovrebbe affrontare le emergenza economiche. Sarà mica perchè Monti è uno dei maggiori esponenti del gruppo Bilderberg e questo era uno dei punti della loggia P2 palesemente collegata?

  3. Che dire poi dei titoli ottenuti con percorsi facilitati, speciali, para-onorifici etc. etc. (per non parlare di abusi, clientelismi, nepotismi o peggio$$) che i nostri laureifici nazionali (pur con le dovute differenze e tanti distinguo) hanno sfornato in quantità anche nell’ultimo decennio? Non dovrebbero essere “obbligatoriamente” e “formalmente” distinti dai titoli sudati e meritati ? Ricordate il detto : chi è causa del proprio male .. pianga se stesso! E’ ora che le Università corrano ai ripari e mostrino adeguato rigore (se non è tardi) oppure sarà la selezione su conoscenze, competenze ed abilità acquisite a dover divenire più realistico criterio di selezione.

  4. ma c’è ancora qualcuno convinto che esistano “giovani parcheggiati” nelle università? guardate che i soldi non cadono dalle piante, i giovani oggi si laureano in fretta perchè studiare e vivere costa, al massimo se ritardano è perchè devono anche lavorare
    aggiornatevi

  5. Un pensiero primitivo…da cavernicolo: il valore di una licenza, di un diploma, di una laurea lo stabiliscono i risultati in un mondo normale. Esempi che non guastano: un chirurgo dopo un congruo numero di decessi…cambia lavoro…un giudice dopo un numero di processi con colpevoli festanti e innocenti al gabbio …cambia lavoro, un dirigente con un numero tot di fallimenti…impugna di persona la zappa e via così…altrimenti in una società fondata sulle relazioni (e corporazioni) pericolose tanto peggio tanto meglio…comincio a pensare che sia un mondo fantastico! Poi ci possiamo mettere anche le strategie per la produttività…quella della spinta verso la maggiore incompetenza, come per mettere in crisi la catena di montaggio provocando l’autoespulsione degli anelli deboli, in crisi, che non riescono a tenere il passo!
    Potremo fidarci di chi valuterà/valuta/valuterebbe i risultati o saranno ISO XXXX che non conoscono le leggi nazionali? E saremo daccapo a recriminare…bah!
    Certo vedere appiattirsi dei laureati a contendersi il lavoro con dei diplomati mette tristezza! E il principio ubi maior minor cessat non è di mia invenzione.
    Il principio stico, ingessato della Laurea come massimo livello, sancta sanctorum o mito borghese viene messo in crisi dagli sviluppi dell’elettronica, della cibernetica e dalle discipline giuridiche e morali a loro connesse…fino alla medicina.
    Serve urgente un pensiero filosofico ordinatore e armonizzatore che sia sufficientemente aperto alla comprensione del divenire…sempre che non sia esclusiva prerogativa di Dio. Ogni genere di arroccamento su posizioni rigide potrebbe risultare inutile o dannoso. Nelle mie condizioni la flessibilità è una necessità.

  6. mi si permetta di aggiungere che riformare il sistema, togliendo il valore legale della laurea e rendendo più seria l’università, finirebbe, tra l’altro, anche con l’eliminare il fenomeno del parcheggio dei giovani presso tali istituti.

  7. Mi dispiace ma devo dissentire da quanto affermato nell’articolo che precede. Innanzitutto è bene chiarire che le Università italiane sono agli ultimi posti nel ranking internazionale, cosa che non può essere sottovalutata, perché è con tutta evidenza la riprova che il nostro sistema, senza voler aggiungere altro, non funziona. Le ragioni di questa situazione sono verosimilmente il cattivo uso che si fa delle risorse a loro disposizione, cattive (per non dire altro) campagne “acquisti”, per quanto riguarda il corpo docente, ecc., ecc… tutte questioni che vengono, alla fine della fiera, salvate dal paracadute del valore legale della laurea (!!). Chiunque abbia fatto l’università in Italia e sia andato per qualche ragione (erasmus, semplice curiosità personale, o che so io) a visitare un’Università straniera si sarà reso conto perfettamente delle a dir poco radicali differenze che intercorrono con quelle nostre.
    Nell’analisi che precede, se mi è permesso, vi è un errore di prospettiva. Il punto non è che tutti devono necessariamente prendersi il famoso foglio di carta – la laurea -, quasi fosse un must, come avviene in Italia, magari anche a costo zero (dove per costo intendo quello del lavoro di studio) perché poi prendono vita i fenomeni che tutti conosciamo, ossia università molto poco formative, dove si cerca di far laureare, mi si consenta, all’acqua di rose gli iscritti, magari per non rischiare di avere cali di iscritti l’anno successivo, università in cui tutto diventa “fai da te”, con scarsissima/inesistente attenzione del corpo docente verso gli studenti (ma d’altronde tutti sappiamo il corpo docente in che modo viene reclutato), università dove vedi laurearsi persone che non riescono neanche ad esprimersi in italiano corretto, ecc. ecc.. Questo sistema non garantisce nessuno di quelli che dovrebbe garantire, tranne gli addetti ai lavori.
    Togliere il valore legale della laurea, di converso, determinerebbe la ricaduta verticale della responsabilità e del peso delle scelte relative alla qualità dei servizi da erogare, nonché e soprattutto del corpo docente da impiegare, sulle università. Ciò porterebbe ad una gestione tutta rivolta ai risultati, dove per risultati si intende la qualità della formazione che si impartisce e, quindi, del titolo di studio che si riconosce, perché altrimenti il valore della laurea che si attribuirebbe calerebbe inesorabilmente, con un conseguente calo di appetibilità sul mercato (è bene sottolinearlo ancora, ciò avverrebbe solo perché insufficientemente formativa per gli studenti!). Insomma togliere il valore legale determinerebbe il venir meno di molti dei tristi fenomeni di cui siamo stati/siamo testimoni (famiglie allargate all’interno degli istituti, ecc.), perché il prezzo da pagare sarebbe un’inesorabile calo delle iscrizioni e, quindi, magari anche la chiusura dei battenti. Il maggior livello di formazione, che garantirebbe il togliere il valore legale, sarebbe un vantaggio per tutti quelli che hanno davvero voglia di laurearsi e che vogliono che il oro titolo di studio abbia un qualche valore (la laurea è uno dei più alti titoli di studio, è impossibile ed è davvero deprimente vedere che anche dei perfetti analfabeti ne abbiano una, magari anche presa con una discreta votazione).
    Ciò detto, è chiaro che una riforma in tal senso si spera non venga fatta all’italiana.

  8. Egregio Florestano, nessuno nutre dubbi sul valore delle lauree conseguite alla Bocconi, così come simmetricamente in molti formulano riserve sui laureifici come e-campus e Cepu.
    Mi pare, tuttavia, che la Sua analisi, che parte da una legittima posizione favorevole all’eliminazione del valore legale della laurea, affronti punti di vista per nulla presi in considerazione nell’articolo pubblicato. Insomma, per contestare legittimamente il quadro di analisi dell’articolo, parla d’altro.
    Va benissimo, ci mancherebbe. Mi pare, tuttavia, il caso di osservare che se il problema del valore legale è dato da corsi di laurea farlocchi che producono carta straccia, forse il rimedio dell’eliminazione del valore legale è fuori mira. Basterebbe, molto più semplicemente ritornare sui passi normativi e privare queste sedicenti università della possibilità di emettere titoli validi o fissare e controllare molto severamente standard precisi per consentire alle università di conferire titoli spendibili. C’è da chiedersi: il “mitico” Anvur cosa ha fatto per impedire il proliferare di questi laureifici? E ancora: quanto pesano simili laureifici, sapendo che lo scorso anno una stretta parente del patron del Cepu ha garantito il permanere dell’allora maggioranza, con un passaggio strategico di casacca?
    A me pare evidente il rischio che una volta eliminato il valore legale del titolo di studio, paradossalmente accanto alle Bocconi continueranno a pesare proprio le università politicamente ben appoggiate, compresi i laureifici on-line.
    In ogni caso, l’articolo sostiene che se si applicassero le norme sull’accesso alla dirigenza nella pubblica amministrazione, il problema del valore legale sarebbe già risolo, perchè la legge impone il concorso solo per esami, senza valutare i titoli. Ogni volta che, invece, si effettuano selezioni che tengano conto della laurea e del suo voto, si infrange la legge. Dunque, quando si parificano le lauree nei concorsi per pesarne il voto lo si fa, spesso, proprio allo scopo di incidere sulla selezione, premiando il valore del titolo di studio muovendosi in senso radicalmente opposto alla legge, col sospetto che talvolta queste decisioni possano essere a giovamento di alcuni e a danno di molti.
    In quanto agli esami di Stato per le abilitazioni, l’argomentazione è affascinante, ma del tutto estranea ai ragionamenti esposti. IE, comunque, anche in questo caso basterebbe fissare regole precise valevoli su tutto il territorio per garantire che le commissioni valutino i candidati in modo omogeneo, non consentendo “terre promesse”.
    Infine, sull’effetto classista dell’eliminazione del valore legale della laurea ovviamente si può non essere d’accordo. In proposito, dalla parte di chi si schiera contro l’idea, mi pare che pesino almeno due argomenti. Il primo: è evidente che eliminando il valore legale della laurea si concentrerà in poche università (e come visto sopra non necessariamente le migliori sul piano didattico) il “gotha” accademico: chi vorrà aspirare a incarichi pubblici dovrà recarsi in quelle università , in quei territori, affrontare le connesse spese. Il rischio di avere più 28enni “sfigati” senza laurea per ragioni di censo e logistiche pare piuttosto oggettivo. Il secondo: non si può dimenticare che l’eliminazione del valore legale della laurea era uno dei punti principali del piano di rinascita democratica di Licio Gelli, non propriamente un esempio di organizzazione della società di tipo “inclusiva” e popolare.

  9. Trovo veramente parziale l’articolo: non solo viene spiegato nella proposta di governo che l’ateneo non sostituisce il voto ma affianca un test di selezione (concorso vero e proprio) molto severo (cosa che non avvantaggia i laureati in filosofia per la direzione amministrativa di un istituto ma neppure la impedisce ex ante), ma pure si viene a parlare di classismo dato dalla norma. Intanto i criteri da stabilire per le valutazioni sarebbero affermati da un ente pubblico (l’ANVUR) ed inoltre quando la Gelmini era ministro si additava continuamente come colpevole di aver superato l’esame di stato a Reggio Calabria. Cioè da un lato, quando fa comodo, si additano gli organi di giudizio (univeristà o enti concorsuali) a livello geografico, ma quando non fa comodo si tacciono elementi di valutazione molto semplici come per esempio: il tasso di 110 e lode per ateneo/facoltà, il numero di studenti in corso, il numero di docenti con un dottorato, il numero di docenti per studente… QUESTI sono gli elementi su cui vengono valutati gli atenei MONDIALI da riviste non certo filo-governative (financial times, etc). Ad ultimo, da Bocconiano, mi dispiace molto dover dire che nelle classifiche già esistenti, si veda quella del Sole 24 ore, la Bocconi non è prima in italia (posto che spetta al Politecnico di Milano, università PUBBLICA), ma seconda. Se poi vogliamo fare una colpa ad un ateneo di essere l’unico in europa (appunto assieme al politecnico) e l’unico nel mondo (stavolta senza il politecnico) ad essere presente nelle classifiche mondiali per economia… continuiamo a difendere la carta straccia, il diritto ad un titolo di studio senza valore e laureiamoci tutti in “paleontologia felinai” su e-campus che tanto il “110 e lode” vale uguale preso lì o ad Harvard.

  10. Hai proprio ragione Luigi.
    Ma è possibile che sia un continuo disfarsi delle poche cose buone che abbiamo? Non se ne può proprio più di questo fiorente rigoglio di “pensate” nuove….

  11. Il valore legale della laurea,o se si vuole il pezzo di carta, ha fatto, soprattutto nell’ultimo decennio, proliferare libere università, spesso on line, che hanno garantito, dietro lauto corrispettivo, la certezza di avere in mano il titolo in temi rapidi. Il miracolato ( spesso pubblico dipendente ) ha saputo bene giocare la sua carta falsa, perchè riconosciuta di uguale valore, e anche di più, rispetto a quella vera. Io sono a favore delle università private, ma ad una condizione: debbono offrire una preparazione professionalizzante, non già carta in cambio di denaro.
    Detto questo, mi chiedo come si possa arginare un fiume di diplomi che non attestano preparazione.Forse, e non lo dico per provocazione, togliere valore legale a un pezzo di carta che tradisce la realtà e il prossimo potrebbe aiutare. Credo che la pubblica amministrazione sia la grande vittima di questo tradimento.

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