Uno degli aspetti centrali del disegno di legge sulle liberalizzazioni al quale sta lavorando il Governo Monti riguarda la radicale trasformazione – probabilmente persino più profonda di quanto il tenore letterale delle singole disposizioni suggeriscano – delle dinamiche della distribuzione dei prodotti petroliferi in Italia.

L’idea della liberalizzazione dei mercati laddove l’attuale sistema di regolamentazione abbia prodotto conseguenze di inefficienza è di per sé certamente positiva.

Guai, tuttavia, a lasciarsi prendere dall’entusiasmo – come, sfortunatamente, sembra stia accadendo in queste ore a Palazzo Chigi – ed iniziare a pensare che “liberalizzazione” faccia sempre rima con tutela dei consumatori e, soprattutto, che sia condizione “sufficiente” – oltre che eventualmente “necessaria” – per risolvere i problemi di un certo mercato.


A scorrere e norme in materia di “Liberalizzazione della distribuzione di carburanti”, sorge, tuttavia, il sospetto che il Governo dei Professori ritenga, al contrario, che sia sufficiente spazzare via – in tutto o in parte – il regime di esclusiva che lega le compagnie petrolifere ai gestori per garantire al mercato il raggiungimento di una migliore condizione di efficienza e, dunque – questo sempre nella tesi dei Professori – garantire meglio gli interessi dei consumatori.

Il testo del disegno di legge rivela, infatti, che il Governo proponga, sostanzialmente, di lasciare liberi i gestori, proprietari di impianti per la distribuzione di prodotti petroliferi, di rifornirsi interamente dove preferiscono [n.d.r. oggi quando un impianto viene “colorato” con le insegne di una determinata compagnia petrolifera, il proprietario dell’impianto medesimo si impegna a rifornirsi in esclusiva di prodotti da tale compagnia] .

Tale previsione, peraltro, nelle intenzioni del Governo dei Professori dovrebbe produrre effetti – sebbene “a mezzo servizio” – già all’indomani dell’entrata in vigore della legge sulle liberalizzazioni nel senso che i gestori avrebbero, da subito, il diritto di rifornirsi per il 50% da soggetti diversi rispetto alla compagnia petrolifera con i cui marchi e colori e contraddistinto l’impianto sebbene con la possibilità – che non è chiaro in cosa debba estrinsecarsi – di rinegoziare “le condizioni economiche e l’uso del marchio”.

Secondo quanto previsto dalla medesima disposizione, inoltre, “i gestori degli impianti che non sono anche proprietari degli stessi hanno facoltà di rifornirsi liberamente da qualsiasi produttore o rivenditore, nel rispetto della vigente normativa, per una percentuale non inferiore al venti per cento del proprio fabbisogno o di quanto erogato nel precedente anno dal singolo punto vendita”.

Si tratta di un assetto che tiene – occorre scriverlo con estrema chiarezza – poco conto dell’effettiva situazione del mercato di riferimento e che, sfortunatamente, presenta tutti i limiti di una riforma pensata sulle cattedre universitarie dei Professori e studiata sui banchi dei loro Studenti (oggi al Governo) ma mai verificata – nella sua tenuta – sul campo.

Facciamo un esempio.

Una delle principali conseguenze della ipotizzata riforma è rappresentata dalla circostanza che all’indomani dell’entrata in vigore della legge le insegne delle compagnie petrolifere che, ad oggi, contraddistinguono un impianto per la distribuzione di carburanti non consentiranno più al consumatore di identificare i prodotti [n.d.r. o almeno il produttore o distributore] posti in vendita in un determinato impianto per la distribuzione di carburanti: un gestore colorato ESSO potrà, infatti, vendere benzine ERG, Q8 o di qualsiasi altro produttore/distributore.

I marchi e colori di un impianto, oggi, offrono al consumatore garanzie – sebbene come in ogni mercato più o meno affidabili in relazione ad una pluralità di fattori – relative alla qualità delò prodotto petrolifero venduto ed anche agli standard minimi di qualità e sicurezza del servizio che, appunto, sono garantiti dalla compagnia petrolifera a tutela della propria immagine commerciale, del proprio brend e dell’efficienza della propria rete di vendita.

E domani? Nulla di tutto questo sarà più.

Vien da chiedersi se l’evoluzione del mercato in questa direzione sia una conseguenza auspicabile o, almeno, ponderata dal Governo dei professori.

Al riguardo vale, peraltro, forse la pena ricordare che per questa via si compromette, inesorabilmente, la capacità distintiva del marchio: il marchio di una compagnia petrolifera se non contraddistingue il prodotto commercializzato né il livello di servizio del distributore cosa altro può contraddistinguere?

E’ da ritenere che al Governo dei Professori non sia sfuggito che il codice della proprietà industriale, al secondo comma dell’art. 14, prevede che “Il marchio d’impresa decade: a) se sia divenuto idoneo ad indurre in inganno il pubblico, in particolare circa la natura, qualità o provenienza dei prodotti o servizi, a causa di modo e del contesto in cui viene utilizzato dal titolare o con il suo consenso, per i prodotti o servizi per i quali è registrato”.

E’ solo uno dei tanti indici sintomatici della circostanza che, senza voler aprioristicamente bocciare l’idea di liberalizzare il mercato della distribuzione petrolifera in Italia, è, forse, opportuno procedere con maggior cautela rispetto a quanto il Governo dei Professori non stia facendo.


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