Nel 2011 Sellerio ha pubblicato, con la solita raffinata cura editoriale, un interessantissimo romanzo legal di Giorgio Fontana dal titolo (molto giuridico) “Per legge superiore”.

Il protagonista è Roberto Doni, un sostituto procuratore milanese di circa sessant’anni che vive con estrema tranquillità, quasi “rassegnazione”, sia la sua vita familiare (compreso il difficile rapporto con una moglie dal carattere molto particolare e con una figlia lontana) sia la sua attività professionale, sovente persa, giorno dopo giorno, in una successione di casi – e cause – ormai di routine.

Come nei migliori thriller accade qualcosa, a un certo momento, che cambia il panorama e increspa l’acqua cheta, sino a portare a un quadro più vivace e, per alcuni versi, drammatico: un caso apparentemente banale (un’aggressione in via Padova che vede come protagonista un immigrato), un processo d’appello che si avvicina in un silenzio delle parti innaturale, una giovane giornalista che si presenta dal magistrato e lo “avverte” che qualcosa, in quel caso, sembra non andare.


Dal quel momento la trama, pur ruotando accanto al classico dilemma, proprio di molti legal, “colpevole” o “innocente” (o, meglio: si sta per condannare un innocente?), si vivacizza e diventa assai intricata, soprattutto quando il magistrato decide di “immergersi” in un quartiere, e in una vita milanese, che non conosceva e che lo stupirà sino a fargli ripensare l’intero ruolo del magistrato e della giustizia stessa.

Ho trovato la lettura davvero piacevole.

A parte lo stile, asciutto e che lascia largo spazio ai dialoghi e al tratteggio di ambienti e persone senza perdersi in inutili particolari, l’autore è in grado di creare un piccolo micro-cosmo, attorno al Palazzo di Giustizia di Milano, che è molto affascinante.

Il romanzo è, innanzitutto, molto “milanese”. Il protagonista, anche nei semplici tragitti da casa al palazzo di Giustizia, o nella “finestra” della pausa pranzo, descrive magistralmente ciò che nota attorno a lui, che sia l’architettura dei palazzi o che si fermi ad osservare gli avventori dei bar del centro, e la città cambia colore a seconda dell’umore del protagonista, o di un improvviso raggio di sole che illumina il grigio dei cornicioni.

Viene dato anche un buono spazio alle tecnologie e ai computer (pur essendo un romanzo dal taglio classico): il magistrato protagonista è referente informatico della procura, e si trova quindi costretto spesso a risolvere problemi di virus o di collegamenti a siti “particolari” da parte di colleghi. E proprio da un messaggio di posta elettronica di una giornalista che ha come oggetto il “caso Ghezal” prende vita la vicenda principale.

Tutti e tre i “piani paralleli” che compongono la trama del romanzo sono ben impostati: il rapporto del magistrato con la sua famiglia e con il suo passato (con conseguenti discussioni familiari e incubi notturni), il nuovo viaggio che decide di intraprendere in una cultura e in una parte della città che non conosce a seguito del rinnovato interesse per il processo d’appello che gli viene alimentato dalla giornalista (che, per incidens, gli ricorda la figlia lontana), e il rapporto con la sua professione di magistrato e l’idea stessa di giustizia (anche nelle situazioni al limite, di frontiera o che sono sotto agli occhi di tutti ma che nessuno vuol vedere).

Questo equilibrio generale rende non solo la lettura piacevole ma il libro, in un certo senso, “completo” e molto realistico.

 


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